Author

Redazione Symmachia.it

Redazione Symmachia.it has 695 articles published.

Il rush finale: Musumeci è Presidente della Regione
DATI DEFINITIVI

in Attualità di

Nello Musumeci è il nuovo presidente della Regione Siciliana. Succede all’acerrimo nemico Rosario Crocetta e non riceverà alcuna chiamata dal suo principale competitor Giancarlo Cancelleri che, di fronte a Di Maio, ieri, ha chiuso le porte ad ogni forma di collaborazione con la maggioranza.

A parte Bronte dove ha vinto Micari, negli altri Comuni del comprensorio (Adrano, Biancavilla, Paternò, S. Maria di Licodia) sono tutti orientati su Musumeci.

 

—————————————————————————–

Tra poche ore sapremo il nome di colui che succederà a Rosario Crocetta alla guida della Regione Siciliana. Musumeci, come sostengono gli exit pool, o Cancelleri che, sempre per le rilevazioni di Piepoli, Noto e Masia, ha abbondantemente ridotto il divario percentuale con il Centrodestra?

BIANCAVILLA. 11/20 sezioni definitive. Cancelleri: 23,95% pari a voti 1.110; Musumeci: 42,31% pari a voti  1.961; Fava: 2,91% pari a voti 135. Micari: 10,06% pari a voti 1.115; La Rosa 0,22% pari a voti 10.

PATERNO’. 26/47 sezioni definitivi. Cancelleri: 32,43%  pari a voti 3.596; Musumeci: 53,39% pari a voti  5.920; Fava: 3,72% pari a voti  413. Micari: 10,06% pari a voti 1.115; La Rosa 0,41% pari a voti 45.

ADRANO. MUSUMECI E’ IN TESTA. Dietro Cancelleri.

BRONTE. 16/20 sezioni definitive. Cancelleri:  32,09% pari a voti 2.065Musumeci: 28,88% pari a voti  1.859; Fava: 3,26% pari a voti 210. Micari: 35,43% pari a voti 2.280; La Rosa 0,34% pari a voti 22.

Sicilia: il sogno di chi parte, l’incanto ritrovato di chi torna

in Controcultura di

di Costanza Di Quattro*

Eravamo ventitré, lo ricordo perfettamente. Ventitré bambini con gli occhietti sgranati e le orecchie ritte ad ascoltare.  La quarta elementare aveva quattro finestre di cui due guardavano la catena montuosa degli iblei e le altre due si aprivano davanti alla chiesa di San Vincenzo Ferreri, trionfo di rara bellezza barocca.  La maestra spiegava la geografia (sarà questo il motivo per cui ancora oggi stento a distinguere il Giappone dalla Cina) e quando arrivò in Lombardia disse  “E adesso bambini ascoltate bene: il capoluogo di regione della Lombardia è Milano, quando finirete di studiare a 18 anni se vorrete avere lavoro e tanto successo dovrete andare lì”.

Ecco come nasce un mito, una leggenda o forse meglio dire una bugia.  Milano assurgeva nella generazione dei nati fra il 70 e 90 ad una moderna città dei balocchi dove per balocco non si intende più il gioco, la perdizione (viva Dio) o la distrazione dagli impegni bensì il successo. Spasmodica e conturbante ricerca del successo.  Milano, la capitale della moda, è anche la capitale dell’economia, dell’efficienza, del “lavoro guadagno, spendo pretendo” dei treni ad alta velocità, delle metropolitane che corrono sotto terra veloci come talpe scatenate. È la città dell’happy hour, dello street food, dei tram, della fretta, delle bottigliette d’acqua a destra e della Luis Vitton a sinistra. È la città che non dorme, che offre tanto e costa ancor di più.

Ma soprattutto è la città delle grandi Università. Vai, studi, ti laurei, lavori, guadagni, ti sposi, fai figli che a loro volta seguiranno lo stesso andamento che, seppur frenetico, rimane sempre lento.  Eppure, o le maestre condizionavano meglio le scelte di quanto non facciano oggi, o la moda della fuga aveva preso anche i genitori, fatto sta che molti, moltissimi, troppi dei miei compagni all’inesorabile scadere della maturità fecero un biglietto, per lo più di sola andata, e portarono un pezzo consistente di Sicilia al nord.

Nessuno mai disse loro: “Restate, c’è tanto da fare, tanto da investire ma soprattutto tantissimo su cui sperare”. Per lo più i “milanesi” in pectore tornavano a Natale, Pasqua no perché piuttosto di gongolare alla sola idea delle impanate andavano a sciare e poi in estate, stanchissimi e molto infastiditi dalla lentezza dei siciliani.

Già al primo Natale facevano precedere l’articolo determinativo al nome proprio di persona. Pazienza: rarissime cose risultano insolenti e intollerabili ai siciliani come “la Costanza, il Marco, la Gianna, il Giuseppe”. Il secondo Natale andava meglio, l’articolo era sparito ma aveva lasciato un po’ di spazio all’accento e ai verbi tronchi “andiam, facciam, corriam”. Il terzo Natale era il migliore. Intanto includeva la promessa del “ci vediamo a Pasqua” e poi si riaccennavano tonalità sicule, certo un po’ violentate dalle vocali chiuse, ma pur sempre riemergenti.

La generazione che è partita e, purtroppo come nella peggiore campagna di Russia non è mai ritornata, è la generazione a cui è stato negato l’orgoglio della propria terra ed è rimasto solo il pregiudizio. È una generazione che ha perso la cultura della propria lingua e quindi, inevitabilmente, le radici della propria storia.  Io, per indolenza o forse per eccessivo slancio di cuore nei confronti del mio mondo, ho disertato l’invito all’esodo e sono rimasta ad aspettare ciò che adesso, con sapiente saccenza e discreta ironia comincio, lentamente, a vedere.

E vedo che la crisi, come tutte le crisi, ha sviluppato un grandissimo senso di capacità manageriale. E vedo anche che in molti ritornano, finalmente, per investire.  Molto spesso allo stipendio fisso da ripartire in toto tra affitto, cibo e mezzi di trasporto, preferiscono l’azzardo dell’avventura imprenditoriale. Si inventano e reinventano. I migliori sfondano, gli altri tirano a campare ma almeno qui ci riescono. E poi si ristorano guardando un cielo terso macchiato di pietre dorate che svettano sui campanili gialli, o tuffandosi nella pausa pranzo (che spesso vivevano sulla panchina di un tram) in un mare cristallino a pochi minuti da qualunque lavoro.

Ritornano come dopo una diaspora nel suolo paterno perché mossi, chissà, da un rimorso ancestrale; o forse da un richiamo lontano e potente che li artiglia per la gola.  E non si muovono da soli, no. I siciliani coinvolgono e incantano. Raccontano della Sicilia come di una terra misteriosa e segreta, nei loro occhi si riflette il mare, nei loro colori la luce di un sole prepotente, nelle loro movenze l’agio e le memorie di millenni di storia. Raccontandosi, oltre a riportarsi in terra natia, si portano dietro un discreto e sempre crescente numero di milanesi o nordici in generale che, incantati dal mito, hanno deciso di scendere, come Annibale dalle montagne, e conquistare, benevolmente, i luoghi reconditi di Sicilia.

E cosi camminando fra vigneti e muri a secco, fra carrube e cavalieri, di tanto in tanto si intravede un casolare ristrutturato, una piscina azzurrissima, un campo da tennis, filari di buganvillea, roseti fra gli ulivi secolari e tanto, tantissimo ordine. Sono le case di una nuova categoria, quella di chi vede nella Sicilia un luogo esotico e magico talmente magico da investirci su e comprare, ristrutturare, svernare e villeggiare.

È vero, sono un po’ bizzarri. A volte, arrivano in Sicilia come i conquistadores pieni di preconcetti ma poi si innamorano perdutamente di ogni cosa, anche di tutte quelle cose che per noi sono così scontate da risultare banali. Si stupiscono di tutto, si incantano come bambini, guardano alla ricotta come ad una divinità antropomorfa, al mare che lambisce la porta di casa come all’horror loci, alle vecchiette in chiesa come comparse di un film alla Pietro Germi. Sono teneri talune volte nel loro cercare di comprendere il siciliano o addirittura provare a parlarlo. Per loro è tutto “pazzesco e straordinario”, ogni tanto lamentano un po’ di inefficienza e rifuggono tenacemente la cosa pubblica preferendo il contatto con il privato, del resto come dargli torto.

A questi villeggianti moderni, chic e solitari, va riconosciuto il coraggio di aver investito in una terra difficile e un grazie per avere scelto, con gusto, un triangolo di struggente bellezza e fascinosa armonia.

Le loro case sono magnifiche combinazioni d’arte da nord a sud, svettano teste di moro piene di insalate di avocado, troneggiano sui candidi buffet sushi e scacce di pomodoro.  Il Cerasuolo di Vittoria va a braccetto con il Gewurtztraminer e il risotto alla milanese si abbraccia con l’arancino al ragù, come chiara testimonianza del fatto che siamo tutti figli della stessa madre.  A loro va l’indiscusso merito di amarci, a noi quello di saperci fare amare. Restiamo quindi e se proprio vogliamo andare via quantomeno torniamo. Perché al pessimista che, magari disperato, si ostina a sostenere che in Sicilia “Dio è morto”, noi rispondiamo con disincantato ottimismo: “Ma non era risorto?”

IlFoglio

Pietro Grasso, l’ex falegname di Adrano oggi creatore di violini. La sua storia al Tg1

in Homines di

di Paola D’Amico

Sognava di costruire un violino da quando era bambino. È diventato liutaio a ottant’anni suonati. I suoi strumenti sono piccoli capolavori. Alcuni sul dorso sono decorati con intarsi raffinati. Nel laboratorio ricavato nel grande scantinato di quello che un tempo è stata la sua fabbrica di mobili, arrivano con il passaparola artisti italiani e stranieri. Non scherza quando, strizzando gli occhi azzurri e vivaci, dice: «Roba unica al mondo. Sfido tutti». Cresciuto in una famiglia di falegnami da tre generazioni, Pietro Grasso a sedici anni prese il treno ad Adrano, il suo paese alle falde dell’Etna in Sicilia, diretto a Cantù, il «paradiso» dei mobili. Si fermò prima, a Meda, e qui nel regno dell’ebanisteria, forgiando mobili intagliati in stile Luigi XV, da garzone di bottega è diventato imprenditore.

Ha avuto successo Pietro Grasso, oggi 86enne. Ha cresciuto e sistemato cinque figli, e quindici anni fa s’è finalmente ritirato ad Andora, in Liguria, da pensionato, pensando di godersi la barca, la casetta al mare e il tempo libero. Macché. «Un giorno in un negozio d’antiquariato ho visto due vecchi violini — racconta —. Sono entrato e li ho comprati. Da ragazzino, prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale che ci rese poveri, andavo a lezione di violino e in modo rudimentale mi ero costruito una specie di strumento, con i pezzi che mi aveva regalato un anziano liutaio del paese. Avevo e mi è rimasta una passione smisurata per il suono».

Quel giorno ad Andora, Pietro, arrivato a casa, smonta i due strumenti poi va a bussare alla porta di un liutaio genovese, Pio Pontaneri, deciso a «capire tutto dei violini». La sua è una scuola accelerata. In due mesi, tempestando di domande il maestro, Pietro comincia la nuova vita. «Mi sono mangiato una fortuna — racconta —. Perché, naturalmente, non tutte le ciambelle escono con il buco. Ma ci sono riuscito, ieri è venuta da me il primo violino di una orchestra del Kazakistan».

Lavora giorno e notte quando inizia un nuovo strumento. È consapevole che qualcuno delle grandi scuole di liuteria storcerà il naso, perché Pietro fa di testa sua e non ha timori a dirlo. «Se di qualcosa dobbiamo discutere, discutiamo del suono». Il suo è perfetto. Tratta i legni destinati a trasformarsi in strumenti i musicali come trattava quelli per i suoi mobili intarsiati. Ha un trucco per uccidere i parassiti, per asciugare le colle, per «purificare» il legno togliendo tracce di ferro, rame e far cantare quei pezzi di materia prima non ancora forgiati. Dove vuole arrivare Pietro? «Me lo sono chiesto più volte, penso di voler arrivare a far riconoscere questi strumenti. Non seguo la scuola cremonese, persino la forma che uso io è tutta un’altra cosa. Ma i tempi cambiano, bisogna migliorare. E sperimentare».

LA SUA STORIA AL TG1: ECCO IL SERVIZIO

Symmachia vi propone il servizio realizzato dal Tg1 e trasmesso nelle scorse settimane.

New wawe ed Italia, si ricongiungono nel capolavoro “Desaparecido” dei Litfiba

in Controcultura di

di Pietro Bonanno

L’Italia, notoriamente, non è mai stato un paese all’avanguardia in campo musicale, o perlomeno non lo è mai voluto essere.
Mentre nel resto d’Europa e in America, a cavallo fra la seconda metà degli anni ’70 e i primi anni ’80, si sviluppavano generi e sottogeneri che si presentavano come una risposta al punk (post-punk e new wave), nel Belpaese spopolavano le canzonette tipiche del festival sanremese.
Città come Firenze, Roma, Torino ed altri grandi centri urbani del resto d’Italia (compresa Catania) svilupparono produzioni indipendenti di musica alternativa, a causa della scarsa attenzione che le grandi etichette davano ai generi considerati “non popolari”.
A onor del vero, i gruppi alternative dell’epoca faticavano a comporre musica in lingua italiana, ritenendo quest’ultima inconciliabile con generi musicali come il rock.
Di conseguenza, data la scarsa diffusione, al tempo, dell’inglese, questi tipi di produzioni musicali avevano un pubblico di nicchia.
Nella mappatura della musica underground del tempo, Firenze si poneva come capitale della new wave italiana, grazie a gruppi come “Diaframma”, “Neon” e soprattutto “Litfiba”.
La formazione dei Litfiba dell’epoca era di prim’ordine: Ringo de Palma alla batteria, il “duca” Antonio Aiazzi alle tastiere, Gianni Maroccolo al basso (il più grande bassista italiano ogni epoca), Ghigo Renzulli alla chitarra e per finire un giovane Piero Pelù, forse il miglior interprete del ruolo di frontman che l’Italia abbia mai avuto.
Il 1985 è l’anno in cui la musica rock italiana cambia, esce il primo album dei Litfiba.
Esce Desaparecido.
Questo può essere considerato il primo album rock italiano a diffusione nazionale.
I testi, rigorosamente in italiano, risultano talvolta difficili da interpretare (il successivo “17 Re” raggiungerà l’apice di “misticità lirica” del gruppo fiorentino), e presentano spesso una carica quasi ascetica, ricca di riferimenti sociopolitici, diametralmente opposti ai testi faciloni che hanno contraddistinto i Litfiba da “El Diablo” in poi.
Al tempo, il duopolio Pelù/Renzulli non aveva ancora preso il sopravvento e tutto il gruppo prendeva parte alla scrittura e alla composizione di testi e musica.
Il ruolo di Maroccolo e di Aiazzi è fondamentale, diverse canzoni, infatti, sono rette dal contrapporsi di basso e tastiera, mentre il ruolo della chitarra, in brani dal tono più intimo, come “Pioggia di luce” o “Lulù e Marlene”, è limitato ad un mero cesellamento.
Il chitarrista avellinese, tuttavia, non è affatto un comprimario, anzi, l’opening di “Eroi nel Vento” è una scarica energica di stampo post-punk, con richiami alla The Edge, alla quale segue una vivacissima “La Preda”, in cui possiamo trovare Renzulli al suo massimo.
“Istanbul” si apre con il synth di Aiazzi, che ripete continuamente il giro di tastiere in salsa duraniana, e le linee dure del basso di Maroccolo.
Pelù considera Istanbul il simbolo dell’incontro mancato fra due culture: quella occidentale e quella orientale.
La passione per la cultura gitana di Pelù viene celebrata nella bellissima “Tziganata”, seguita da “Pioggia di luce”, brano di difficile interpretazione, anche a causa del fatto che, a detta di Pelù, è stata scritta “con l’aiuto costruttivo dell’acido lisergico, durante sedute psichedeliche organizzate con Ringo”.
Si arriva poi alla title track.
Il Pelù di “Desaparecido” è lontano dall’impostazione gigionesca che darà al suo canto dal 1989 in poi, risultando qui molto impostato e serioso, in pieno stile new wave.
Il cantante evidenzia la caducità dell’uomo che, a differenza di elementi immutabili come terra e acqua, tende a perdere facilmente la propria dignità e la propria personalità facilmente, come altrettanto facilmente i regimi militari sudamericani distruggevano le vite dei giovani desaparecidos.
Chiude l’album “Guerra”, il primo inno antimilitare dei Litfiba.
L’intro cupa in continuo divenire, il canto rabbioso di Pelù, il synth inquietante di Aiazzi, le linee aspre del basso di Maroccolo, la batteria dell’incessante Ringo e la chitarra vorticosa di Renzulli rendono questa canzone una delle più interessanti e sorprendenti dell’album.
Desaparecido è un album qualitativamente privo di critiche, dove l’unica nota dolente (forse la più importante) è la produzione, affidata ad Alberto Pirelli.
La durata dell’album è troppo esigua (34 minuti circa), nonostante i Litfiba avessero già composto una ventina di singoli di grande spessore (LunaVersante EstElettrica DanzaOnda Araba, Transea), che avrebbero sicuramente incrementato la già alta qualità del disco.
Oltre ad un’eccessiva scrematura dei brani, non fu particolarmente azzeccata la scelta della copertina, che con quei sassi, decade nel completo anonimato.
A causa di queste scelte discutibili, non furono pochi gli scontri fra Pirelli e Maroccolo, personaggio eccentrico, dal carattere molto forte, scontri che contribuiranno certamente all scioglimento della formazione originale dei Litfiba nel 1989.
Desaparecido è il primo album della cosiddetta “Trilogia del Potere” (Desaparecido, 17 Re, Litfiba 3), una stagione musicale che va dal 1985 al 1988, in cui la band fiorentina diventerà una delle migliori band new wave in Europa, se non la migliore.
I Litfiba riusciranno successivamente a superarsi con lo splendido album “17 Re”, apice della carriera della band fiorentina, per poi riconfermarsi con “Litfiba 3”.
Tuttavia dal 1989, in seguito alla morte per overdose del batterista Ringo De Palma, e alcune divergenze interne, la formazione originale si scioglierà, lasciando al duo Pelù/Renzulli la direzione dei lavori, con Maroccolo che prenderà una direzione diversa e Aiazzi declassato a semplice turnista durante i vari tour.
Paradossalmente il periodo più “frivolo” dei Litfiba(da “El Diablo” in poi), caratterizzato da un rock popolare/mediterraneo, sarà il periodo più fruttuoso in termini di apprezzamento da parte delle grandi masse della band.
Personalmente preferisco il Pelù, animale da palco, del CD/DVD live “12/5/87 Aprite i vostri occhi”, disco che per gli amanti dei Litfiba vecchio stampo, e in generale per gli amanti del dark anni ’80, è oggetto di cult.
Desaparecido è un disco originale, fresco, eterogeneo e con messaggi profondi che sicuramente entra a far parte delle pietre miliari della musica italiana.

“Non sarò eroe,
Non sarei stato mai.
Tradire e fuggire
È il ricordo che resterà.” (Eroi nel Vento)

On the road with U2, viaggio tra i successi della band irlandese che ha segnato la storia della musica rock

in Controcultura di

di Pietro Bonanno

Siamo nel 1985 e gli U2 sono una delle band di maggior rilievo di tutto il mondo.
Il successo di “The Unforgettable Fire”, prodotto da Brian Eno, ha spinto la rivista “Rolling Stone” a definire il gruppo irlandese “il miglior gruppo degli anni Ottanta”. Tuttavia manca quel tanto che basta affinchè questa band possa essere finalmente considerata fra i giganti del rock.
Detto fatto, arriva il capolavoro.
Bono e soci, per il nuovo album, si allontanano dalla cupa e grigia Dublino, la stessa che ha visto nascere capolavori come “New Year’s Day”, “Sunday Bloody Sunday”, “I Will Follow”, per approdare nella tanto desiderata America, dove i quattro dublinesi intraprenderanno un viaggio che cambierà quasi nettamente la prospettiva che essi avevano nei confronti degli USA.
E’ per i deserti della Death Valley che nasce “The Joshua Tree”.
I brani sono un amalgama fra le sonorità post-punk del loro periodo post-adolescenziale (Boy, October e War), e le nuove esplorazioni country/blues/rock  caratteristiche della musica americana.
Le liriche sono ispiratissime, influenzate anche dall’incontro con il “mahatma” Bob Dylan, in cui Bono ammise di aver provato  sensazioni fortissime (chi non si scioglie dinanzi alla poesia del cantautore di Duluth, Minnesota).
Sono ancora lontani i tempi in cui il cantante diventa la parodia super-buonista di se stesso, qui la denuncia sociopolitica è ancora sincera ed aspra, accresciuta dalla delusione per aver preso atto dell’altro volto degli USA, quello opaco e torbido delle amministrazioni Carter/Reagan.

L’apertura è epica.
“Where the streets have no name” si apre con l’arpeggio della chitarra di The Edge, quasi un folk elettrico, seguito da una prestazione vocale di Bono eccellente, come in tutto l’album, del resto. Il testo sarebbe ispirato ad un’antica storia riguardante Belfast, nella quale è possibile identificare lo status  economico e sociale di una determinata persona in base al luogo in cui quest’ultima risiede.
Bono immagina una città ideale, senza strade che identifichino la personalità di ogni individuo, e quindi, senza disparità: tema classicamente U2.
“I Still Haven’t Found What I’m Looking For” il brano seguente. Un gospel rock in cui la tematica principale è la fede in Dio e la difficoltà dell’uomo nel mantenere saldo il proprio credo in quest’ultimo.
Cucinato nella stessa salsa “With Or Without You”, forse il brano più celebre (non troppo meritatamente) dell’album, qui le corde vocali di Bono e le corde della chitarra di The Edge si inseguono e si intrecciano creando una delle hit più famose della storia degli U2.
“Bullet the Blue Sky” è una delle canzoni più belle e controverse dell’album. Il testo è una velata protesta contro l’amministrazione in politica estera dei presidenti Carter e Reagan nei confronti di paesi “minori”, come Nicaragua ed El Salvador, in cui il cantante poté toccare con mano i risultati della campagna di neutralizzazione economica e strutturale operata a danno di tali paesi, durante un viaggio intrapreso insieme alla moglie in Sudamerica. Il brano si apre con la batteria e il basso di Larry Mullen e Adam Clayton che ripetono continuamente gli stessi accordi, la chitarra “disturbata” di The Edge è accompagnata dal canto rabbioso di Bono. Uno di quei brani che dal vivo rendono ancora meglio.
“Running To The Stand Hill” narra della dipendenza dall’eroina di numerosi giovani dublinesi e, più in generale, della difficoltà della maggior parte dei giovani del tempo a distaccarsi da questo tipo di droghe. Musica e testo raggiungono alti livelli di  commozione.
In “Red Hill Mining Town” il canto disperato di Bono, sicuramente al suo massimo storico, narra la difficoltà dei minatori nello svolgere il proprio lavoro, oltre che le difficoltà occupazionali del settore negli anni ’80. Il testo stavolta è composto dal bassista Adam Clayton, figlio, appunto, di un minatore.
Con “In God’s Country” si passa al lato B dell’album. Il brano si svolge seguendo la falsa riga di Where The Streets Have No Name, dal quale scopiazza anche l’intro, ma che nonostante l’ottimo lavoro svolto si dimostra, forse, il brano più debole di The Joshua Tree.
“Trip Through Your Wires” è il brano più “statunitense” dell’intero l’album: un mix fra blues e country, accompagnato da un testo accattivante, danno una caratura più movimentata  al brano. Tratta della sensazione di oppressione a cui si va incontro quando si affronta una relazione con una donna, ma che dalla quale non ci si può assolutamente distaccare.
“One Tree Hill” è la canzone più emozionante ed intima dell’intero disco. Dedicata all’autista della band, morto in un incidente stradale in moto, qui i quattro dublinesi danno il meglio di se. Le splendide colline di One Tree Hill, Nuova Zelanda (terra natia dell’autista), ispira le liriche e gli arrangiamenti della canzone e ciò che nasce è  una splendida commemorazione per l’amico defunto.
“Exit” è uno dei capolavori assoluti dell’album, di certo la composizione più cupa.
Il brano è quasi un’opera drammatica, in cui viene rappresentato lo stato d’animo e le emozioni che prova un assassino prima di commettere un’ omicidio.
Il clima è cupo, oppressivo, le linee di basso e di chitarra si ripetono all’infinito, ed il canto di Bono è ansioso e quasi inquietante: capolavoro.
“Mothers of the Disappears” è l’undicesimo ed ultimo brano dell’album. È un commovente omaggio alle madri di Plaza de Mayo, ed allo stesso tempo si presenta come  critica forte nei confronti del fenomeno dei desaparecidos in Argentina. Piccola chicca:  l’intro della canzone si apre con il synth suonato proprio da Brian Eno:
degna chiusura di un album irripetibile.

The Joshua Tree è forse l’apice della carriera degli U2, sicuramente l’album più ispirato.
Nel bene o nel male, questo disco sarà lo spartiacque per il gruppo: da qui in poi il mondo amerà o odierà la band di Dublino, in seguito a discutibili scelte commerciali e musicali.
Di dischi così importanti e soprattutto diffusi (23 milioni di copie vendute) ne usciranno, ben pochi. Musicalmente parlando, l’album, è una delle ultime gemme degli anni ’80, in cui il panorama musicale è saturo di band mainstream e di gruppi TV-friendly, infatti da lì a poco si abbatterà il ciclone Nevermind, Nirvana, che cambierà totalmente e, direi definitivamente, la scena rock mondiale.
The Joshua Tree è una pietra miliare della musica in generale, tuttavia il merito più grande degli U2 è quello di aver creato un opera dalla quale possono attingere (e hanno attinto) sia i giovani degli anni ’80, sia i giovani di oggi. L’attualità del disco anche ai nostri tempi è la dimostrazione che il mondo è difficilmente mutevole, e le speranze per un cambiamento sincero sono esclusivamente riversate sulle spalle dei giovani. Gli U2 non sono altro che il riflesso di milioni di giovani che esprimono tutta la propria rabbia e tutta la propria delusione in un opera spettacolare qual’è The Joshua Tree.
Perché se purtroppo un mondo senza strade e senza disparità è davvero impossibile, mio caro Bono, per 50’11” mi hai fatto credere che fosse possibile.

Oggi a destra, domani a sinistra: la giornata-tipo di Angelino Alfano

in Politica di

di Roberto Puglisi

Vi proponiamo, a seguire, uno spassoso articolo del giornalista Roberto Puglisi, pubblicato su LiveSicilia.it, per sciogliere ogni dubbio su come trascorre le sue giornate Angelino Alfano.

Continuano gli scoop di LiveSicilia.it. Dopo la lettera di Crocetta al suo cerchio magico, grazie a un colonnello di Ncd, passato ad Ap, dopo una pausa nel Pd e una capatina con Fi (nel frattempo l’uomo è impazzito), siamo riusciti a mettere le mani sull’agenda-diario di Angelino Alfano. Qui è descritta una sua giornata tipo.Ore 6.30. Sveglia.

Ore 6.31. Scendere dal letto. Toccare il pavimento col piede destro, poi toccarlo col sinistro. Ripetere l’operazione all’inverso.

Ore 6.35. Caffè amaro.

Ore 6.37. Caffè zuccheratissimo (per non deludere nessuno).

Ore 7. Scherzo telefonico a Musumeci.

Ore 7.45. Telefonata con Delrio: “Caro Graziano, sono disponibile a trovare un accordo. Vediamoci”.

Ore 7.53. Telefonata con Schifani: “Caro Renato, sono disponibile a trovare un accordo. Vediamoci”.

Ps. Appuntarsi il testo col nome giusto per non sbagliare. L’altra volta ho chiamato Schifani ‘Graziano’. E lui si è incazzato. Mi sono dovuto giustificare: “Pensavo all’attaccante”.

Ore 8.22. Telefonare a Salvini per farsi spiegare cos’è una Ong, imitando la voce di Giorgia Meloni.

Ore 8.23. Quando Salvini dice: “Uè, Alfano!”, riattaccare precipitosamente.

Ore 9.12. Verificare la manutenzione di ‘Angelina’, la poltroncina portatile in pelle di democristiano che porto sempre con me.

Ore 10.10. Prendere un caffè con Davide Faraone.

Ore 10.11. Allontanarsi con una scusa per verificare se il mio sosia, Pinuccio Vadalà, sta prendendo un caffè con Miccichè.

Ore 11.30. Scherzo telefonico a Musumeci.

Ore 12. Rilasciare una dichiarazione al giornale radio: “Siamo corteggiatissimi, tutti ci cercano perché vogliono vincere”.

Ps. Sforzarsi di non sghignazzare.

Ore 12.20. Ricordare di assumere un ufficio di stampa per i giornali di destra e un ufficio stampa per i giornali di sinistra.

Ore 12.47. Telefonare a Rosario Crocetta per contrattare sedici gabinettisti, quattro posti auto a Palazzo d’Orleans e un biglietto scontato del traghetto per Filicudi.

Ore 12.52. Inviare alle agenzie un comunicato contro il governo Crocetta, denunciando l’urgenza della questione morale in Sicilia.

Ore 13.01. Mandare una cartolina a mio fratello Alessandro alle Poste. Lui ama comunicare così.

Ore 13.02. Chiedergli, via cartolina, se è disponibile, nei prossimi giorni, ad accompagnarmi alla sede del Pd, così mi aiuta a trattare, visto che lui di questione morale sa tutto e a sinistra ne vanno pazzi. Magari lascia pure un curriculum. Non si sa mai.

Ps. Nella sede del Pd, ricordarsi di non domandare: “Ma è il nonno di Renzi?”, guardando la grande foto nella stanza del segretario. Ogni volta rispondono: “Quello è Berlinguer!”.

Ore 13.21. Pausa pranzo e pennichella. Fare un sonnellino di destra e uno di sinistra.

Ore 15.14. Risveglio. No, non sono Marco Minniti. Sono Angelino Alfano. Prendere nota e riaversi dallo spavento. Ci vorrà un po’ di tempo.

Ore 17.42. Scherzo telefonico a Musumeci.

Ore 18. Appuntamento col centrosinistra. Ricordarsi di tirare fuori dal bagagliaio la poltroncina ‘Angelina’, per aprirla. Appuntarsi la fase: “Prima di tutto io ho bisogno della poltrona”. Così capiscono subito.

Ore 19. Ripetere la stessa operazione col centrodestra. Portare con me Simona Vicari e Giuseppe Castiglione, sanno tutto di questione morale e lì ne vanno pazzi. Magari lascio pure un curriculum. Non si sa mai.

Ore 20.12. Rincasare, salendo le scale, per mantenere la forma. Prima il piede destro, poi il piede sinistro. Riscendere e ricominciare tutto daccapo, in senso inverso.

Ore 20.16. Dare una lucidatina al pendolo di casa. Gli devo molto, perché da lui ho imparato a stare al mondo. Oscillando.

Ore 20.45. Filmone in tv sulla guerra di Troia. In fondo gli achei avevano ragione a incazzarsi, ma non è che i troiani avevano torto.

Ore 22. Ricordarsi di mandare qualcuno a prendere Pinuccio Vadalà che sta ancora trattando con Miccichè.

Ore 22.30. Prima di andare a nanna, annotare la frase del giorno: “Tutte le decisioni definitive sono prese in uno stato d’animo che non è destinato a durare”.

Ps. Però, mica male questo Proust, ricordo che era un grande pilota. Non immaginavo sapesse anche scrivere.

Caro Angelino, pure in questo caso ecco un falso giocoso, uno scherzo come per Saro Crocetta. Non avertene troppo a male: il sorriso è il modo in cui sarai ricordato, anche se non sappiamo che sorriso sarà. Non serve aggiungere altro, se non una breve chiosa, che tu l’abbia o non l’abbia, è proprio vero: il pendolo ti ha insegnato tutto.

Quanto ci hanno impoverito gli anni spesi a studiare

in Blog di

di Antonio Guarrado*

Domandarsi se con la cultura non si mangia è ozioso, domandarsi in che modo la cultura impoverisca è più utile. Uno dei libri più interessanti del prossimo autunno sarà “Teoria della classe disagiata” di Raffaele Alberto Ventura (in uscita a settembre per minimum fax), che contiene fra l’altro un attacco formidabile alla cultura intesa come bene di lusso; in particolare alla cultura umanistica, in particolare alle lauree umanistiche, in particolare alla laurea in filosofia. Sin dal titolo Ventura si rifà al celebre “Teoria della classe agiata” di Thorstein Veblen, che teorizzava come il benessere portasse all’impoverimento: chi è abbastanza benestante è costretto a spese sempre maggiori per affermare il proprio status, così da finire per avere un tenore di vita peggiore di un povero senza ambizioni.

La classe agiata di Veblen era la borghesia americana di fine Ottocento. La classe disagiata di Ventura siamo noi trenta-quarantenni di inizio Duemila che abbiamo investito nell’accumulo di titoli di istruzione superflui e che ora, nella speranza che fruttino, siamo costretti a continui investimenti in un apparato che ci dimostri acculturati: libri, cinema, concerti, viaggi, slow food… La nostra cultura ci trasforma in parvenu che hanno investito tutti i propri averi nell’argenteria ma, onde fare bella figura, s’indebitano per assumere un maggiordomo che la lucidi. E se ripensando ai vostri studi vi pare di avere pagato relativamente poco, fra esenzioni fiscali e affitti stracciati per matricole, ricordate che la vostra laurea, magari umanistica, magari in filosofia, non vi è costata solo ciò che avete speso; vi è costata tutti i soldi che non vi ha fatto guadagnare.

IlFoglio

Pasqua Biancavilla, alla ricerca di un nuovo ordine e di maggiore omogeneità

in Blog di

di Dino Laudani

Negli ultimi venti anni la Pasqua biancavillese ha subito diverse metamorfosi, per gran parte positive, e che l’hanno rilanciata dopo un lungo letargo: oggi – tuttavia – si rende necessario un nuovo ordine e maggiore omogeneità.
In effetti, fino a fine anni ’90 del secolo scorso, le confraternite cittadine (per chi non lo ricordasse quelle: del SS. Sacramento, dell’Annunziata, del Rosario, dei Bianchi, della Mercede, di S. Antonio e di S. Giuseppe) pur garantendo la continuità e la partecipazione alle funzioni religiose, avevano da tempo perso la pratica di vestire l’abito tradizionale. Alle processioni si partecipava con abiti laici e con l’abitino (il cd. medaglione) sul petto di ogni confrate.
Alle soglie del secondo millennio, la sensibilità mostrata da alcuni confrati (in particolare della confraternita dei Bianchi, a cui presto si unirono quelli del Rosario e della Mercede), consentì il ritorno all’abito tradizionale. Per la prima volta, infatti, fu possibile rivedere i confrati con sacco, berretto, mozzetta e cingolo colorati.
La bontà dell’intuizione fu colta anche dall’amministrazione comunale del tempo che, non si fece scappare l’occasione, e fornì ad ogni confraternita un congruo numero di abiti tradizionali da fare indossare ai propri confrati in occasione delle processioni pasquali.
Il ripristino del vestiario segna senza dubbio una importante inversione di tendenza che ha certamente influito sugli anni futuri e in particolare su quanto accaduto nel 2004; anno in cui, per la prima volta, aderivano ad una confraternita (nello specifico a quella del Rosario) circa venti giovani con il preciso scopo di riportare a spalla il simulacro del Cristo alla Colonna durante la processione serale del Venerdì Santo.
Il ritorno a spalla del Cristo alla Colonna e la presenza di giovani in una confraternita cittadina fu di tale impatto che in concomitanza alla notizia della formazione del gruppo del Rosario, si costituì un altro gruppo, in chiesa Madre, di supporto alla confraternita del SS. Sacramento, il quale scelse di riportare a spalla la Torcia lignea ed in seguito anche il Cristo Morto.
Le ripercussioni di queste novità furono tali che già dal 2005 tornarono a spalla il simulacro dell’Ecce Homo – grazie al gruppo giovani confrati dell’Annunziata – seguito nel 2006 dal Cristo con la Croce, con il gruppo dei giovani confrati della Mercede.
Via via anche le altre confraternite – grazie ad una sana emulazione – hanno aperto ai giovani: così nel 2009 è stata la volta di San Giuseppe sino ad arrivare nel 2010, anno in cui è stata fondata una nuova confraternita, quella del Crocifisso Risorto con sede nella chiesa dell’Idria.
Altri eventi e novità hanno segnato questi anni, tra cui la formazione di alcune associazioni religiose che per certi versi sono entrate in contatto con le antiche confraternite: innanzitutto il Circolo San Placido, composto – almeno in origine – dai giovani non ammessi dalla confraternita del SS. Sacramento ed, in ultimo (2017), l’associazione Ecce Homo, nata presso la parrocchia Annunziata a seguito di un lungo tira e molla con la confraternita, dimostratasi incapace di aprirsi ad un vero ricambio generazionale.
In proposito vale fare una precisazione che – preciso sin d’ora – non vuole essere polemica.
La nascita del Circolo San Placido è legata al culto del nostro Patrono. Gli stessi membri, tuttavia, hanno da sempre offerto la propria disponibilità, in occasione delle processioni pasquali, a favore della confraternita del SS. Sacramento per portare il simulacro del Cristo Morto e la Torcia, vestendo per l’occasione le insegne della confraternita.
Ciò non è successo in occasione dell’ultima Pasqua, in “casa Annunziata”, dove i membri della nuova associazione, hanno portato in processione il simulacro dell’Ecce Homo, con un abito “proprio”, privando di fatto la confraternita del ruolo che ha esercitato sin dalla sua fondazione nel lontano 1656. Sia ben inteso! Nessun abuso: la confraternita ne era a conoscenza.
Il fatto – a mio modestissimo parere – è di per sé grave. Non credo a chi parla di arricchimento quando nasce una nuova realtà ecclesiale. Ciò spesso è servito a creare esclusivamente nuovi spazi da gestire in autonomia, come fatto del resto anche nella storia dalle stesse confraternite. Tuttavia, quando accadeva questo, la nuova realtà creava una peculiarità propria (introducendo un nuovo Mistero, ad esempio) e non impoveriva o escludeva dalla tradizione una già presente.
Nel caso dell’Annunziata, invece, la nascita di un’associazione dedicata all’Ecce Homo, pur essendo legittima e degna della massima considerazione, rappresenta un impoverimento per la confraternita che è presente in quella chiesa da quasi 400 anni, con il ruolo di servire e portare in processione, tra l’altro, il Cristo martoriato – al Venerdì Santo – e la Madonna durante la Domenica di Risurrezione.
La questione appena accennata, è solo una delle tante che andrebbero affrontate, come quella discutibile – perché frutto di estemporaneità e unilateralità – di portare in processione anche le consorelle. Il sottoscritto non è contrario – sia ben inteso – tuttavia, queste scelte vanno affrontate collegialmente e in comunione con il clero, in un’ottica di rinnovamento condiviso e programmato.
In conclusione ne viene fuori un quadro complesso ed in cui i nostri “pastori” insieme alle confraternite sono chiamati, dopo questi anni di crescita spesso disordinata del fenomeno confraternale, a creare le premesse per un nuovo ordine e ad una maggiore omogeneità.
L’importanza di quanto detto sta, altresì, nel fatto che i nostri riti pasquali sono talmente unici nel loro genere, da aver meritato – è un unicum per Biancavilla – l’iscrizione nel Registro delle Eredità Immateriali istituito dalla Regione Siciliana, sotto l’alto patrocinio dell’UNESCO.

Vino di qualità, Gaja acquista vignetti a Biancavilla. Oggi “Bollicine dell’Etna”

in Attualità di

Da Biancavilla parte una nuova importante sfida per la produzione e la commercializzazione sul mercato internazionale del vino di qualità Doc Etna. A investire è il noto imprenditore piemontese Angelo Gaja che, insieme al siciliano Alberto Graci, tra i vignaioli più apprezzati in Sicilia.
La notizia è stata ufficializzata a Giarre nel corso della presentazione di “Sicilia En Primeur”, l’appuntamento del vino siciliano a livello internazionale. Era già stata anticipata da Cronache di gusto e poi rilanciata dalla stampa nazionale, a partire da Repubblica e il Sole 24 ore.
Gaja e Graci hanno fondato la società agricola Konis che ha già acquistato 21 ettari di vigneti di Biancavilla, coltivati a Nerello Mascalese. Presto, ne verranno acquistati altri, per rendere operativa una nuova cantina destinata a produrre vino che verrà distribuito in tutto il mondo, grazie al prestigioso marchio Gaja.
L’iniziativa imprenditoriale rappresenta una svolta, dal momento che, fino ad oggi, Angelo Gaja ha portato avanti la sua azienda in Piemonte e ha investito soltanto in Toscana. Adesso, si punta alle viti dell’Etna ed in particolar modo al versante di sud-ovest del Vulcano.
La scelta di Gaja e Graci potrebbe avere una significativa ricaduta nel territorio, in termini di sviluppo e di crescita occupazionale.
“Arrivo sull’Etna per imparare. – ha detto Angelo Gaja a Cronache di gusto – Perché l’Etna? Era una cosa che sentivo a pelle da tempo, mi hanno colpito le descrizioni di questa montagna che dorme, talvolta si sveglia e spesso brontola. E’ il luogo di vini eleganti”.
Intanto, oggi va in scena la terza edizione di “Bollicine dell’Etna”, la kermesse del gusto e delle eccellenze vitivinicole, promossa dall’Enoteca regionale della Sicilia orientale, in sinergia con il Comune di Linguaglossa e di Castiglione di Sicilia.
A partire dalle 15.30, le porte di Casa San Tommaso, a Linguaglossa, saranno aperte ai visitatori che potranno degustare gli spumanti proposti dalle diverse cantine partecipanti. Tra queste, Antichi Vinai 1877, Cantine Nicoisia (Sosta Tre Santi), Cantine Patria (Palici), Cantine Russo (Mon Pit), Destro (Saxnigra), Firriato (Gaudensius), La Gelsomina, Mannino Tenuta di Plachi (Caterina di Plachi), Planeta. Stamattina, si è svolto il workshop “Gli spumanti tra le produzioni di eccellenza dell’Etna” che ha visto la partecipazione del presidente dell’Enoteca Regionale Sicilia Orientale Giovanni Conti, i sindaci del territorio tra cui Rosamaria Vecchio, sindaco di Linguaglossa, Salvatore Castorina, presidente Casa San Tommaso, il presidente del Consorzio Doc Etna Giuseppe Mannino, l’on. Giovanni La Via, presidente della Commissione Ambiente al Parlamento europeo. A moderare l’incontro sarà Ernesto Del Campo.

L’arte nella insabbiata in onore di san Nicolò Politi

in Controcultura di

La prima Insabbiata ad Adrano raccontata da alcune foto di Gisella Torrisi e dall’intervista (improvvisata) di Fernando Nicosia all’organizzatrice dell’evento e coordinatrice artistica, la nostra Sara Ricca. Vedrete in questo video la spontaneità dei ragazzi di Symmachia che dopo il Laboratorio Sociale di Performazione (tenutosi ogni domenica presso la nostra sede) si sono ritrovati reporter in un meraviglioso pomeriggio alla villa di Adrano. I temi della lezione di ieri, domenica 07 maggio, sono stati: responsabilità e trasparenza, leggerezza e profondità. Chissà se questo non sia lo spunto per un telegiornale… sarebbe sicuramente fresco e autentico come i nostri cari ragazzi.
Viva il cambiamento! Rendiamo vivo il nostro paese.

*Foto di copertina di AdranoDreamers

Go to Top