Author

Calogero Rapisarda

Calogero Rapisarda has 13 articles published.

Calogero Rapisarda, presidente Associazione Culturale Symmachia

Randagismo ad Adrano, un problema sottovalutato dall’amministrazione.

in Attualità/Blog/Calogero Rapisarda di

di Calogero Rapisarda


Ho avuto il dispiacere di leggere su 
TVA il racconto di un uomo che in zona San Filippo è riuscito ad evitare l’assalto da parte di un branco di cani randagi grazie ad un passaggio. In verità, nei giorni scorsi, anche a noi sono pervenute diverse segnalazioni, alcune provenienti da mamme terrorizzate, residenti in zona cappuccini, che ogni mattina sono costrette ad accompagnare i propri figli in auto per evitare eventuali attacchi da parte di un numeroso branco di cani (vedi foto). Altre segnalazioni ci sono giunte invece da parte di alcuni ragazzi che, in zona Corso Sicilia, durante le passeggiate con i loro cani sono spesso costretti alla fuga o a rifugiarsi nelle attività commerciali.

Purtroppo mi sembra che il problema sia stato ampiamente sottovalutato da questa amministrazione. E’ vero che le risorse economiche sono poche, ma cosa c’è di più importante della salute dei cittadini? I cani randagi, infatti, oltre a poter attaccare i passanti, possono essere la causa dell’aumento di incidenti stradali, della trasmissione di malattie verso la fauna locale ma anche verso l’uomo, come la rabbia o leishmaniosi. Tutto ciò costituisce un pericolo anche per i cani stessi che sono costretti a vivere in maniera pietosa, oltre ad essere spesse volte soggetti ad avvelenamenti da parte di gente che agisce facendosi guidare dalla rabbia che però, certamente, non giustifica tali vili gesti.
 
Considerato tutto questo e consci che le principali cause del randagismo sono due: abbandono di cucciolate indesiderate e riproduzione non controllata dei cani vaganti. Non sarebbe il caso di adottare misure più idonee per la risoluzione del problema?
 
Ecco un elenco di proposte utili alla causa:
 
  •  Campagna di iscrizione all’anagrafe canina e dotazione di microchip per i cani padronali;
  • Incentivare economicamente le sterilizzazioni per evitare cucciolate indesiderate;
  •  Sterilizzazione e iscrizione all’anagrafe di tutti i cani randagi;
  • Localizzare tra gli immobili o terreni di proprietà comunale luoghi adatti alla realizzazione di microcanili da poter dare in gestione a volontari animalisti;
  • Aumentare la collaborazione con le stesse associazioni di settore promuovendo corsi all’interno delle scuole (asili, elementari e superiori) sulla corretta gestione degli animali affettivi e promuovendo anche giornate di adozione di cani in piazza;
  • Incentivare l’adozione fornendo una basica assistenza veterinaria per il primo anno;
  • Istituire un servizio di recupero cani vaganti e soccorso cani feriti tempestivo;
  • Creazione di un area apposita sul website del Comune di Adrano con un photo book degli animali ritrovati, per permettere sia il riconoscimento da parte degli eventuali padroni e sia l’adozione da parte di chi ne sia interessato.
A questo punto chiediamo al Sindaco Ferrante e all’assessore al ramo Calambrogio, quante e quali di queste misure sono state finora adottate? Quali si ha intenzione di adottare in futuro?
Auspichiamo una loro risposta oltre che un intervento serio che possa mettere al riparo da qualsiasi conseguenza sia i cittadini che gli stessi animali.

Adrano nell’occhio del ciclone di Striscia la Notizia.

in Antonio Cacioppo/Attualità/Blog/Generale di

“Cominceremo a morire il giorno in cui resteremo silenziosi di fronte alle cose che contano.”
(Martin Luther King)

di Antonio Cacioppo

L’ipocrisia è la costante scritta nel dna della maggior parte dei politici di Adrano. Non si scoprono mai, giocano di rimessa, rispondono solo se chiamati in causa, prima guardano, poi fiutano l’aria e si comportano di conseguenza, si credono furbi… politici appunto.

Si acquattano per sfruttare a loro vantaggio ogni situazione, perché sono convinti che la gente non sia capace di capire le loro strategie, infatti per loro le persone non sono niente, sono poca cosa, ecco perché i politici ostentano prepotenza verso i cittadini, salvo poi trasformarsi in servi di fronte ai potenti.

Ma andiamo ai fatti.

Ad Adrano appaiono carte da morto per una persona che morta non è. Reazione? Nessuna. Silenzio per 24 ore, 48 ore, fino a quando non arriva in paese Striscia la Notizia.

Contemporaneamente i giovani di Adrano si mobilitano sui social in maniera spontanea, organizzano riunioni (dentro cui in maniera maldestra cercano di “imbucarsi” alcuni politici, senza riuscirci).

Il vuoto e il silenzio iniziale viene colmato paradossalmente da una trasmissione televisiva e, soprattutto dal moto sincero dei ragazzi adraniti che organizzano una manifestazione su cui molti avrebbero voluto mettere il cappello.

A quel punto ai politici sornioni, che comprendono di non avere più scampo, scatta in loro, inesorabile, il riflesso condizionato dell’ipocrisia trasbordante, e giù un’orgia di dichiarazioni, di comunicati stampa, interviste:

-hanno leso l’onorabilità  della città ;

-hanno fatto passare un messaggio sbagliato;

-fuoco e fiamme contro la Petyx;

Come se il problema non fossero i manifesti e il loro messaggio inquietante, ma Striscia la Notizia. La classica operazione ipocrita di chi vuol distogliere l’attenzione da un fatto gravissimo per addossare la colpa ad altri.

Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito.”

Si badi bene tutta l’orgia della indignazione “pelosa” si è avuta soltanto e solo dopo che gli avvenimenti li hanno travolti, soltanto dopo che Striscia la Notizia è venuta ad Adrano e soltanto dopo che i social hanno prodotto una vera e propria rivolta morale. Solo a questo punto, come per magia, diventano tutti portatori di valori di legalità, si riempiono la bocca con dichiarazioni di antimafia.

Antimafia? Ma di quale antimafia stiamo parlando?

-Forse l’antimafia di coloro i quali non fanno politica ma vivono di politica?

-Forse l’antimafia di coloro i quali hanno avuto vantaggi personali, familiari, amicali, dalla politica?

-Forse l’antimafia di coloro i quali si riempiono la bocca di ETICITA’ e nel frattempo hanno fatto e fanno carriera professionale con la politica?

-Forse l’antimafia di coloro i quali praticano il clientelismo come un modo normale di comportamento politico?

-Forse l’antimafia di coloro i quali sono disposti a vendere i loro compagni di squadra e la loro dignità morale pur di arrivare alla poltrona?

Davanti a noi un quadro deprimente a causa di una progressiva discesa verso l’abisso della perdita dei valori, un quadro che ci può costringere ad assuefarci con apatica rassegnazione.

Poi all’improvviso arrivano scintille di speranza.
Dopo le false indignazioni, arrivano quelle vere. Dopo le false condanne, arrivano quelle vere.

Giovani, badate bene, quelli autentici, si rivoltano:

-Contro la rozzezza e la mancanza di cura, attenzione, sensibilità  verso gli altri;

-Contro l’inadeguatezza di chi governa non avendo come fine il bene comune;

-Contro la noia, la superficialità , l’incapacità  di ragionare e capire le cose;

-Contro il servilismo;

-Contro la criminalità e la paura che ne deriva;

– Contro l’indifferenza che porta ad un angosciante nichilismo che determina la perdita della generosità, della libertà, del rispetto per il prossimo.

Giovani che si esprimono con giudizi taglienti, con capacità  d’analisi, con trovate creative tipiche della loro età  e smascherano il gioco di certi politici, smontano il giocattolo della loro ipocrisia, reagiscono, discutono, agiscono.

Loro sì che sono i portatori della legalità, dei valori più autentici dell’antimafia.
Non ci resta che alzare la testa e scrutare l’orizzonte per seguire queste scie luminose che prima o poi riusciranno a farci lasciare alle spalle questo squallore.

Cambiare mentalità per cambiare Adrano

in Attualità di

di Rosario D’Agate

In merito ai fatti accaduti negli ultimi giorni in Adrano, preme fare un’attenta riflessione. Qualche giorno fa questo paese balza alla cronaca per un fatto piuttosto eloquente, ovvero l’affissione di necrologi indirizzati ad un presunto collaboratore di giustizia. Non passa molto tempo (due giorni per l’esattezza) che nuovamente Adrano è protagonista, in negativo, di un fatto a dir poco incivile. È stata bruciata in pieno centro cittadino la campana per la racconta differenziata del vetro. Basta questo per farci capire come mai i giovani, miei coetanei e non solo, preferiscono andare a vivere altrove. Chiaramente il problema non è questo splendido paese perché in pieno centro a fare da cornice a quell’ignobile gesto c’è una piazza che non ha nulla da invidiare alle più belle piazze siciliane. Ecco, è l’adranita il problema.

Il “durnese” medio ha un innato senso di prevaricazione e di sopruso, e non perde occasione per dimostrarlo. Il responsabile di quel gesto, infatti, sicuramente avrà voluto mettersi in mostra con i propri amici distruggendo una delle pochissime cose buone che l’amministrazione tenta di fare. Perché bruciare qualcosa in pieno centro ti fa sentire un duro. Questo è l’adranita medio.

La cosa che fa più rabbia, e che mette una paura immensa, è l’assenza assoluta di controlli. Questa è la riflessione da fare: è mai possibile che un pseudo-cittadino agisca indisturbato nel compiere un’azione simile? Bruciare una campana di vetro richiede tempo, e in quell’arco di tempo è possibile che un vigile, una pattuglia o anche un semplice cittadino, non sia intervenuto? Già, perché l’adranita medio è anche colui che nasconde sempre la testa sotto la sabbia e la fuoriesce solo per lamentarsi delle cose che non funzionano. Ma le lamentele non servono a nulla, se poi non si ha il coraggio di indignarsi e di reagire.

Probabilmente è per colpa dell’adranita incivile se Adrano è considerato uno dei paesi più invivibili della provincia. Ed è inutile dire che Adrano non è solo questo, perché Adrano purtroppo è questo e nessun cambiamento sarà possibile fintantoché non ci decidiamo a salvare la nostra onorabilità e il nostro orgoglio, difendendo con le unghie e con i denti il posto in cui viviamo. Certo, bisognerà cambiare mentalità e sappiamo che l’impresa è ardua, ma bisogna provarci… o no?!

A proposito del triangolo della morte. Ai miei paesi: Adrano, Biancavilla, Paternò.

in Adrano/Bacheca/Blog/Controcultura/Gisella Torrisi di

di Gisella Torrisi

Cosa posso fare? Me lo chiedo da sempre, me lo chiedo ogni giorno appena sveglia. Se prima la rabbia, l’indignazione e la speranza erano il solo motore di reazione contro questa nera realtà, ora mi rendo conto che era un modo di agire sbagliato in cui si lascia spazio a quel Giudice severo che umilia la Vittima impaurita; è tutto un processo narcisistico dove si vede la perfezione dei principi opprimere la mente che invece vorrebbe solo imparare. È questa l’educazione che ci hanno dato: punizione, repressione, catalogazione ma tutto ciò è vecchio, limitante, sofferente e assassino.

E’ giusto credere nella lealtà, nel progresso, nella legalità, nell’imprenditoria dei principi del “buon padre di famiglia”… non continuo, questa lista perbenista la conosciamo in tanti. Sono stanca di sentirmi dire: lottiamo contro, lottiamo per, lottiamo… quanta ipocrisia? Il Giudice interiore si diverte a seviziarci e allora? Sensi di colpa a sottrarci il sonno.

È giusto, invece, credere che sbagliare oggi è l’unico sintomo di autenticità. Torniamo liberi. Sbagliamo e rendiamocene conto, lottiamo contro i nostri schemi mentali; liberiamo queste povere membra piegate. Volete veramente sprecare questa vita e morire di paura? Morire con la paura di essere stuprata, morire con la paura di essere rapinato, morire con la paura di non trovare lavoro; magari non avverrà mai ma in tanto questi schemi mentali ci portano a fare scelte che allo Stato piacciono tanto. Perché poi scendiamo senza far rumore in compromessi che per la maggior parte di noi sono normalità. “Non andrò a lavorare in quel quartiere, troppi immigranti. (Mi stuprano, derubano e chissà cos’altro.)” “Sì, non pubblicherò questo articolo perché mi hanno già avvisato e se perdo questo lavoro non ne troverò di certo un altro migliore.” “Va bene, do l’esame all’università senza neanche esprimere il mio parere sennò non lo convalido con il voto che vorrebbero i miei.” “No, non mi avvicino al piccolo bambino rumeno che è caduto per strada, potrebbe essere una trappola.” “Sono contro il femminicidio. Oh mio dio guarda quella che sta con un uomo sposato! Per alcune servirebbe una buona scarica di botte.”

Quante volte abbiamo sentito queste frasi? Quante volte le abbiamo pronunciate? Quante volte ci siamo solo arrabbiati? Di paura soffriamo tutti. Lavoriamo per rendere la nostra vita sicura e facciamo sempre la scelta più sicura. Lavoriamo, paghiamo le tasse, mettiamo al mondo figli e gli passiamo la solita vecchia e fallace morale: sii prudente. No, figlio mio, sii folle. Senti, vivi, ascolta e non fermarti davanti le apparenze. Prendi la tua rabbia e trasformala in energia positiva, tu puoi essere quello che vuoi e quello che vuoi è dato da ciò che senti, da ciò che vorresti fare. Non urlare contro a chi ti dice che gli immigrati ci portano via il lavoro, non difendere le tue idee con la loro stessa arma. Sorridi, fai esempi, cerca il dialogo ma soprattutto scopri quale paura ci sia dietro chi ti parla con quel solito volto teso, severo.

Sbagliare significa esperire la realtà per crescere, chi non sbaglia non cresce. Oggi e colui che giudica e continua a subire il giudizio rimane in un vicolo cieco e non si accorge di stare solo fermo in una strada inerte e senza sbocco. Ci vogliono a destra, a sinistra, pro e contro, al sud e al nord, ci vogliono giusti e arrabbiati, ci vogliono contro gli immigranti, contro gli uomini per essere donne, suddivisori di violenze per catalogo. Oggi si parlerà di stupro o di rapina? Quale notizia serve passare? Ricordare che la Mafia si trova in piccoli paesi di provincia? Sì, parliamo di quei relitti di società che si trovano in quella brutta provincia Catanese

che versa lacrime e sogni, che vuole un po’ di pace, che cerca una nuova rinascita.

Ma non lo vedete che siamo tutti brutti, spaventati, cattivi come dei bambini lasciati a bocca aperta? Che litigano fra di loro e non contro chi li opprime? Che parliamo con occhi pieni di pianto e digrignamo un volto di un adulto mai svezzato? Ma non lo vedete che abbiamo costruito un sistema che non si riesce a fermare? Più stiamo dentro questo schema di paura e più lui prende le nostre energie e gira e ci rigira e non si ferma.

Scendiamo da questo treno, partiamo dall’accettarci, partiamo dall’ascolto. ASCOLTIAMOCI. Io non sono solo contro la Mafia, sono in primis contro lo Stato. Questo Stato vecchio pieno di una morale apparente e con un vuoto dentro a divorarne l’esistenza. Una realtà fatta di finti adulti che rimproverano con volti grigi.

Io sono per uno Stato nuovo, quello che forse ancora non riuscite a vedere ma che si sta schiudendo, uno Stato consapevole e che ha smesso di rimproverarsi e ha iniziato a sorridersi e dire: abbiamo provato così e non ci siamo riusciti, proviamo così e vediamo se questa è la nostra strada, sperimentiamo a favore di questa logicità d’azione, sperimentiamo a favore della libertà.

Io non mi schiero contro i miei paesi, io mi schiero contro quella parte di me egoista che si vuol sentire migliore, io mi schiero contro quella parte di me qualunquista che si siede a tavola e fa la sua morale, io mi schiero contro il vecchio modo di pensare. Io l’abbraccio e gli dico: basta stare dalla parte della ragione, è ora di stare dalla parte del Vero. Sapete benissimo cosa fa la democrazia informativa, lo sappiamo tutti: mette i poveri contro i poveri. Io non credo alla tv, l’ho spenta a quattordici anni e se oggi mi capita di vederla capisco che quello è spettacolo, è business e non solo: non è la mia realtà. Quella realtà che ha bisogno di persone competenti, positive, dinamiche e che non hanno paura.

Io rivoglio il mio potere personale e me lo riprendo giorno dopo giorno, guerra dopo guerra. E voi cosa aspettate? Spero che i miei fratelli là fuori, quelli “bravi” della parrocchia, quelli stanchi, quelli che “penso a me tanto non cambia niente”, quelli che “è colpa dei genitori”, quelli che “i giovani d’oggi”, quelli brutti della “vanedda”, quelli in carcere, quelli malati, quelli umiliati, quelli che “guarda quello”, quelli costretti lontani dalla sua terra, quelli “pentiti”, quelli che si pentiranno, quelli che sognano, quelli che ci credono… spero che tutti noi possiamo riavere questa grande capacità di scelta:

cantare fuori dal coro, tornare al Vero e comprendere il Falso.

Questo non è un triangolo di morte, questo è un triangolo di Rinascita se solo tu ci credi. Io e tanti altri ci crediamo, Symmachia ci crede.

Il silenzio assordante della politica adranita

in Attualità di

di Calogero Rapisarda

Lo sappiamo tutti: Adrano versa in una situazione drammatica. Viviamo in una città in cui ancora è ben radicata la criminalità organizzata e la mentalità mafiosa. Per accorgersene non è necessario leggere le tante pagine di giornale – l’ultima, quella di ieri, sui necrologi del presunto neo-collaboratore di giustizia – ma basta semplicemente prendere coscienza di come noi cittadini siamo costretti a vivere: in silenzio, a testa bassa, speranzosi che i prossimi a cui verrà domandato il pizzo o rubato lo scooter, la macchina, la merce in negozio, non siamo noi. E forse tutto questo un po’ ci consola, almeno abbiamo un argomento che ci accomuna di cui parlare, anche se a bassa voce, perché non conviene farsi notare.

Un atteggiamento che può risultare pressoché comprensibile solo se si ha contezza della solitudine a cui è costretto il cittadino per colpa della latitanza dello Stato e soprattutto della politica. Tutte le parti politiche, infatti, che di solito sbraitano e litigano per ottenere spazio, per dire la propria, per mettersi in mostra, per difendere posizioni archetipiche, per accusare (meglio se su Facebook) questa o quella parte, per dare sentenze, per guadagnarsi qualche consenso apparente mettendoci il cappello… ad ogni episodio criminale fanno silenzio. Un silenzio assordante che sa tanto di connivenza, perché poi a quelle persone bisognerà pure chiedere il voto. L’importante è promettere il cambiamento. Cambiamento che non avverrà mai finché chiunque abbia la voglia e l’ambizione di amministrare Adrano non prenda una posizione netta, decisa, di chiusura e soprattutto di reazione.

Perché di questo abbiamo bisogno: di una classe dirigente vera e autentica, che non venga meno al proprio ruolo per interesse o perché pavida. Va data una risposta non solo in termini di forza, ma soprattutto in termini di creazione delle alternative al sistema clientelare-mafioso, e per tutto questo – anche e soprattutto per questo – è la politica che deve indicare la strada!

#SaveTheGarden e quel profumo di (cambiamento) pulito

in Attualità/Bacheca di

Save the garden, letteralmente “salvare il giardino”, è questo il nome dell’iniziativa che domenica mattina ha visto decine di ragazzi impegnati nella pulizia di piazza “Falcone e Borsellino” di Biancavilla.

Di buon mattino, nel giorno in cui tutti si riposano, diversi volontari di Biancavilla e Adrano con le magliette bianche si sono armati di guanti, scope, rastrelli, palette e hanno ripulito l’intera piazza. L’idea nasce da Pinuccia, Antonio e Vincenzo Greco, tre fratelli biancavillesi che stanchi dell’indifferenza con cui siamo soliti passeggiare tra la sporcizia e l’incuria hanno deciso di svoltarsi le maniche e mettersi al lavoro, coinvolgendo tutti i loro amici.

“Nonostante vivo ad Adrano – dice Ettore Romano, uno dei primi ragazzi ad essere coinvolto – ho subito sposato il progetto, mosso dall’intendo di dare l’esempio ai nostri coetanei, ai bambini che frequentano questi luoghi e soprattutto ai genitori che hanno la responsabilità più grande, cioè quella dell’educazione che impartiscono ai propri figli. C’è bisogno di rispetto per l’ambiente in cui viviamo e si può cominciare dalle piccole cose, dalla carta gettata per terra ai mozziconi di sigaretta.”.

In realtà questo non è il primo appuntamento, già qualche mese fa i fratelli Greco avevano organizzato una iniziativa simile, pulendo il giardino di Villa delle Favare. La vera novità, questa volta, è stata una più ampia partecipazione. Tutto questo dimostra che la voglia di cambiare è reale, cosi come ha tenuto a precisare Pinuccia Greco: “Quella che è stata una semplice chiacchierata in salotto tra noi tre, per riuscire a trovare un punto di partenza che estendesse il nostro amore verso questo territorio sta via via evolvendosi. Crediamo fermamente che sia possibile migliorare le diverse problematiche esistenti nelle nostre zone, lavorando e calando il sipario alle chiacchiere e lamentele inutili. Siamo felicissimi del fatto che non siamo gli unici a sostenere questo pensiero e la numerosa collaborazione di amici, dell’associazione Symmachia, degli scout di Biancavilla, ma anche di tutti quelli che per vari motivi si sono scusati per non essere stati presenti, ne è la conferma. Non ci fermeremo, vogliamo regalare un po’ delle nostre giovani energie a questa terra meravigliosa che ci ha visti nascere e ci cresce nella sua autenticità. Non possiamo e non vogliamo lasciarla nelle mani di chi noiosamente la maltratta o la abbandona.”

Alla bella iniziativa era presente anche il presidente di Symmachia, Calogero Rapisarda: “Da sempre la nostra associazione coltiva i valori del senso civico e del rispetto dell’ambiente, per questo sono stato felice di accettare questa proposta di collaborazione che spero si rafforzi nel tempo, riproponendo e organizzando insieme momenti come questi su tutto il nostro territorio”.

Ad Adrano lo Sport è morto, Ferrante e Calambrogio l’hanno ucciso.

in Attualità di

di Calogero Rapisarda

Come è ormai a tutti noto ad Adrano è stato approvato il ricorso alla Procedura di riequilibrio finanziario pluriennale. Con l’obiettivo, in dieci anni, di riuscire a far fronte ad un debito di circa 42 milioni di euro e quindi evitare il dissesto finanziario. Per i cittadini cosa cambia? Semplice: vengono aumentate tutte le tasse e contemporaneamente diminuiscono i servizi offerti, anche se la colpa di tale debito non è di certo attribuibile a loro, anzi.

Non bisogna però aspettare dieci anni per rendersi conto di questo, basta fare attenzione ad un esempio lampante che ha inciso sulla vita quotidiana di molti: l’aumento di tutte le tariffe per l’utilizzo delle strutture sportive comunali. Tariffe aumentate fino al 400% oltre che per le Associazioni Sportive che usufruiscono di quegli spazi, anche e soprattutto per i privati cittadini che utilizzano la pista di atletica presso lo stadio dell’Etna e i campetti da tennis in via San Leo.

Per quanto riguarda la pista di atletica, va detto che il 6 febbraio del 2014 la giunta comunale, su proposta dell’allora assessore allo Sport Maurizio Zignale a cui va riconosciuto il merito, attuava una riduzione delle tariffe da 50 euro annuali a 40 euro con una diminuzione del 50% (20 euro) per gli studenti o per chi si abbonava insieme ad un altro componente dello stesso nucleo familiare. Ciò avveniva – si legge nella stessa delibera – “al fine di rendere maggiormente fruibile da parte dei cittadini la pista di atletica leggera”. La giunta attuale invece avrà perso di vista questo fine ed infatti, con la delibera 190 dell’1 dicembre 2016, ha aumentato del 300% (no, non è uno scherzo) la tariffa in questione. Si è passati da 40 euro a 120 euro annuali. Si avete capito bene, CENTOVENTI EURO.

L’aumento delle tariffe che ha interessato i privati cittadini, come anticipato, è stato deciso anche per l’utilizzo dei campetti da tennis siti in via San Leo. Prima di tale aumento attuato sempre con la delibera sopracitata, era necessario pagare 3 euro per passare un’ora all’insegna dello sport e del divertimento (cosa già rara ad Adrano), ora invece si è costretti a pagare 12 euro l’ora (aumento del 400%). Dunque, giocando una sola ora alla settimana, in un anno si arriverebbe a spendere circa 600 euro, manco se stessimo calpestando il miglior campo da tennis della Sicilia. Senza contare che i pochi fortunati che possono permettersi queste tariffe, per affittare il campo devono necessariamente recarsi al comune durante l’orario di apertura degli uffici, cosa già difficoltosa di per sé per chi la mattina lavora (condizione necessaria visti i prezzi praticati) o studia.

Insomma ad Adrano non si fa niente per incentivare lo sport, anzi si fa di tutto per ucciderlo. Peraltro per motivazioni del tutto insensate. Perché se l’obiettivo dell’amministrazione era quello di aumentare le entrate per risanare le casse comunali, hanno fatto i conti male. Non ci vuole certo un economo per sapere che all’aumentare del prezzo diminuisce la richiesta del servizio e che di conseguenza non si ha alcun maggior ricavo. Per esempio, in quanti tra i vecchi abbonati avranno la possibilità di sborsare 120 euro per correre presso lo stadio dell’Etna? E tra quelli che hanno questa possibilità, in quanti sceglieranno la struttura comunale sapendo che con lo stesso prezzo possono fare un abbonamento in palestra? Questa è la prova provata che le decisioni prese da questa amministrazioni spesso non sono accompagnate da un ragionamento logico.

A questo punto vi starete chiedendo chi sono coloro che hanno deciso tale aumento. La risposta la trovate nell’immagine nella stessa delibera: il giorno della sua approvazione i componenti della giunta comunale erano tutti presenti. Tra questi, inevitabilmente, spiccano i nomi del sindaco Giuseppe Ferrante e dell’assessore allo Sport, nonché vicesindaco, Vincenzo Calambrogio.
Sono loro ad aver decretato la morte dello sport ad Adrano.

Di Ferrante ormai non ci sorprende più nulla, ma da un professore di educazione fisica, quale è Calambrogio, ci attendevamo un’attenzione diversa, visto che dovrebbe sapere – il condizionale è d’obbligo – che lo sport è l’unico serio investimento sociale indirizzato ai giovani che riesce a garantire una crescita culturale costante. La domanda sorge spontanea: ma a questi amministratori interessa davvero dei cittadini adranitI? A noi sembra di no.

 

L’INDIGNAZIONE SUL WEB, INTERVENTI DEGLI SPORTIVI

L’articolo di Calogero Rapisarda ha acceso il dibattito sui social network: su Facebook, tra migliaia di visualizzazioni e decine di condivisioni e commenti, diversi sportivi hanno lasciato la loro testimonianza diretta, tra sgomento e indignazione generale per la scelta del sindaco Ferrante e del vicesindaco Calambrogio di aumentare le tariffe per la fruizione degli impianti sportivi. Abbiamo ritenuto utile pubblicare alcuni tra gli interventi più significativi firmati da Francesca Grigorio, atleta di fama e vincitrice in diverse competizioni, Antonino Schilirò del gruppo Tennis. Redazione Symmachia.it

“Io – scrive l’avvocato Grigorio nella pagina Facebook di “Symmachia” – corro al campo ad Adrano da più di 30 anni, quando lo Stadio dell’Etna neppure esisteva: noi sportivi pulivamo un percorso di circa 400 metri, tagliavamo l’erba. Quando nel 2004 è stata inaugurata la pista, pensavamo ad un sogno durato solo pochissimi anni. Oggi la pista è chiusa, il campo disastrato, docce inaccessibili e senza acqua calda, luci a ritmi alternati e prezzi da paura“, scrive Francesca Grigorio. “Noi sportivi dobbiamo pagare 240 mila euro senza alcun servizio, soltanto per l’accesso al campo! Non ci sono gli strumenti per allenarci per la corsa ad ostacoli, non ci sono i materassi per fare il salto in alto, non c’è la buca idonea per fare il salto in lungo, il salto con l’asta manco a parlarne; mancano le pedane dei lanci, le siepi inesistenti. Perchè pagare? La risposta che mi è stata data – scrive l’avvocato Grigorio – è: “dobbiamo fare cassa” E pensare che volevamo avviare l’atletica al settore giovanile: sono passati trent’anni e stiamo peggio di prima”.

“12 euro l’ora nemmeno a Wimbledon! Lo sport pubblico deve essere gratuito”, è il commento di Andrea La Mela.

Per Antonino Schilirò, tra gli appassionati di tennis, ad Adrano, “nei campetti di san Leo, si era creato un bel movimento tennistico, grazie alla scuola tennis ma penso che con quest’ultima (sparata) dell’amministrazione abbiamo toccato il fondo, anche a livello sportivo”. Schilirò aggiunge: “dopo che hanno speso tantissimi soldi per la struttura, se continuano a lasciarla così com’è adesso, con tanti pannelli staccati, la ritroveremo a girare come una mongolfiera nel nostro paese. Vergogna”.

Symmachia, la rinnovata alleanza di chi non cede alla rassegnazione

in Attualità di
editoriale

Symmachia. È questo il nome che un freddo pomeriggio di sette anni fa scegliemmo per la nostra associazione. All’inizio, come per ogni novità, qualcuno aveva difficoltà nel pronunciarlo, qualcuno non capiva di cosa si trattasse, qualcun altro, tra chi sedeva e purtroppo ancora siede negli scranni del “potere”, addirittura lo storpiava con l’obiettivo di screditare una aggregazione di giovani e meno giovani che si affacciava nel panorama socio-politico-culturale della città con l’ambizione di diventarne protagonista. Symmachia, dicevamo. Parola greca che evoca il levare degli scudi di una alleanza paritaria tra diverse generazioni, diverse idee, diversi temperamenti. Una alleanza tra coloro che non vogliono cedere alla rassegnazione.
Da quel pomeriggio ne è passata di acqua sotto i ponti. Symmachia è cresciuta e con lei è cresciuto l’impegno, le battaglie e pure le avversità che sono state numerose.

Agli occhi dei nostri affezionati lettori, non possiamo nascondere le oggettive difficoltà, in termini di tempo, organizzazione e – perchè no?! – di risorse per confezionare il fiore all’occhiello della nostra associazione: il giornale, quella carta che ci ha accompagnato dal giugno del 2010, un foglio che non ha mai accettato alcun contributo pubblico. Decidemmo di dotarci di questo affilato strumento per sconfiggere l’apatia culturale, l’indifferenza informativa e l’immobilismo politico che contraddistingueva la nostra comunità e per larghi tratti ci siamo riusciti. Potevamo arrenderci ma non l’abbiamo fatto. Siamo fatti così. A noi la vita ci ha donato il senso della comunità, della partecipazione, della lotta. E lo si sa: da grandi doni derivano grandi responsabilità. Per questo abbiamo deciso di ribadire la nostra alleanza, di levare nuovamente gli scudi e rilanciare la nostra iniziativa. Mettiamo di lato, dunque, la carta stampata (no, non vuole essere un abbandono), ma non la scelta di esserci, di dire la nostra senza sottrarci al dibattito, anzi, alimentandolo. Non potevamo violentare il nostro talento e la nostra passione, per questo da qualche tempo abbiamo pensato ad un nuovo progetto per dare linfa nuova al nostro cammino, trovando forme di impegno innovative. È con questi propositi che nasce il nuovo progetto editoriale online dell’associazione Symmachia. Ripartiamo da qui, ripartiamo da quest’avventura per dare linfa vitale prima di tutto a noi e poi a chi ci sta intorno. Ripartiamo dall’esigenza di informare. Ripartiamo dalla conoscenza, dalla crescita culturale, che è l’unico strumento capace di far prendere la consapevolezza necessaria per tentare di cambiare le cose, di rivoluzionarle. Nel fare ciò, abbiamo la necessità del contributo di quanti vorranno tentare di riannodare i fili del dialogo. Serve il contributo di tutti, serve una alleanza ancora più larga, una rinnovata Symmachia che presti la sua voce alle grida di disperazione di una agonizzante comunità per poterle trasformare in proposte concrete. Noi ci siamo.

Girolamo Rosano, il fresco volto della pace

in Cultura/Homines di

Federico Laudani, già sindaco di Adrano, dirigente del Partito Comunista
Federico Laudani, già sindaco di Adrano, dirigente del Partito Comunista

In occasione del 60° anniversario della morte del giovane Girolamo Rosano (17 gennaio 1951), abbiamo incontrato Federico Laudani, che ha vissuto in prima persona i fatti che portarono alla morte di Girolamo, caduto sotto i suoi occhi.

 “Sono stato un attivista del Pci”, si definisce così Federico Laudani, vetusto Adranita dall’aspetto sobrio, pronto al dialogo ed ebbro di storia.

É stato sindaco di Adrano dal 1969 al 1974; ci parla della sua giunta composta da due prestigiosi ex-sindaci di Adrano, il dott. Salanitro e l’avv. Pietro Maccarrone. Erano i tempi in cui il Pci ad Adrano contava tre sezioni: Curiel, Gramsci e Rosano; di quest’ultima Laudani fu segretario sin dal 1956, anno in cui il partito comunista vinse le elezioni col sistema maggioritario, poiché Adrano non superava ancora i trentamila abitanti: era l’Adrano del dopoguerra, della Prima Repubblica…

Nel 1951 in che situazione versava Adrano? Ci furono degli scioperi…

Nel 1951 l’Italia è una nazione prevalentemente agricola, specialmente il meridione dove ci furono lotte terribili per la conquista della terra.

E Rosano ne faceva parte?

Certo! Rosano era un giovane battagliero e partecipò anche alla manifestazione per la pace contro il paventato pericolo della guerra in Corea. L’Italia faceva parte del “patto atlantico” e ai giovani della classe 1928 arrivarono le cosiddette “cartoline rosa”di preavviso per tenersi pronti alla partenza; si mise in atto una mobilitazione popolare che può definirsi spontanea e che vide l’impegno di molti attivisti del Pci; ricordo Pasquale Burzillà, Nicola Palermo, Salvatore Polizzi…

Secondo lei, quel giorno perché la polizia sparò sui manifestanti?

Io posso raccontare solo quello che ho vissuto: Scelba, feroce anticomunista, era ministro degli interni; quel giorno la Polizia, con le autoblindo, divise il paese in due impedendo di attraversare sia la via Garibaldi, sia la via Roma. Gli agenti facevano, infatti, la spola tra piazza Sant’Agostino ed il Belvedere. Imboccai la via SS. Cristo per attraversare il breve tratto di via Garibaldi e così raggiungere la via Viaggio; in piazza Genova incontrai mia madre con in braccio mio figlio, che allora aveva solo pochi mesi, i cui occhi bruciavano a causa dei lacrimogeni. Mi premurai di bagnare un fazzoletto nella fontana adiacente, ormai inesistente, così da alleviare l’effetto dei gas. A quel punto, Girolamo Rosano in testa, seguito da me ed altri due giovani (tali Caruso e Santangelo) decidemmo di andare a controllare se la celere stesse continuando nella sua azione repressiva. Giunti all’angolo tra via De Giovanni e via Garibaldi vedemmo cadere Girolamo colpito da una pallottola alla tempia sinistra,  tornammo indietro, io pensavo a raggiungere nuovamente mia madre e mio figlio.

Si sentì solo un colpo?

No, sentimmo molti colpi, sparati in aria dalla Polizia. Ci furono anche dei feriti stimati intorno a diciassette.

Subito dopo che cosa accadde?

Si creò una certa tensione; la Polizia volendo evitare una strage se ne andò e ci permise di tenere il comizio non autorizzato.

Cosa successe nei giorni successivi? La polizia avviò le indagini?

Innanzitutto si svolsero i funerali che ebbero una grande partecipazione popolare: vi era un corteo interminabile. Le indagini, invece, ricaddero soprattutto su due civili che poi furono scagionati.

Dopo l’omicidio la tensione continuò ancora?

Eccome! La tensione era forte, sin dal dopoguerra per le lotte del bracciantato e l’occupazione delle terre. Per andare a coltivare

i latifondi si “ scioperava a rovescio” ossia si lavorava la terra per ottenerla. Io stesso partecipai a queste lotte; nel 1948 assieme ad un gruppo di ragazzi fummo denunciati dal guardiano di un tratto di terra abbandonato per “violazione e danneggiamento alla libera proprietà”, ricordo ancora la difesa del nostro avvocato che chiamò in causa la Costituzione e il fatto che a danneggiare un terreno incolto non è certo colui che lo coltiva, quanto, piuttosto, il proprietario che lo ha abbandonato; fummo assolti.

La tensione quando finì?

Durò fino al 1960 con il famoso governo Tambroni. Ad Adrano e Biancavilla il fenomeno dell’occupazione delle terre fu potentissimo, grazie alla presenza dei sindacati, tra i più forti di tutta la provincia. I poveri contadini lavoravano il latifondo tutto l’anno per poi andarsene con quasi niente, in paese si diceva “’ca tradente ‘n coddu”(“tradente” sta per il tridente utilizzato per “spagliare” durante la trebbiatura).

É vero che la Cisl provinciale diretta da Vito Scalia tentò di speculare sull’accaduto?

Si venne a creare una forte contrapposizione ideologica, in seguito alla scissione del sindacato, nel 1948, tra il rosso e il bianco, cioè tra la Camera del Lavoro, guidata da Giuseppe Di Vittorio, e la Cisl, diretta da Giulio Pastore.

Girolamo Rosano fu ucciso perché comunista?

Girolamo, in verità, era un giovane lavoratore, sicuramente propenso alla lotta di classe, ma non era un militante; piuttosto, la sua figura divenne simbolo di lotta sociale sia nel Pci che nei sindacati. La famiglia andò a testimoniare il “martirio” di Girolamo persino a Roma.

Intervista realizzata da Calogero Rapisarda, Antonio Cacioppo, Vincenzo Ventura.

Nel ricordo di Giovanni Falcone, raccontiamo Nino Di Matteo. Affinché la storia non si ripeta

in Blog/Calogero Rapisarda/Politica di

Giovanni Falcone non avrebbe voluto essere commemorato. Lui non voleva che si ricordasse la sua morte, ma quella della mafia. Invece ancora una volta “cosa nostra” ha vinto; ha vinto perché noi non abbiamo combattuto insieme a quelli che oggi chiamiamo eroi, ma li abbiamo lasciati soli. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano appena concluso una battaglia e quando lo stato avrebbe dovuto mettergli a disposizione le armi per vincere la guerra, ha preferito lasciarli soli, ha optato per la trattativa, ha decretato il loro martirio.

Oggi possiamo fare a meno di ricordare Falcone e faremmo meglio a sostenere coloro che ancora rischiano ciò che rischiò lui, affinché la storia non si ripeta. Per questo, oggi 23 Maggio, 23 anni dopo la strage di Capaci, voglio raccontarvi la storia di un grande uomo, fortunatamente in vita: Nino Di Matteo.

Nino Di Matteo ha 53 anni, un uomo alto e robusto. Siciliano. E’ cresciuto a Palermo, ha condotto processi contro boss, servizi segreti e mandanti di attentati mafiosi, ha fatto luce sugli omicidi di giudici. Conosce il DNA della mafia fin nella più minuscola molecola. Vive sotto scorta da 22 anni. Quando nacquero i suoi due figli le guardie del corpo lo accompagnarono fino in sala parto. Di Matteo è uno di quei giovani magistrati che vegliò la bara di Borsellino. Quel momento dell’estate del 1992 divenne un punto di svolta per un’intera generazione di magistrati antimafia italiani. Il sangue dei due giudici non era ancora asciutto, che lo Stato italiano aveva già capitolato e stava negoziando con la mafia.

Questo patto tra Stato e mafia aleggia ancora oggi sull’Italia come una nube tossica. Nino Di Matteo guida il processo che si pone come obiettivo di svelare il patto dietro al quale si cela il più sordido segreto di famiglia italiano. “L’accusa che noi muoviamo non è quella di aver trattato con la mafia. E’ eticamente riprovevole, ma penalmente non punibile”, dice Di Matteo in una intervista nel corridoio gelato dell’aula bunker. “Accusiamo gli imputati di aver fatto da ambasciatori per le richieste mafiose”. Quando parla del suo processo, non un battito di ciglia in Nino Di Matteo tradisce quanto gli sia costato derubare lui della sua libertà e la sua famiglia di una vita normale. Soppesa le parole oculatamente, perché sa che ciascuna di esse potrà essere usata contro di lui.

Ad ogni udienza i boss sotto accusa sono in collegamento video dai carceri di massima sicurezza: sui teleschermi disseminati per tutta la sala si vedono uomini anziani con occhiali da lettura e pullover di lana. I politici e i servitori dello Stato accusati inviano i loro legali. Perché se sedessero tutti insieme sul banco degli imputati, le connessioni tra Stato e mafia smetterebbero di essere invisibili, assumerebbero dei volti. Come il volto arrossato dell’ex ministro degli Interni Nicola Mancino. Oppure il viso un po’ pasciuto dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi, attualmente in carcere per concorso in associazione mafiosa. La faccia baffuta da topo del generale dei carabinieri Mario Mori.

Il suo collega Antonio Subranni serrerebbe ancor di più le sue labbra sottili. Tutti loro dovrebbero sedere sul banco degli imputati accanto a boss mafiosi come Totò Riina e suo cognato Leoluca Bagarella. E questo vogliono impedirlo a qualsiasi costo. Quando nel 2013 fu aperto il processo, i giornali titolavano: “Lo Stato processa se stesso”. Tuttavia continua ad esserci poco interesse.

Per molti italiani la trattativa è il peccato originale della Seconda Repubblica, che fu proclamata quando nel 1994 Berlusconi salì al potere. Il patto tra lo Stato e la mafia è il grembo da cui tutto ha avuto origine: l’inizio del predominio di una classe politica che aveva fraternizzato con la mafia. Il patto in Italia ha avuto come conseguenza un decadimento morale senza precedenti: la corruzione diventò un peccato veniale e l’ambiente fu distrutto senza scrupoli. E poiché questo patto tra Stato e mafia perdura ancora oggi, il magistrato competente Nino Di Matteo è sorvegliato da 42 guardie del corpo. “Probabilmente questo mi ha salvato la vita”, dice Nino Di Matteo.

Intanto il boss Totò Riina è stato intercettato nel cortile del carcere mentre raccontava ad un altro boss del progetto di esecuzione per Di Matteo, che deve essere fatto a pezzi “come un tonno”. Il boss detenuto Vito Galatolo, figlio di un’antica famiglia mafiosa, voleva alleggerirsi la coscienza e ha fatto sapere a Di Matteo che i preparativi per l’attentato contro di lui erano già in fase avanzata: i boss avrebbero raccolto 600.000 euro per acquistare 150 chili di esplosivo. Nino di Matteo dice: “Quando una cosa del genere diventa pubblica, occorre ovviamente tranquillizzare la famiglia.” Fa una lunga pausa e osserva: “Anche se non c’è proprio nulla di cui star tranquilli.”

In una giornata di udienza sul banco dei testimoni è salito anche un sacerdote: don Fabio Fabbri. Monsignor Fabbri era stato chiamato a depositare in quanto, si dice, conosceva bene Pertini, Giulio Andreotti e persino il Papa, ma quando si trovò a rispondere alle domande di Nino Di Matteo si capì subito che non poteva reggere il confronto. Infatti dopo qualche minuto in cui il parroco fece finta di essere tondo l’intera aula è raggelata quando il Monsignore fu costretto ad ammettere di essersi consigliato con un amico dei servizi segreti su come riuscire ad impedire la sua deposizione davanti alla corte. Già, i Servizi Segreti. Sono proprio questi i momenti in cui si percepisce quanto sia pericoloso questo processo per la rete di agenti segreti, di servitori infedeli dello Stato e di politici. E così nel corso delle indagini viene fuori che agenti dei servizi entravano ed uscivano dal carcere di massima sicurezza per controllare i boss detenuti e soffocare sul nascere possibili confessioni, come accadde per il boss Antonino Gioé, che fu trovato strangolato nella sua cella. E da quando nell’estate 2014 il procuratore generale di Palermo indaga su questo oscuro ruolo dei servizi segreti nel carcere di massima sicurezza, trova sulla sua scrivania del Palazzo di Giustizia una lettera di minacce, e non da parte della mafia.

Le caratteristiche formali della lettera lasciano intuire essere proveniente dall’ambito dei cosiddetti servizi segreti “deviati”. Non solo nella lettera viene descritta nei dettagli la sua casa, ma gli viene anche intimato di “rimettersi in riga” e di non sottovalutare “l’intelligenza altrui”. Perché “non facciamo eroi”, che sta a significare che oltre alla morte esistono altre possibilità per annientare una persona. Successivamente si viene a sapere che quando la lettera è stata messa sulla scrivania del procuratore le telecamere erano spente. Stasi all’italiana. A confronto con questa realtà “House of Cards” (serie tv statunitense che narra gli intrighi del potere ambientata a Washington) è un teatrino di marionette. Monsignor Fabbri non è l’unico che in questo processo cerca di impedire la propria deposizione. L’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino a questo scopo ha tirato in ballo nientemeno che l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. I nastri di questa telefonata si sono dovuti distruggere su ordine di Napolitano. Da allora aleggia il sospetto che non si sia trattato di tutelare la privacy del presidente, ma piuttosto di insabbiare il patto tra Stato e mafia. Tanto più che il suo consigliere giuridico in una missiva al presidente esprimeva il timore “di essere stato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi” negli anni degli attentati mafiosi. Da lì a poco il consigliere personale muore per infarto a soli 64 anni. “Mentre corteggiava la mafia, lo Stato ha ottenuto esattamente il contrario: non la fine degli attentati, bensì altre bombe”, dice Nino Di Matteo nel suo ufficio a Palazzo di Giustizia. Appese al muro, alle sue spalle, targhette in ricordo di indagini internazionali, un crocifisso e le foto dei magistrati uccisi Falcone e Borsellino. Parla in modo vistosamente lento, come qualcuno consapevole della fugacità dell’attimo.

Che il patto tra mafia e lo stato italiano non sia mai venuto meno, lo si può leggere non solo nelle minacce di morte a Di Matteo, anche il silenzio da parte dei politici al governo ha un che di spettrale. Senza sostegno politico a Nino Di Matteo non resta altro che affidarsi alle sue guardie del corpo, finché sarà possibile. Non può nemmeno andare a mangiare una pizza, fare una gita al mare con i suoi figli, andare al cinema. È prigioniero. “Spesso rifletto sul fatto che in Italia c’è un grande desiderio di giustizia che pesa sulle spalle di pochi”, dice Di Matteo. Alcuni (pochissimi) avrebbero visto bene Nino Di Matteo come Presidente della Repubblica. Ma il Consiglio Superiore della Magistratura gli nega la promozione che gli spetta e colleghi preoccupati per la sua ascesa prendono le distanze da lui. Questo accadde anche a Falcone e Borsellino, Nino Di Matteo lo sa. “Sì”, dice tranquillo, “è triste che non abbiamo imparato nulla dal passato.”

Calogero Rapisarda

“IL FRESCO PROFUMO DI LIBERTA’ – IN RICORDO DI GIOVANNI FALCONE, DELLA MOGLIE E DEGLI AGENTI DELLA SCORTA”

Pomeriggio, ore 18, Villa delle Favare, Biancavilla.

Go to Top