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Antonio Cacioppo

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Dedicato a Cancelleri: un uomo senza qualità

in Politica di

di Antonio Cacioppo

Non si dovrebbe sopravvivere alla morte dei propri figli, una ferita che non può rimarginare, la tragedia più grande, un senso di vuoto , di smarrimento, penso che nessuno sia in grado di capire cosa accade nell’anima di un padre “sopravvissuto”.

Io l’ho conosciuto un uomo così ferito, era maggio o giugno non ricordo bene del 2013, venne ad Adrano per sostenere una nostra candidatura.

Parlò Musumeci, questo lo ricordo bene, di buona politica e di mala politica e lo fece con una straordinaria carica di dignità aristocratica, tipica di chi ha fondato la propria vita su valori non negoziabili che gli hanno permesso di non essere piegato dal dolore.

Poi, non so come, il discorso lo portò a parlare di sentimenti, di affetti, di triste e malinconica nostalgia per ciò che non abbiamo più, le sue parole diventarono dolci e struggenti ad un tempo, lui sembrava accarezzare con il movimento delle mani qualcuno che non c’era ma che aleggiava.

Una lacrima apparve, tutti piansero quella sera, tutti capirono, nessuno osò proferir parola.

Questi ricordi sono riaffiorati perché l’altra sera sono andato ad ascoltare Nello a Belpasso e ho pensato alla fatica di questo uomo che deve sopportare sulle sue spalle un fardello di responsabilità pesantissimo, il dolore di una vita che lo ha provato pesantemente, il senso di responsabilità che gli proviene dall’amore incondizionato per la sua terra, gli attacchi degli avversari e le meschinità degli alleati.

Assorto in questi pensieri sono tornato a casa, apro facebook e vedo che Debora Borgese ha postato un video che vedeva Cancelliere intervistato.

Lo ascolto, resto ammutolito, interdetto, non riesco a capacitarmi, lo riascolto e leggo le parole della giornalista.

Questo essere abietto osa parlare di ciò che non si può dire, questo con parole spregevoli rompe un tabù che nessuno mai si era sognato di infrangere.

Credetemi non c‘entra la politica o la campana elettorale anche se aspra, si è andati oltre ogni limite della decenza umana.

Perché questo ideologo della Cretinocrazia si è comportato così? Perché questo cultore del Nulla si è permesso un simile comportamento? Perché questa bassezza morale, questa infinita cattiveria, questa infamità?

“Nulla sulla terra consuma un uomo più rapidamente che la passione del risentimento” Nietzsche.

Risentimento, ecco il motivo che ha spinto Cancelleri a tanto.

Il risentimento dell’uomo senza qualità “sospinto dal desiderio morboso di vendicarsi della vita”, il risentimento dell’uomo gregge contro l’uomo forte, il risentimento del politicamente inetto contro l’uomo consapevole della propria rettitudine, il risentimento del mediocre contro l’uomo d’eccellenza.

E non bisogna mai sottovalutare questa categoria umana degli” impresentabili morali”,come sostenuto fortemente dallo scrittore Cipolla nel suo celebre saggio “Le leggi fondamentali della stupidità umana”. Per questo mi appello a quanto sostenuto dallo stesso autore nella quarta legge sulla stupidita umana: le persone non stupide tendono a sottovalutare il potenziale nocivo delle persone stupide; e alla quinta: la persona stupida è il tipo di persona più pericolosa che ci sia.

Il grado di pericolosità è direttamente proporzionale al posto che lo stupido occupa nella società.

Immaginate per un attimo uno stupido al potere.

Aveva capito tutto Charles De Gaulle che rispondendo ad un cittadino che lo sollecitava a condannare i coglioni, il generale rispose con una frase fulminante: “è un programma ambizioso”.                                        

                                                   

Le elezioni regionali siciliane e l’irresistibile fascino dell’obbedienza

in Attualità di

Ogni riferimento a cose, persone e circostanze è assolutamente voluto.

La battaglia delle Termopili non ha avuto solo il significato di simboleggiare l’eroismo spartano di re Leonida, quella battaglia ha fatto che sì che si salvasse la Grecia i cui principi sono stati fondanti la civiltà europea tutta, dai modelli politici, al sistema filosofico, dall’arte alla letteratura, fino al diritto.

Ma l’aspetto più affascinante di quella civiltà è, secondo me, il desiderio di indipendenza, di libertà, portato alle estreme conseguenze del sacrificio personale, come i trecento eroi hanno testimoniato.

Oggi quella pagina meravigliosa di storia mi è tornata in mente, forse perché all’approssimarsi delle elezioni regionali osservo i comportamenti di alcuni personaggi che popolano il sistema politico della nostra città.

E mi si para davanti la dicotomia tra cittadino e suddito, tra servo e padrone, tra vassallo e feudatario.

Nelle strettoie delle Termopili si scontrarono non tanto due eserciti, ma due mondi contrapposti, due concezioni inconciliabili, da una parte l’idea persiana-orientale basata sul concetto di uomo come suddito e dall’altra parte l’idea greca di uomo come cittadino.

Cittadino è il civis, colui che partecipa alla vita della propria comunità in modo attivo, come tale è depositario di diritti e libertà.

Il suo contrario è il suddito, privo di diritti e incapace di muoversi in libertà, è colui il quale si piega ad un sistema di oligarchia, è chi tace, è chi volta lo sguardo, è chi abbassa la testa.

Il cittadino è colui che rifiuta di infeudarsi, infeudarsi ecco la parola chiave, feudo, feudalesimo, feudatario.

La politica della nostra città sembra aver ripudiato Leonida per rifarsi a qualcosa di profondamente diverso: il vassallaggio.

Il vassallaggio è stato la struttura portante della civiltà feudale, lungi da me voler fare un excursus storico così complesso, mi preme solo dire che quel sistema ha avuto una funzione storica importantissima, perché all’indomani del crollo dell’Impero Romano e la conseguente disintegrazione della civiltà, il feudalesimo permise di traghettare l’Europa verso un destino migliore.

Il feudalesimo si fondava su un rapporto personale tra il signore e il vassallo (vassus), il quale giurava fedeltà ricevendo dal signore protezione.

Tutto avveniva con una cerimonia di “omaggio”, in cui il vassallo poneva le mani giunte in quelle del signore, all’interno di una cornice spirituale tipica della sacralità medievale.

Ma questo era il feudalesimo storico, altra cosa è il neofeudalesimo di oggi.

Il feudalesimo storico aveva bisogno dei vassalli perché insieme a loro si doveva salvare una società in preda al caos, il neofeudatario, invece, ha bisogno di lacchè per perpetuare il suo potere e per creare una vera e propria macchina del consenso.

La macchina elettorale deve essere perfetta, deve possedere non un castello ma una segreteria, non bellatores (guerrieri), ma clientes (clienti), non contadini ma servi.

Il neofeudatario non dispensa terre e protezione contro i barbari, ma favori, licenze, assunzioni, finanziamenti, prebende varie.

Sia chiaro, quello che colpisce non è l’atteggiamento del neofeudatario , ma quello dei suoi sottoposti.

Voglio citare un libro sconosciuto ai più, “Discorso sulla servitù volontaria”, scritto da Etienne De La Boétie” nel 1549 e pubblicato clandestinamente nel 1576, un testo piccolo ma un capolavoro sulla libertà, meraviglioso e terribile allo stesso tempo, teso a smascherare l’atteggiamento di quegli uomini contenti di servire un tiranno, anche se il tiranno è un uomo senza qualità, uomini docili verso un padrone che li piega al proprio volere non con violenza ma facendo leva sulla loro compiacenza; non si capirebbe altrimenti il perché di chi, ricco di proprio (svincolato quindi dalla necessità e dal bisogno), senta lo stesso l’irresistibile piacere di sottomettersi.

De La Boétie ci spiega che i potenti sarebbero veramente poca cosa se non ci fossero pletore di servi pronti all’obbedienza.

Li vedi là, auto immortalati nelle foto e guardandoli capisci che sono contenti, compiacenti per aver stipulato un rapporto perverso tra l’uno, il forte e loro, i deboli.

La loro debolezza si trasforma in assuefazione, giungendo persino ad a modificare il loro pensiero per poter giustificare il loro servilismo.

Il fascino dell’obbedienza è molto diffuso, ma questi uomini si accontentano di poco, barattano la loro libertà con sistemazioni precarie e sottopagate, con promesse di corsie privilegiate per ottenere favori; quindi la questione è soprattutto psicologica, essi hanno una propensione naturale al servilismo, sono disposti a sottomettersi per poco pur di entrare nelle simpatie del potente.

Non li condanno, “tengono famiglia”, ed è per questo che lancio loro un appello.

Nel suo “Trattato del ribelle” Ernest Junger vuol convincere gli uomini che la resistenza ai potenti è possibile e nasce dalla conquista della libertà interiore:

“se le grandi masse fossero così trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono ad un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poiché tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale adire quegli esseri che non hanno dimenticato cos’è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in se stessi, c’è il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. E’ questo l’incubo dei potenti”.

Nessuno di noi si erge a moralista, a giudice, nessuna condanna senza appello, la verità è che, pur tra i mille errori commessi, alcuni uomini conservino un’ idea della politica come dignità, speranza, capacità critica e soprattutto libertà.

Credetemi non siamo tutti uguali.

Caro Pietrangelo Buttafuoco, te lo do io Nello Musumeci

in Attualità di

La crisi del sistema politico siciliano sembra ormai aver toccato il suo picco più alto,ormai assistiamo alla fine dell’etica, all’inabissarsi del sacro, alla scomparsa dei valori tradizionali, soppiantati da disvalori che appartengono alla sfera ecomico-finanziaria.

A questo squallore fa da cornice una crisi economica senza precedenti e, dulcis in fundo, la Sicilia ha dovuto sopportare il “cuffarismo”, il “lombardismo” e il “crocettismo”, tsunami di proporzioni bibliche.

E’ tutto perso?E’ finita?

Non lo sappiamo, ma di solito da una crisi parte il cambiamento, quello vero si spera, quello rivoluzionario.

Rivoluzionario non nel senso di rivolta armata, di colpo di stato, ma nel suo significato etimologico e più autentico: ripristino delle condizioni precedenti.

In questa accezione del termine sta il senso autentico della scommessa di Nello Musumeci, ripristino delle condizioni precedenti significa visione politica come capacità di progettare, costruire, saper discernere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, in rapporto alla res pubblica.

Il cambiamento nella sua prospettiva rivoluzionaria è la determinazione di suscitare, sentimenti, speranze, passioni.

Per innescare il cambiamento bisogna, naturalmente, che ci sia qualcuno che lo interpreti.

Per troppo tempo abbiamo assistito allo spettacolo indecente di persone a cui è stato letteralmente impedito di esprimere il proprio valore al servizio della cosa pubblica.

Ma ora siamo al capolinea, siamo sospesi sul baratro, siamo sotto una spada di Damocle che incombe su di noi.

Ammettiamolo, uomini e donne di sinistra e di destra, grillini, indipendentisti, l’unico in grado di arrestare il declino della Sicilia è Nello Musumeci.

Stare dalla parte di Nello non è un atto fideistico, non è solo apprezzare la persona, non è semplicemente scegliere un leader.

Stare con Nello è un atto d’amore per quello che lui rappresenta: la sicilianità.

Nello è qualcosa che va al di là della sua stessa persona, è un simbolo, un esempio, un modello comportamentale.

La sua carriera politica è la rappresentazione plastica di un uomo che si è tentato di isolare, da parte di chi è dedito ai compromessi, alle ipocrisie, alle disonestà tipiche di quel comportamento che Musumeci stesso definisce la malapolitica.

La sua carriera politica è l’espressione di ciò che è l’alto senso delle istituzioni, il rispetto degli avversari, il senso profondo dei valori.

Nello è un sopravvissuto, l’ultimo erede di una razza di politici in via d’estinzione.

Il buon Dio, non è dato sapere perché, ha fatto nascere in un determinato periodo storico uomini di un’altra tempra, preparati, colti, con alto senso civico, Nello Musumeci viene da quel mondo.

Lui non si è riciclato, non si è messo a scimmiottare il grillismo, coerente e duro come la roccia, testardo come un mulo,è convinto che la politica sia una nobile arte al servizio della gente.

Si, forse ha ragione Pietrangelo Buttafuoco: la cocciutaggine di Musumeci gli fa credere di poter governare l’ingovernabile.

Ma caro Buttafuoco qual è l’alternativa?

Forse rifugiarsi nei peggiori difetti di noi siciliani: il vittimismo, il fatalismo, la convinzione gattopardesca che sia tutto irredimibile, immutabile?

Oppure, caro Buttafuoco, non è meglio richiamarsi all’ideale dell’ostrica di Verga e rimanere avvinghiati ai più autentici valori della nostra terra, e tra questi il più alto dei valori: la Sicilia.

La Sicilia, non un’isola ma un continente, crogiolo di civiltà, storia.

La Sicilia come assoluto, assoluto come bellezza, unicità, identità.

La Sicilia come sublimazione e magnificenza per i suoi vulcani, le sue isole, per i suoi fiumi, per i suoi panorami mozzafiato.

La Sicilia della grande cultura: Verga, Pirandello,Quasimodo, Guttuso, Gentile, Sciascia…

La Sicilia dei grandi eroi:Impastato,Borsellino,Falcone,…

La Sicilia benedetta dagli slanci di generosità nell’accoglienza dei lampedusani.

La Sicilia nobile,migliore,autentica.

Non ci rimane che avere il coraggio di sperare, perché il coraggio della speranza è la forza vitale di rimanere ancorati ai propri valori, di rimanere attaccati alla passione e all’amore per la propria terra.

Il coraggio della speranza non è un’illusione ma l’assoluta certezza di farla “Ridiventare Bellissima”.

Rissa tra immigrati e adraniti: lo scontro ideologico tra buonisti d’accatto e idioti xenofobi, amplificato dagli imbecilli di Facebook

in Attualità di

di Antonio Cacioppo

Viviamo tempi difficili, la società è su un crinale caratterizzato da paura e ferocia. Assistiamo quotidianamente a squallide dimostrazioni, violente aggressioni, terribili scontri tra italiani e stranieri.
Il clima si è fatto incandescente da molto tempo, ormai i flussi migratori preoccupano tutti, per questo non c’è da meravigliarsi per le continue proteste, perché riflettono il disagio nei confronti dello “straniero”, del “diverso”, del “nemico”. E’ un’inquietudine prodotta dalla globalizzazione di cui l’immigrazione è uno dei riflessi.
Questo clima diventa ancora più drammatico quando ha una forte correlazione con la nostra vita quotidiana, come i recenti fatti di Adrano testimoniano.
Intanto, derubricherei gli scontri tra adraniti e immigrati ad un semplice episodio legato alla “tradizione” tipica della nostra città, chi non ricorda le risse, le coltellate coi “scassapagghiari”di Biancavilla, sempre per questioni “etniche” di campanile e per questioni di donne.
Niente di nuovo sotto il sole, l’unica differenza è che al nemico di Biancavilla si è sostituito l’immigrato.
E non è vero che Adrano è diventata violenta recentemente, lo è sempre stata, come non ricordare il “Triangolo della morte”,come non ricordare il numero spropositato di morti ammazzati.
Alla presenza endemica della violenza si aggiunge, oggi, la desertificazione della borghesia adranita, incapace di esprimere una classe dirigente all’altezza e di conseguenza non in grado di elaborare, a nostro parere, analisi precise e veritiere su alcuni fenomeni sociali. Quello che è successo ad Adrano non ha radici locali ma va inquadrato in un contesto generale di cui noi adraniti siamo un semplice riflesso.

Tentiamo una riflessione partendo da una considerazione di tipo storico

1) Il mercantilismo del Seicento e del Settecento non si occupava solo di scambi commerciali, ma trattava una particolare “merce”, molto preziosa lo schiavo che veniva prelevato direttamente in Africa;

2) L’imperialismo prevedeva l’occupazione militare del continente africano, con lo sfruttamento degli schiavi sul posto;

3) La globalizzazione, la forma più sofisticata, oggi, di schiavismo, perché prevede lo sfruttamento degli schiavi nei paesi industrializzati attraverso l’immigrazione di massa.

Ma se facciamo attenzione un attimo, se ragioniamo, ci si accorgerà che ci vogliono ingannare con quella che alcuni studiosi hanno definito “neolingua”. E’ improprio parlare di immigrazione di massa, si tratta, invero, di una vera e propria deportazione di massa, che utilizza l’importazione di schiavi.

Importare schiavi serve ad abbassare il costo del lavoro,significa mettere l’un contro l’altro, gli italiani contro gli immigrati per una corsa tesa ad impoverire il livello dei diritti e lo standard dei salari, una guerra tra ultimi e penultimi.

Puntare il dito contro l’immigrato è ostinarsi a non capire. E’ l’incapacità di non saper risalire alle cause profonde di questo dramma umano. E se non ci si ostina si può riflettere su chi sta dietro questo fenomeno, su chi ha interesse a importare manodopera a basso costo, su chi non ha impedito il crollo della natalità in Italia per poter giustificare l’immigrazione.
Di fronte a queste semplici riflessioni ci sembra lapalissiano concludere che il nemico non è l’immigrato ma chi lo utilizza. Non a caso dietro alcune O.N.G. opererebbero personaggi come Soros, il multimiliardario che gioca a fare il filantropo sulla pelle dei nuovi schiavi per poter importare carne umana da sfruttare.

E non è un caso che la desertificazione dei diritti degli italiani (cancellazione dell’articolo 18, jobs act, contratti a tempo sottopagati, precarizzazione), corra di pari passo con gli enormi flussi migratori.
Alla fine il disegno appare chiaro, sia noi europei, che loro, gli stranieri, saremo trasformati in una indistinta massa da sfruttare.

Ci rendiamo conto che questa analisi è devastante, terribile, ma sono ancora più gravi le risposte che taluni danno al problema.
Nella fattispecie le risposte sono due:

-I buonisti d’accatto che elogiano l’immigrazione;

-Gli idioti della lotta tout court contro gli immigrati.

Entrambe le risposte ideologiche sono da considerarsi un riflesso condizionato e indotto dai mezzi di comunicazione amplificati dagli imbecilli di facebook.
La narrazione si concentra sugli effetti dell’immigrazione nella nostra realtà, senza indagarne le cause.
Per essere più precisi, per gli ultras dell’ “accogliamoli tutti” bisognerebbe aprire le frontiere, ci dovremmo arrendere ad un cosmopolitismo di maniera, per cui tutti saremmo proiettati in un mondo migliore dotato di una unica cultura; per capirci mi riferisco agli idioti dell’inglese per tutti, ai fautori del pensiero unico per l’abbattimento di ogni differenza e di ogni identità.
Dall’altra parte, si nota, altresì, la presenza di quei politici meschini che facendo leva sulle paure, sui bisogni della gente, speculano soffiando sul fuoco della xenofobia, perché gli stranieri porterebbero criminalità, disordine, malattie e ci ruberebbero il lavoro.
I primi sono dei veri e propri pazzi, infatti essi sono per la cancellazione dei confini per permettere la libera circolazione di merci e di uomini.
I secondi sono per alzare steccati, muri, filo spinato, bisognerebbe però spiegare loro che l’Italia è da tre lati circondata dal mare.
Le due soluzioni sono, a nostro avviso, peggiori della malattia che si pretende di curare.

L’immigrazione, lo sfruttamento, le guerre umanitarie sono gli effetti del sistema capitalistico.

Se non si parte da questa considerazione, se non si lotta contro la società mercantilistica, ogni tentativo di risolvere il problema sarà fallimentare.

Purtroppo la nostra classe dirigente non sembra condividere questa analisi, cioè che il nemico non è l’immigrato-schiavo, costretto a vivere chiuso in dei lager che chiamano, con un paradosso orwelliano, centri d’accoglienza, o nella migliore delle ipotesi a raccogliere prodotti agricoli a due euro l’ora.

Il nemico è la banca che ti porta via la casa perché non riesci a pagare le rate del mutuo dopo che ti hanno licenziato,

il nemico è il capitalismo finanziario che costringe gli imprenditori e i precari a suicidarsi,

il nemico è non chi emigra ma chi lo costringe ad emigrare,

il nemico non è chi è disperato ma chi lo ha costretto alla disperazione.

Il nemico è il modello neoliberista che ci vuole tutti migranti, tutti sfruttati, tutti privi di diritto, tutti precarizzati.

Eroi

in Attualità di

“Dei morti alle Termopili gloriosa è la sorte,grande l’impresa e un’ara la tomba. Per costoro non lamenti, ma la memoria viva; e il compianto un elogio. Né il musco potrà tale funerea veste disfare”. (Simonide)

Gli eroi diventano tali per dare un senso ad un mondo in preda al caos. Gli eroi rischiarano con la loro luce la via, ci mettono nelle condizioni di sognare e sognare significa guardare il mondo da un’altra prospettiva, per poterlo fare bisogna alzarsi in volo spinti dalla motivazione di coloro i quali non si accontentano dello squallore della nostra società. L’eroe è sfida, ribellione, è mito e “Il mito è mimesis per eccellenza, imitatio vitae, speculum consuetudinis, imago veritatis…” (Veneziani)

Gli eroi sono l’unica possibilità di non rassegnarsi, è la scelta non politica di affrontare la vita, ma metapolitica. Di fronte al liquefarsi della società che spinge verso l’abbattimento di ogni differenza culturale a favore di un modello unico, ci sono uomini ribelli, c’è chi non accetta supinamente questo “migliore dei mondi possibili”, chi non si prostra di fronte ad un bieco conformismo.

In un mondo scarnificato e desertificato avanza forte la voglia di lasciar perdere, fino a quando non appaiono prima in lontananza e poi sempre in maniera più nitida un gruppo di uomini, di Eroi che ti indicano la strada,che ti danno la possibilità di dare vita a idee, suggestioni, sogni che ti incitano a insorgere contro la demitizzazione della realtà.

E se degli eroi appaiono, arrendersi diventa un crimine e grazie a loro il sogno si attua e la speranza non muore.

Il mondo sarà nelle mani di coloro i quali avranno il coraggio di sognare e che sapranno correre il rischio di vivere realizzando i propri sogni, consci del fatto che gli Eroi-Mito non sono astrazione, fantasticheria, ma concretezza, essi servono affinché si resti ancorati ad una dimensione umana, servono a misurarsi col mondo, con gli altri, con la realtà.

A questo punto la loro memoria si eleva a comunità di uomini e di donne, si trasforma come per magia in un mondo migliore.

Cassazione choc: “Il boss Totò Riina è malato ma ha il diritto ad una morte dignitosa”

in Antonio Cacioppo/Attualità/Blog di

di Antonio Cacioppo

Molti hanno visto nel pronunciamento della Cassazione il trionfo dello stato di diritto. Anche il peggiore e sanguinario tra i mafiosi ha gli stessi e sacrosanti diritti di tutti noi. Da questo punto di vista la reazione e le parole di Sonia Alfano “…anche le vittime di Totò Riina avevano diritto a morte dignitosa”, sembrano stridere con il principio di legalità, secondo cui lo Stato deve agire in conformità al dettato costituzionale. La convinzione della Alfano sembra essere il frutto, secondo i partigiani dell’uguaglianza giuridica, della condizione emotiva della figlia di un padre ammazzato dalla mafia, in ogni caso, per questo motivo le reazioni di tutti i parenti delle vittime, tutte egualmente emotive, perderebbero di efficacia di fronte alla forza del diritto di uno stato democratico. Ma se lo stato di diritto vale anche per Riina, nel caso in cui lo Stato latita, sparisce o muore, il diritto ad esso collegato ha ancora senso?

E che lo Stato sia morto, e con esso anche il diritto, si evince, a mio avviso, da alcuni sinistri segnali:

-Lo Stato è morto nei quartieri dove le mafie spadroneggiano, sparando in pieno giorno, ammazzando anche bambini;

-Lo Stato è morto nelle stazioni ferroviarie delle grandi città, dove a comandare sono bande criminali dediti a scippi, stupri, spaccio, prostituzione;

-Lo Stato è morto nel disastro delle infrastrutture che si sbriciolano crollando su passanti ignari;

-Lo Stato è morto perché ha permesso la precarizzazione del lavoro, la perdita dei diritti e la creazione di una “generazione senza futuro”;

-Lo Stato è morto nella (non) gestione della immigrazione “subappaltata” ad Ong private, che traghettano i “nuovi schiavi” da sfruttare, collocandoli in strutture che assomigliano a dei lager;

-Lo stato è morto nei campi dove i caporali organizzano e schiavizzano gli immigrati costretti a vivere in baraccopoli di lamiera, in condizioni subumane;

-Lo stato è morto a causa di una classe politica imbelle, corrotta e in perenne commistione con massoneria e mafia;

-Lo stato è morto il 23 maggio 1992 quando 500 chili di tritolo distrussero un pezzo di autostrada e massacrarono Falcone e la sua scorta;

-Lo stato è morto il 19 luglio 1992 quando esplose una auto che annientò Borsellino e i suoi angeli custodi.

I segnali più evidenti che lo Stato sia morto si palesa in due momenti precisi: il primo relativo al momento in cui esso non ha impedito che i suoi servitori più fedeli fossero uccisi; il secondo relativo al pronunciamento della Cassazione che sottolinea la dignità della morte della “belva” Riina, dimenticando la straordinaria ed eroica dignità della consapevolezza di morte di Falcone, di Borsellino e di tutte le vittime di mafia.

Forse lo Stato non è morto solo nelle parole del Procuratore Antimafia Gratteri: “Non dimentichiamo che il 41 bis è stato istituito per evitare che i capimafia mandino segnali di morte verso l’esterno.” …È ora di finirla con l’ipocrisia di chi sale sui palchi a commemorare Falcone e Borsellino e poi fa discorsi caritatevoli”.

Ora, coraggio giudici e numi tutelari dello stato di diritto! Liberate Totò Riina! Questo, come ha detto Salvatore Borsellino, “sarebbe come uccidere di nuovo Falcone e Borsellino”, Dalla Chiesa, Chinnici, Impastato, La Torre, Livatino, Schifani, Dicillo, Montinari, Catalano, Loi, Li Muli, Cosina, Traina, Mattarella, Alfano, Basile, Fava, Bodenza…

Paolo Borsellino a Giovanni Falcone: “Al tuo funerale dirò che eri una testa di minchia”

in Antonio Cacioppo/Blog di

di Antonio Cacioppo

Avevo deciso di pubblicare sulla mia pagina facebook una semplice foto di Falcone senza nessun commento, ma un post sulla foto di un caro amico mi ha fatto scattare il meccanismo terribile del politicamente scorretto.

La delegittimazione
-19 Gennaio 1988: il C.S.M. non nominerà Falcone Consigliere Istruttore di Palermo,preferendogli Antonino Meli;

-31 Luglio 1988: Falcone e Borsellino con le rispettive famiglie vengono, controvoglia, ”segregate“ all’Asinara per redigere l’ordinanza del maxi-processo. Dopo un mese di permanenza lo Stato presenta loro il conto di cui Falcone conserverà la fattura;

-Comincia lo smantellamento del pool antimafia, tutte le indagini vengono parcellizzate, le istruttorie divise in mille rivoli, sconfessando di fatto un altro martire come Chinnici;

-20 Luglio 1989: la scorta di Falcone trova all’Addaura, presso la casa presa in affitto dal magistrato, 58 candelotti di esplosivo. Si scatenano immediatamente le voci che insinuano che il magistrato si sia messo da solo l’ordigno;

-Leoluca Orlando accusa Falcone di tenere nascosti nei cassetti una serie di documenti sui delitti eccellenti;

-Falcone, su iniziativa dell’allora Ministro Martelli, accetta di dirigere gli Affari Penali del Ministero, apriti cielo, viene accusato dai colleghi di alto tradimento;

-si scatena una vera e propria campagna di diffamazione e delegittimazione sui giornali, con la Repubblica in prima linea. Politici di tutte le risme, colleghi, giornalisti, fanno a gara per chi è più bravo a riversare sul magistrato odio, livore, sarcasmo.

La commemorazione
Uno stuolo di politici, giornalisti, personalità, imprenditori, gli stessi che lo hanno prima attaccatoe poi abbandonato, si precipitano, come in una grande sfilata di carnevale, a ricordare una persona che non sono degni nemmeno di nominare. Una vera e propria fiera dell’ipocrisia, basta guardarli in faccia questi sepolcri imbiancati, hanno visi di circostanza, sono falsi. Rappresentano uno Stato inesistente, nullo, ipocrita, che prima abbatte i suoi migliori servitori e poi li commemora.
La Falconeide del 23 Maggio che si trasforma in show televisivo, dove tutti giocano all’antimafia.

Le parole di Borsellino.
I due magistrati, grandi amici, spesso ironizzavano sul loro sicuro tragico destino e Paolo un giorno dice a Giovanni:

“Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa quando ti avranno ammazzato. In questo mondo ci sono tante teste di minchia. Teste di minchia che tentano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello, quelli che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero. Ma oggi, signore e signori, davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti. Uno che si è messo in testa, niente di meno, di sconfiggere la mafia applicando la legge”.

Aveva ragione.

I complici di Renzi ora vogliono la scissione

in Antonio Cacioppo di

di Antonio Cacioppo

La scissione annunciata da un gruppo di dirigenti del P.D. all’Assemblea Nazionale del partito, lascia sgomenti, non potrebbe essere altrimenti, visto che trattasi del maggiore partito italiano. Per capire la portata dell’eventuale avvenimento, è sufficiente dare un’occhiata ai nomi dei protagonisti: Bersani, D’Alema, Rossi, Speranza, Epifani, cioè ex Primi Ministri, ex Segretari di partito, ex Segretari C.G.I.L, Presidenti di Regione. Si spaccherà o non si spaccherà? E se si dovesse spaccare, quali saranno i gravi motivi che potranno giustificare la fine del P.D., come l’abbiamo conosciuto, come l’unione cioè di due grandi tradizioni politiche, quella cattolica di sinistra e gli eredi del P.C.I.? Ascoltando gli interventi all’assemblea del partito, in particolar modo quello di Epifani,si scopre che i motivi sono riassumibili:
1) nella gestione personalistica di Renzi; 2) nella data del congresso del partito, da indire in conseguenza delle dimissioni del segretario; 3) nell’eccessivo ricorso al voto di fiducia, attuato per costringere la minoranza del partito a votare provvedimenti di cui non si condividevano i contenuti; 4) la data delle prossime elezioni. Tutto qua? Per motivi così deboli si spacca un partito? Questi motivi, come hanno rilevato tutti gli osservatori, non sono sufficienti a giustificare una rottura storica come questa.
Allora proviamo noi ad individuarne la ragione vera, fuori dalle ipocrisie, al netto del tatticismo, la vera ragione dell’insanabile dissidio. La causa scatenante sta nella composizione delle liste alle prossime politiche, liste che se fatte da Renzi determinerebbero l’estinzione politica della minoranza dem. Quindi la scelta per gli scissionisti è tra la certezza di scomparire politicamente e la speranza, formando un nuovo partito, di essere rieletti e quindi sopravvivere. E fin qui nessuno scandalo, da sempre la politica è anche conquista della rappresentanza senza la quale non si può esercitare la possibilità di portare avanti le proprie visioni politiche. Quello che invece scandalizza è che la scissione non si consumerà su contenuti politici, su visioni contrapposte della società, ma su questioni procedurali e su date riguardanti elezioni e congressi. Chi tra i due contrapposti fronti riuscirà a prevalere non è dato sapere, ma una cosa appare certa: a perdere saranno i cittadini, il popolo, perché la sinistra, come già la destra si badi bene, hanno sacrificato il bene comune alle logiche del dio mercato. Infatti tutto è iniziato con Tony Blair e Bill Clinton i mentori della globalizzazione spacciata come nuova religione, per passare ai loro epigoni italiani Prodi, Veltroni, D’Alema, Letta, fino ad arrivare a Renzi, colui il quale è riuscito là dove Berlusconi e persino Monti avevano fallito:  il massacro dei diritti sacrificati sull’altare del globalismo capitalista. Altro che scissione! Questi signori, questi falsi antagonisti, questi attori capaci di recitare sempre lo stesso ipocrita copione, dove erano: 

  • quando il centrosinistra consegnò l’Italia al sistema euro che ci ha ridotti in queste condizioni?             
  • quando,su ordine dei tecnocrati di Bruxessel,si è desertificata la spesa sociale con tagli lineari?
  • quando si è massacrata la sanità pubblica?
  • quando si è approvato il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18?
  • quando hanno approvato la riforma della scuola con la famigerata legge 107?
  • quando è entrata in costituzione, per ordine della Troika, il pareggio di bilancio?
  • quando sono stati introdotti i Voucher, simbolo di moderna schiavitù?
  • quando hanno condannato un’intera generazione alla perdita del loro futuro?
  • quando si sono piegati alla perdita della sovranità nazionale?

La sinistra non si scinderà in questa attuale vicenda, lo ha già fatto da tempo. La sinistra si è scissa nel momento preciso in cui ha venduto la sua anima al potere finanziario. Nel capolavoro di Hobsbawm, “Il secolo breve”, l’autore fissa un pensiero fondamentale: “alla fine del secolo è stato possibile capire come sarà un mondo nel quale il passato, incluso il passato nel presente, ha perso il suo ruolo, in cui le vecchie mappe e carte che hanno guidato gli esseri umani non raffigurano più il paesaggio nel quale ci muoviamo, né il mare sul quale stiamo navigando. Un mondo in cui non sappiamo dove il nostro viaggio ci condurrà e neppure dove dovrebbe condurci.”

Questo è il tempo della fine delle certezze, la fine delle identità ideologiche e della fine della sinistra come della destra. Tramontate le certezze novecentesche, scomparse le vecchie categorie politiche, è cessata la possibilità di resistere a questo sistema?   No, per fare ciò basterebbe ripartire da alcune idee e valori nè di sinistra e nè di destra ma al di là della destra e della sinistra. Identità culturale, giustizia sociale, comunitarismo, stato sociale, prevalenza del bene pubblico sull’interesse privato, diritti non solo degli individui ma dei popoli, primato della politica sulla finanza in nome di una grande alleanza contro lo strapotere della globalizzazione.                       

In un tempo in cui la povertà cresce in maniera esponenziale e l’unica risposta è stata l’austerità e la precarietà, in un tempo che è stato testimone della morte dello stato sociale che garantiva assistenza  agli ultimi, una scissione di questo genere non cambia nulla.     Intraprendere un nuovo percorso che ci faccia superare le macerie della destra e della sinistra, fare attecchire un nuovo patrimonio di valori, questo ci vorrebbe. Un compito difficile, pieno di ostacoli, ma che in un mondo di rovine vale la pena di intraprendere.

Di fronte ad uno scenario del genere, la scissione del P.D. che significato ha? Tanto rumore per niente.  

Adrano assomiglia alla descrizione di Ficarra e Picone nel film l’Ora Legale?

in Politica di

di Antonio Cacioppo

“L’ora legale”, di Ficarra e Picone, è un film dove la risata non è fine a se stessa, ma è lo strumento per una riflessione sulla nostra società e lo fa nel solco della tradizione della commedia all’italiana, dove il sorriso si stempera fino a diventare ghigno, riso amaro. Il film è straordinario poiché descrive una società dove si è smarrito il senso del pudore, dove si è arrivati addirittura al paradosso tale che se un politico non è stato rinviato a giudizio o condannato la società lo ritiene inadatto a governare.

Nella nostra realtà adranita, come nel film, si è strutturata una rete di interessi, di aspettative che, si badi bene, non appartengono soltanto al mondo dei politici, ma anche agli apparati tecnici e alle imprese. Ed è difficile opporsi a questo sistema, d’altronde coloro che “tengono famiglia” sono numerosi, tante “le bocche da sfamare” e quindi in parecchi votano questi politici nella speranza di riceverne qualcosa in cambio. Questa è la denuncia del film, la complicità di tutti verso il malaffare, la ricerca della raccomandazione, del favore.
Il finale del film è terribile, ti disarma e capovolge le regole della commedia che prevede finali felici. La scena finale è nitida, non si presta ad interpretazioni: l’unico cittadino ribelle al pensiero unico viene legato ad una sedia dall’inviato della politica romana con l’assistenza compiaciuta di un carabiniere e di un mafioso.

Ma nella realtà della nostra Adrano si va ben oltre la finzione cinematografica, basti guardare chi vuole o dice di volersi opporre al sistema e si scopre che essi si rivelano, molte volte, una cura peggiore della malattia, manifestano un’incapacità nel costruire un progetto unitario per superare differenze politiche e caratteriali, incapacità di pensare una proposta autenticamente alternativa che vada al di là dei buoni propositi. Essi sognano soltanto, illudendosi che l’avversario abbia un “incidente di percorso” provocato da alchimie consiliari. La somma di queste “incapacità” sfocia in una gara tra oppositori o presunti tali, fra chi è più bravo, più furbo, più preparato. Essi non riescono nemmeno ad avere un visione oggettiva della realtà, tendono a sopravvalutarsi e a sottovalutare gli interlocutori, col risultato di rinchiudersi in un “loro” mondo fatto di piccole consorterie, sognando improbabili rivincite con motivazioni risibili, come velleitarie rivolte generazionali o inseguendo soluzioni miracolose al grido semplicistico di andare oltre Mancuso e Ferrante.

Così si corre verso il nulla. Chi pensa che le prossime elezioni siano l’obiettivo primario, ha un orizzonte minuscolo. Bisogna invece guardare alle nuove generazioni, non fraintendete, non è un problema di età ma culturale. E c’è chi ha già intrapreso da anni questa politica per il futuro, sbagliata o giusta che sia, con chiarezza di intendi:
– costruire una nuova base culturale d’opposizione nei confronti di coloro che posseggono questa visione errata di potere e di consenso;
– organizzare eventi, laboratori di idee, convegni, attività, dibattiti;
– diffondere, attraverso i social e giornali, idee e posizioni alternative;
– promuovere battaglie per difendere un territorio che è patrimonio incommensurabile di identità e bellezza.

Tutto questo patrimonio di idee ed esperienza, compresi gli errori commessi, è stato proposto ad alcuni “oppositori”, ma la risposta è stata, nella migliore delle ipotesi il silenzio, nella peggiore il tatticismo o la “tragidiuzza politica”. La sensazione di scoramento ti spinge a concludere che tutto è inutile. Poi arrivano flebili segnali, pietre lanciate nel putrido stagno della politica nostrana. Il giornalista Nicola Savoca scrive un pezzo che già nel titolo è significativo, “Una squadra di fenomeni e lo scimpanzé col mitra”. Ma la domanda, la domanda vera da porsi è: esistono “fenomeni” in una città come Adrano? Non lo sappiamo, ma ci rendiamo conto che, almeno un’ipotesi bisogna pur farla, bisogna sforzarsi di crederci, ad una condizione però, che questi fenomeni, qualora fossero presenti, debbano avere certe caratteristiche:
– dovrebbero essere sognatori, ma di sogni realizzabili;
– dovrebbero avere una strategia con responsabilità chiare e scadenze precise;
– dovrebbero avere un obiettivo senza cambiare idea durante il percorso.

Per fare tutto questo bisogna scegliere il “sentiero” in cui incamminarsi affinché ci si arricchisca, affinché si possano scegliere bene i compagni di viaggio. Obiettivo, progettazione, cammino, dovrebbero far parte del patrimonio comune e condiviso dei “fenomeni”. Senza trascurare il fatto, però, che si dovrebbe avverare la grande “Trasformazione dei fenomeni” in gente comune, gente ordinaria, capace di fare cose straordinarie, capace di anteporre il senso civico e il bene comune agli interessi personali, gente che sia capace di ascoltare gli altri, gente che stia dalla parte degli ultimi, gente in grado di dar voce a chi non ne ha perché vive nella povertà e nell’ingiustizia, gente vogliosa di dare voce alle periferie di Adrano abbandonate nell’incuria, gente desiderosa di mettere al centro del proprio progetto politico la dignità della persona, gente competente per trasformare i progetti in azioni concrete.

Sarà realizzabile tutto ciò? Se proviamo a guardarci intorno abbiamo una certa difficoltà ad intravedere uno  scenario così delineato. Troppi politicanti senza arte ne parte, troppi servi sciocchi, troppi che inquinano la città di pattume ideologico, troppi zombie che resuscitano dai loro putridi sepolcri dopo aver devastato la nostra città, troppi fannulloni del web che gracchiano e pontificano su tutti e tutto. Questi sembrano essere i segni del declino, ormai i minus habens imperversano, comandano, ti zittiscono. E in questa desolazione avanza una insostenibile voglia di lasciar perdere.
O no?

Lettera a Michele, il ragazzo suicida di Udine.

in Antonio Cacioppo di

di Antonio Cacioppo

Michele avevi trent’anni e ti sei ammazzato perché eri stanco, disperato, arrabbiato.
Non giudicherò la tua decisione, non ne ho gli elementi e non sono in grado di capire fino in fondo il dolore e l’angoscia che ti hanno portato all’estremo gesto. Non mi schiererò con coloro che ti vogliono valutare a tutti i costi, fortunati come sono con il loro lavoro, i loro agi. Non accetterò mai coloro che diranno che il tuo suicidio è conseguenza di problemi psichici. Non approverò per nessuna ragione al mondo, coloro che sosterranno che il precariato è un valore e la flessibilità lavorativa una fortuna piovuta dal cielo. Rispetto la tua drammatica decisione, perché frutto di un’analisi penetrante e veritiera, come testimonia la tua lettera.

Come non essere d’accordo con te, Michele, e con la tua rabbia verso una società che ha smantellato il Welfare, pezzo per pezzo, introducendo il Job Act, i voucher, forme moderne di schiavitù per decontrattualizzare il lavoro e renderlo senza tutele. Come non essere d’accordo con te,Michele,sul fatto che il lavoro precarizzato è l’asservimento dei deboli,dei senza diritti, nei confronti dei forti,dei potenti. Come non essere d’accordo con te, Michele, che la subordinazione economica, lo sfruttamento, il lavoro parcellizato e pagato miseramente, è anche e soprattutto assoggettamento esistenziale, infatti il nuovo schiavo perde la sua umanità e la sua identità, posto com’è di fronte alla drammatica scelta tra morire di fame o accettare le condizioni disumane di un oppresso.

D’accordo su tutto, ma mi dispiace dirtelo, su una cosa hai sbagliato, e te lo dico con tutto il rispetto e l’affetto che meriti, hai sbagliato ad ammazzarti. Posso capire che si sceglie di farla finita per rimorso, per colpe commesse, ma non si ci ammazza per colpe commesse da altri, per colpa di un sistema. Eppure tu, in quella lettera lucida e straziante, hai indicato perfettamente chi sono i responsabili, ecco perché la tua lettera è una denuncia sociale, ecco perché tu sei morto, per un crimine sistemico fatto da altri, ecco perché più che un suicidio, a me sembra un omicidio.

E però, caro Michele, la realtà non è mai una somma di dati oggettivi che noi dobbiamo semplicemente accettare come ineluttabili, al contrario la realtà è l’esito delle nostre azioni e può essere sempre trasformata e ribaltata. Ecco perché non accetto il tuo gesto estremo, ma non accetto soprattutto gli uomini che, costretti dal potere a rinunciare al loro futuro, non oppongono resistenza, si voltano da un’altra parte, non si impegnano in un’azione di rovesciamento dell’esistente, tutti presi da una malattia terribile e contagiosa che si traduce in una forma di fatalismo fine a se stesso. Questa realtà ci mette inevitabilmente di fronte ad una scelta: subire o reagire.
Ribellarsi ecco la cosa giusta. Non solo contro il sistema, ma contro l’abulia, il menefreghismo, l’indifferenza di tutti quegli uomini che non si mobilitano di fronte alle squallide ingiustizie, ma si esaltano invece per la squadra del cuore, si mettono in fila per l’ultimo smartphone, si drogano nelle discoteche, si entusiasmano per il festival di Sanremo.

Jus resistentiae, diritto alla resistenza contro un apparato mostruoso. Mai venir meno al dovere di ribellarsi, mai accettare i soprusi, mai abituarsi alle ingiustizie, mai avere timore dei tiranni, ma da vivi Michele, da vivi.

Scusami per questo mio sfogo,ma mi è insopportabile l’egoismo di una società che assiste indifferente al suicidio di imprenditori, di padri di famiglia, di disoccupati permettendo solo a pochi di stare bene. Mi è insopportabile assistere alla disossazione di una intera generazione.
Ciao, Michele, e grazie per le tue parole che mi permettono di chiederti perdono per non aver fatto abbastanza affinché tu vivessi come avresti meritato.

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