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Attualità

Le elezioni regionali siciliane e l’irresistibile fascino dell’obbedienza

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Ogni riferimento a cose, persone e circostanze è assolutamente voluto.

La battaglia delle Termopili non ha avuto solo il significato di simboleggiare l’eroismo spartano di re Leonida, quella battaglia ha fatto che sì che si salvasse la Grecia i cui principi sono stati fondanti la civiltà europea tutta, dai modelli politici, al sistema filosofico, dall’arte alla letteratura, fino al diritto.

Ma l’aspetto più affascinante di quella civiltà è, secondo me, il desiderio di indipendenza, di libertà, portato alle estreme conseguenze del sacrificio personale, come i trecento eroi hanno testimoniato.

Oggi quella pagina meravigliosa di storia mi è tornata in mente, forse perché all’approssimarsi delle elezioni regionali osservo i comportamenti di alcuni personaggi che popolano il sistema politico della nostra città.

E mi si para davanti la dicotomia tra cittadino e suddito, tra servo e padrone, tra vassallo e feudatario.

Nelle strettoie delle Termopili si scontrarono non tanto due eserciti, ma due mondi contrapposti, due concezioni inconciliabili, da una parte l’idea persiana-orientale basata sul concetto di uomo come suddito e dall’altra parte l’idea greca di uomo come cittadino.

Cittadino è il civis, colui che partecipa alla vita della propria comunità in modo attivo, come tale è depositario di diritti e libertà.

Il suo contrario è il suddito, privo di diritti e incapace di muoversi in libertà, è colui il quale si piega ad un sistema di oligarchia, è chi tace, è chi volta lo sguardo, è chi abbassa la testa.

Il cittadino è colui che rifiuta di infeudarsi, infeudarsi ecco la parola chiave, feudo, feudalesimo, feudatario.

La politica della nostra città sembra aver ripudiato Leonida per rifarsi a qualcosa di profondamente diverso: il vassallaggio.

Il vassallaggio è stato la struttura portante della civiltà feudale, lungi da me voler fare un excursus storico così complesso, mi preme solo dire che quel sistema ha avuto una funzione storica importantissima, perché all’indomani del crollo dell’Impero Romano e la conseguente disintegrazione della civiltà, il feudalesimo permise di traghettare l’Europa verso un destino migliore.

Il feudalesimo si fondava su un rapporto personale tra il signore e il vassallo (vassus), il quale giurava fedeltà ricevendo dal signore protezione.

Tutto avveniva con una cerimonia di “omaggio”, in cui il vassallo poneva le mani giunte in quelle del signore, all’interno di una cornice spirituale tipica della sacralità medievale.

Ma questo era il feudalesimo storico, altra cosa è il neofeudalesimo di oggi.

Il feudalesimo storico aveva bisogno dei vassalli perché insieme a loro si doveva salvare una società in preda al caos, il neofeudatario, invece, ha bisogno di lacchè per perpetuare il suo potere e per creare una vera e propria macchina del consenso.

La macchina elettorale deve essere perfetta, deve possedere non un castello ma una segreteria, non bellatores (guerrieri), ma clientes (clienti), non contadini ma servi.

Il neofeudatario non dispensa terre e protezione contro i barbari, ma favori, licenze, assunzioni, finanziamenti, prebende varie.

Sia chiaro, quello che colpisce non è l’atteggiamento del neofeudatario , ma quello dei suoi sottoposti.

Voglio citare un libro sconosciuto ai più, “Discorso sulla servitù volontaria”, scritto da Etienne De La Boétie” nel 1549 e pubblicato clandestinamente nel 1576, un testo piccolo ma un capolavoro sulla libertà, meraviglioso e terribile allo stesso tempo, teso a smascherare l’atteggiamento di quegli uomini contenti di servire un tiranno, anche se il tiranno è un uomo senza qualità, uomini docili verso un padrone che li piega al proprio volere non con violenza ma facendo leva sulla loro compiacenza; non si capirebbe altrimenti il perché di chi, ricco di proprio (svincolato quindi dalla necessità e dal bisogno), senta lo stesso l’irresistibile piacere di sottomettersi.

De La Boétie ci spiega che i potenti sarebbero veramente poca cosa se non ci fossero pletore di servi pronti all’obbedienza.

Li vedi là, auto immortalati nelle foto e guardandoli capisci che sono contenti, compiacenti per aver stipulato un rapporto perverso tra l’uno, il forte e loro, i deboli.

La loro debolezza si trasforma in assuefazione, giungendo persino ad a modificare il loro pensiero per poter giustificare il loro servilismo.

Il fascino dell’obbedienza è molto diffuso, ma questi uomini si accontentano di poco, barattano la loro libertà con sistemazioni precarie e sottopagate, con promesse di corsie privilegiate per ottenere favori; quindi la questione è soprattutto psicologica, essi hanno una propensione naturale al servilismo, sono disposti a sottomettersi per poco pur di entrare nelle simpatie del potente.

Non li condanno, “tengono famiglia”, ed è per questo che lancio loro un appello.

Nel suo “Trattato del ribelle” Ernest Junger vuol convincere gli uomini che la resistenza ai potenti è possibile e nasce dalla conquista della libertà interiore:

“se le grandi masse fossero così trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono ad un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poiché tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale adire quegli esseri che non hanno dimenticato cos’è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in se stessi, c’è il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. E’ questo l’incubo dei potenti”.

Nessuno di noi si erge a moralista, a giudice, nessuna condanna senza appello, la verità è che, pur tra i mille errori commessi, alcuni uomini conservino un’ idea della politica come dignità, speranza, capacità critica e soprattutto libertà.

Credetemi non siamo tutti uguali.

Caro Pietrangelo Buttafuoco, te lo do io Nello Musumeci

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La crisi del sistema politico siciliano sembra ormai aver toccato il suo picco più alto,ormai assistiamo alla fine dell’etica, all’inabissarsi del sacro, alla scomparsa dei valori tradizionali, soppiantati da disvalori che appartengono alla sfera ecomico-finanziaria.

A questo squallore fa da cornice una crisi economica senza precedenti e, dulcis in fundo, la Sicilia ha dovuto sopportare il “cuffarismo”, il “lombardismo” e il “crocettismo”, tsunami di proporzioni bibliche.

E’ tutto perso?E’ finita?

Non lo sappiamo, ma di solito da una crisi parte il cambiamento, quello vero si spera, quello rivoluzionario.

Rivoluzionario non nel senso di rivolta armata, di colpo di stato, ma nel suo significato etimologico e più autentico: ripristino delle condizioni precedenti.

In questa accezione del termine sta il senso autentico della scommessa di Nello Musumeci, ripristino delle condizioni precedenti significa visione politica come capacità di progettare, costruire, saper discernere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, in rapporto alla res pubblica.

Il cambiamento nella sua prospettiva rivoluzionaria è la determinazione di suscitare, sentimenti, speranze, passioni.

Per innescare il cambiamento bisogna, naturalmente, che ci sia qualcuno che lo interpreti.

Per troppo tempo abbiamo assistito allo spettacolo indecente di persone a cui è stato letteralmente impedito di esprimere il proprio valore al servizio della cosa pubblica.

Ma ora siamo al capolinea, siamo sospesi sul baratro, siamo sotto una spada di Damocle che incombe su di noi.

Ammettiamolo, uomini e donne di sinistra e di destra, grillini, indipendentisti, l’unico in grado di arrestare il declino della Sicilia è Nello Musumeci.

Stare dalla parte di Nello non è un atto fideistico, non è solo apprezzare la persona, non è semplicemente scegliere un leader.

Stare con Nello è un atto d’amore per quello che lui rappresenta: la sicilianità.

Nello è qualcosa che va al di là della sua stessa persona, è un simbolo, un esempio, un modello comportamentale.

La sua carriera politica è la rappresentazione plastica di un uomo che si è tentato di isolare, da parte di chi è dedito ai compromessi, alle ipocrisie, alle disonestà tipiche di quel comportamento che Musumeci stesso definisce la malapolitica.

La sua carriera politica è l’espressione di ciò che è l’alto senso delle istituzioni, il rispetto degli avversari, il senso profondo dei valori.

Nello è un sopravvissuto, l’ultimo erede di una razza di politici in via d’estinzione.

Il buon Dio, non è dato sapere perché, ha fatto nascere in un determinato periodo storico uomini di un’altra tempra, preparati, colti, con alto senso civico, Nello Musumeci viene da quel mondo.

Lui non si è riciclato, non si è messo a scimmiottare il grillismo, coerente e duro come la roccia, testardo come un mulo,è convinto che la politica sia una nobile arte al servizio della gente.

Si, forse ha ragione Pietrangelo Buttafuoco: la cocciutaggine di Musumeci gli fa credere di poter governare l’ingovernabile.

Ma caro Buttafuoco qual è l’alternativa?

Forse rifugiarsi nei peggiori difetti di noi siciliani: il vittimismo, il fatalismo, la convinzione gattopardesca che sia tutto irredimibile, immutabile?

Oppure, caro Buttafuoco, non è meglio richiamarsi all’ideale dell’ostrica di Verga e rimanere avvinghiati ai più autentici valori della nostra terra, e tra questi il più alto dei valori: la Sicilia.

La Sicilia, non un’isola ma un continente, crogiolo di civiltà, storia.

La Sicilia come assoluto, assoluto come bellezza, unicità, identità.

La Sicilia come sublimazione e magnificenza per i suoi vulcani, le sue isole, per i suoi fiumi, per i suoi panorami mozzafiato.

La Sicilia della grande cultura: Verga, Pirandello,Quasimodo, Guttuso, Gentile, Sciascia…

La Sicilia dei grandi eroi:Impastato,Borsellino,Falcone,…

La Sicilia benedetta dagli slanci di generosità nell’accoglienza dei lampedusani.

La Sicilia nobile,migliore,autentica.

Non ci rimane che avere il coraggio di sperare, perché il coraggio della speranza è la forza vitale di rimanere ancorati ai propri valori, di rimanere attaccati alla passione e all’amore per la propria terra.

Il coraggio della speranza non è un’illusione ma l’assoluta certezza di farla “Ridiventare Bellissima”.

Rissa tra immigrati e adraniti: lo scontro ideologico tra buonisti d’accatto e idioti xenofobi, amplificato dagli imbecilli di Facebook

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di Antonio Cacioppo

Viviamo tempi difficili, la società è su un crinale caratterizzato da paura e ferocia. Assistiamo quotidianamente a squallide dimostrazioni, violente aggressioni, terribili scontri tra italiani e stranieri.
Il clima si è fatto incandescente da molto tempo, ormai i flussi migratori preoccupano tutti, per questo non c’è da meravigliarsi per le continue proteste, perché riflettono il disagio nei confronti dello “straniero”, del “diverso”, del “nemico”. E’ un’inquietudine prodotta dalla globalizzazione di cui l’immigrazione è uno dei riflessi.
Questo clima diventa ancora più drammatico quando ha una forte correlazione con la nostra vita quotidiana, come i recenti fatti di Adrano testimoniano.
Intanto, derubricherei gli scontri tra adraniti e immigrati ad un semplice episodio legato alla “tradizione” tipica della nostra città, chi non ricorda le risse, le coltellate coi “scassapagghiari”di Biancavilla, sempre per questioni “etniche” di campanile e per questioni di donne.
Niente di nuovo sotto il sole, l’unica differenza è che al nemico di Biancavilla si è sostituito l’immigrato.
E non è vero che Adrano è diventata violenta recentemente, lo è sempre stata, come non ricordare il “Triangolo della morte”,come non ricordare il numero spropositato di morti ammazzati.
Alla presenza endemica della violenza si aggiunge, oggi, la desertificazione della borghesia adranita, incapace di esprimere una classe dirigente all’altezza e di conseguenza non in grado di elaborare, a nostro parere, analisi precise e veritiere su alcuni fenomeni sociali. Quello che è successo ad Adrano non ha radici locali ma va inquadrato in un contesto generale di cui noi adraniti siamo un semplice riflesso.

Tentiamo una riflessione partendo da una considerazione di tipo storico

1) Il mercantilismo del Seicento e del Settecento non si occupava solo di scambi commerciali, ma trattava una particolare “merce”, molto preziosa lo schiavo che veniva prelevato direttamente in Africa;

2) L’imperialismo prevedeva l’occupazione militare del continente africano, con lo sfruttamento degli schiavi sul posto;

3) La globalizzazione, la forma più sofisticata, oggi, di schiavismo, perché prevede lo sfruttamento degli schiavi nei paesi industrializzati attraverso l’immigrazione di massa.

Ma se facciamo attenzione un attimo, se ragioniamo, ci si accorgerà che ci vogliono ingannare con quella che alcuni studiosi hanno definito “neolingua”. E’ improprio parlare di immigrazione di massa, si tratta, invero, di una vera e propria deportazione di massa, che utilizza l’importazione di schiavi.

Importare schiavi serve ad abbassare il costo del lavoro,significa mettere l’un contro l’altro, gli italiani contro gli immigrati per una corsa tesa ad impoverire il livello dei diritti e lo standard dei salari, una guerra tra ultimi e penultimi.

Puntare il dito contro l’immigrato è ostinarsi a non capire. E’ l’incapacità di non saper risalire alle cause profonde di questo dramma umano. E se non ci si ostina si può riflettere su chi sta dietro questo fenomeno, su chi ha interesse a importare manodopera a basso costo, su chi non ha impedito il crollo della natalità in Italia per poter giustificare l’immigrazione.
Di fronte a queste semplici riflessioni ci sembra lapalissiano concludere che il nemico non è l’immigrato ma chi lo utilizza. Non a caso dietro alcune O.N.G. opererebbero personaggi come Soros, il multimiliardario che gioca a fare il filantropo sulla pelle dei nuovi schiavi per poter importare carne umana da sfruttare.

E non è un caso che la desertificazione dei diritti degli italiani (cancellazione dell’articolo 18, jobs act, contratti a tempo sottopagati, precarizzazione), corra di pari passo con gli enormi flussi migratori.
Alla fine il disegno appare chiaro, sia noi europei, che loro, gli stranieri, saremo trasformati in una indistinta massa da sfruttare.

Ci rendiamo conto che questa analisi è devastante, terribile, ma sono ancora più gravi le risposte che taluni danno al problema.
Nella fattispecie le risposte sono due:

-I buonisti d’accatto che elogiano l’immigrazione;

-Gli idioti della lotta tout court contro gli immigrati.

Entrambe le risposte ideologiche sono da considerarsi un riflesso condizionato e indotto dai mezzi di comunicazione amplificati dagli imbecilli di facebook.
La narrazione si concentra sugli effetti dell’immigrazione nella nostra realtà, senza indagarne le cause.
Per essere più precisi, per gli ultras dell’ “accogliamoli tutti” bisognerebbe aprire le frontiere, ci dovremmo arrendere ad un cosmopolitismo di maniera, per cui tutti saremmo proiettati in un mondo migliore dotato di una unica cultura; per capirci mi riferisco agli idioti dell’inglese per tutti, ai fautori del pensiero unico per l’abbattimento di ogni differenza e di ogni identità.
Dall’altra parte, si nota, altresì, la presenza di quei politici meschini che facendo leva sulle paure, sui bisogni della gente, speculano soffiando sul fuoco della xenofobia, perché gli stranieri porterebbero criminalità, disordine, malattie e ci ruberebbero il lavoro.
I primi sono dei veri e propri pazzi, infatti essi sono per la cancellazione dei confini per permettere la libera circolazione di merci e di uomini.
I secondi sono per alzare steccati, muri, filo spinato, bisognerebbe però spiegare loro che l’Italia è da tre lati circondata dal mare.
Le due soluzioni sono, a nostro avviso, peggiori della malattia che si pretende di curare.

L’immigrazione, lo sfruttamento, le guerre umanitarie sono gli effetti del sistema capitalistico.

Se non si parte da questa considerazione, se non si lotta contro la società mercantilistica, ogni tentativo di risolvere il problema sarà fallimentare.

Purtroppo la nostra classe dirigente non sembra condividere questa analisi, cioè che il nemico non è l’immigrato-schiavo, costretto a vivere chiuso in dei lager che chiamano, con un paradosso orwelliano, centri d’accoglienza, o nella migliore delle ipotesi a raccogliere prodotti agricoli a due euro l’ora.

Il nemico è la banca che ti porta via la casa perché non riesci a pagare le rate del mutuo dopo che ti hanno licenziato,

il nemico è il capitalismo finanziario che costringe gli imprenditori e i precari a suicidarsi,

il nemico è non chi emigra ma chi lo costringe ad emigrare,

il nemico non è chi è disperato ma chi lo ha costretto alla disperazione.

Il nemico è il modello neoliberista che ci vuole tutti migranti, tutti sfruttati, tutti privi di diritto, tutti precarizzati.

Eroi

in Attualità di

“Dei morti alle Termopili gloriosa è la sorte,grande l’impresa e un’ara la tomba. Per costoro non lamenti, ma la memoria viva; e il compianto un elogio. Né il musco potrà tale funerea veste disfare”. (Simonide)

Gli eroi diventano tali per dare un senso ad un mondo in preda al caos. Gli eroi rischiarano con la loro luce la via, ci mettono nelle condizioni di sognare e sognare significa guardare il mondo da un’altra prospettiva, per poterlo fare bisogna alzarsi in volo spinti dalla motivazione di coloro i quali non si accontentano dello squallore della nostra società. L’eroe è sfida, ribellione, è mito e “Il mito è mimesis per eccellenza, imitatio vitae, speculum consuetudinis, imago veritatis…” (Veneziani)

Gli eroi sono l’unica possibilità di non rassegnarsi, è la scelta non politica di affrontare la vita, ma metapolitica. Di fronte al liquefarsi della società che spinge verso l’abbattimento di ogni differenza culturale a favore di un modello unico, ci sono uomini ribelli, c’è chi non accetta supinamente questo “migliore dei mondi possibili”, chi non si prostra di fronte ad un bieco conformismo.

In un mondo scarnificato e desertificato avanza forte la voglia di lasciar perdere, fino a quando non appaiono prima in lontananza e poi sempre in maniera più nitida un gruppo di uomini, di Eroi che ti indicano la strada,che ti danno la possibilità di dare vita a idee, suggestioni, sogni che ti incitano a insorgere contro la demitizzazione della realtà.

E se degli eroi appaiono, arrendersi diventa un crimine e grazie a loro il sogno si attua e la speranza non muore.

Il mondo sarà nelle mani di coloro i quali avranno il coraggio di sognare e che sapranno correre il rischio di vivere realizzando i propri sogni, consci del fatto che gli Eroi-Mito non sono astrazione, fantasticheria, ma concretezza, essi servono affinché si resti ancorati ad una dimensione umana, servono a misurarsi col mondo, con gli altri, con la realtà.

A questo punto la loro memoria si eleva a comunità di uomini e di donne, si trasforma come per magia in un mondo migliore.

Cassazione choc: “Il boss Totò Riina è malato ma ha il diritto ad una morte dignitosa”

in Antonio Cacioppo/Attualità/Blog di

di Antonio Cacioppo

Molti hanno visto nel pronunciamento della Cassazione il trionfo dello stato di diritto. Anche il peggiore e sanguinario tra i mafiosi ha gli stessi e sacrosanti diritti di tutti noi. Da questo punto di vista la reazione e le parole di Sonia Alfano “…anche le vittime di Totò Riina avevano diritto a morte dignitosa”, sembrano stridere con il principio di legalità, secondo cui lo Stato deve agire in conformità al dettato costituzionale. La convinzione della Alfano sembra essere il frutto, secondo i partigiani dell’uguaglianza giuridica, della condizione emotiva della figlia di un padre ammazzato dalla mafia, in ogni caso, per questo motivo le reazioni di tutti i parenti delle vittime, tutte egualmente emotive, perderebbero di efficacia di fronte alla forza del diritto di uno stato democratico. Ma se lo stato di diritto vale anche per Riina, nel caso in cui lo Stato latita, sparisce o muore, il diritto ad esso collegato ha ancora senso?

E che lo Stato sia morto, e con esso anche il diritto, si evince, a mio avviso, da alcuni sinistri segnali:

-Lo Stato è morto nei quartieri dove le mafie spadroneggiano, sparando in pieno giorno, ammazzando anche bambini;

-Lo Stato è morto nelle stazioni ferroviarie delle grandi città, dove a comandare sono bande criminali dediti a scippi, stupri, spaccio, prostituzione;

-Lo Stato è morto nel disastro delle infrastrutture che si sbriciolano crollando su passanti ignari;

-Lo Stato è morto perché ha permesso la precarizzazione del lavoro, la perdita dei diritti e la creazione di una “generazione senza futuro”;

-Lo Stato è morto nella (non) gestione della immigrazione “subappaltata” ad Ong private, che traghettano i “nuovi schiavi” da sfruttare, collocandoli in strutture che assomigliano a dei lager;

-Lo stato è morto nei campi dove i caporali organizzano e schiavizzano gli immigrati costretti a vivere in baraccopoli di lamiera, in condizioni subumane;

-Lo stato è morto a causa di una classe politica imbelle, corrotta e in perenne commistione con massoneria e mafia;

-Lo stato è morto il 23 maggio 1992 quando 500 chili di tritolo distrussero un pezzo di autostrada e massacrarono Falcone e la sua scorta;

-Lo stato è morto il 19 luglio 1992 quando esplose una auto che annientò Borsellino e i suoi angeli custodi.

I segnali più evidenti che lo Stato sia morto si palesa in due momenti precisi: il primo relativo al momento in cui esso non ha impedito che i suoi servitori più fedeli fossero uccisi; il secondo relativo al pronunciamento della Cassazione che sottolinea la dignità della morte della “belva” Riina, dimenticando la straordinaria ed eroica dignità della consapevolezza di morte di Falcone, di Borsellino e di tutte le vittime di mafia.

Forse lo Stato non è morto solo nelle parole del Procuratore Antimafia Gratteri: “Non dimentichiamo che il 41 bis è stato istituito per evitare che i capimafia mandino segnali di morte verso l’esterno.” …È ora di finirla con l’ipocrisia di chi sale sui palchi a commemorare Falcone e Borsellino e poi fa discorsi caritatevoli”.

Ora, coraggio giudici e numi tutelari dello stato di diritto! Liberate Totò Riina! Questo, come ha detto Salvatore Borsellino, “sarebbe come uccidere di nuovo Falcone e Borsellino”, Dalla Chiesa, Chinnici, Impastato, La Torre, Livatino, Schifani, Dicillo, Montinari, Catalano, Loi, Li Muli, Cosina, Traina, Mattarella, Alfano, Basile, Fava, Bodenza…

#SaveTheGarden e quel profumo di (cambiamento) pulito

in Attualità/Bacheca di

Save the garden, letteralmente “salvare il giardino”, è questo il nome dell’iniziativa che domenica mattina ha visto decine di ragazzi impegnati nella pulizia di piazza “Falcone e Borsellino” di Biancavilla.

Di buon mattino, nel giorno in cui tutti si riposano, diversi volontari di Biancavilla e Adrano con le magliette bianche si sono armati di guanti, scope, rastrelli, palette e hanno ripulito l’intera piazza. L’idea nasce da Pinuccia, Antonio e Vincenzo Greco, tre fratelli biancavillesi che stanchi dell’indifferenza con cui siamo soliti passeggiare tra la sporcizia e l’incuria hanno deciso di svoltarsi le maniche e mettersi al lavoro, coinvolgendo tutti i loro amici.

“Nonostante vivo ad Adrano – dice Ettore Romano, uno dei primi ragazzi ad essere coinvolto – ho subito sposato il progetto, mosso dall’intendo di dare l’esempio ai nostri coetanei, ai bambini che frequentano questi luoghi e soprattutto ai genitori che hanno la responsabilità più grande, cioè quella dell’educazione che impartiscono ai propri figli. C’è bisogno di rispetto per l’ambiente in cui viviamo e si può cominciare dalle piccole cose, dalla carta gettata per terra ai mozziconi di sigaretta.”.

In realtà questo non è il primo appuntamento, già qualche mese fa i fratelli Greco avevano organizzato una iniziativa simile, pulendo il giardino di Villa delle Favare. La vera novità, questa volta, è stata una più ampia partecipazione. Tutto questo dimostra che la voglia di cambiare è reale, cosi come ha tenuto a precisare Pinuccia Greco: “Quella che è stata una semplice chiacchierata in salotto tra noi tre, per riuscire a trovare un punto di partenza che estendesse il nostro amore verso questo territorio sta via via evolvendosi. Crediamo fermamente che sia possibile migliorare le diverse problematiche esistenti nelle nostre zone, lavorando e calando il sipario alle chiacchiere e lamentele inutili. Siamo felicissimi del fatto che non siamo gli unici a sostenere questo pensiero e la numerosa collaborazione di amici, dell’associazione Symmachia, degli scout di Biancavilla, ma anche di tutti quelli che per vari motivi si sono scusati per non essere stati presenti, ne è la conferma. Non ci fermeremo, vogliamo regalare un po’ delle nostre giovani energie a questa terra meravigliosa che ci ha visti nascere e ci cresce nella sua autenticità. Non possiamo e non vogliamo lasciarla nelle mani di chi noiosamente la maltratta o la abbandona.”

Alla bella iniziativa era presente anche il presidente di Symmachia, Calogero Rapisarda: “Da sempre la nostra associazione coltiva i valori del senso civico e del rispetto dell’ambiente, per questo sono stato felice di accettare questa proposta di collaborazione che spero si rafforzi nel tempo, riproponendo e organizzando insieme momenti come questi su tutto il nostro territorio”.

Vino di qualità, Gaja acquista vignetti a Biancavilla. Oggi “Bollicine dell’Etna”

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Da Biancavilla parte una nuova importante sfida per la produzione e la commercializzazione sul mercato internazionale del vino di qualità Doc Etna. A investire è il noto imprenditore piemontese Angelo Gaja che, insieme al siciliano Alberto Graci, tra i vignaioli più apprezzati in Sicilia.
La notizia è stata ufficializzata a Giarre nel corso della presentazione di “Sicilia En Primeur”, l’appuntamento del vino siciliano a livello internazionale. Era già stata anticipata da Cronache di gusto e poi rilanciata dalla stampa nazionale, a partire da Repubblica e il Sole 24 ore.
Gaja e Graci hanno fondato la società agricola Konis che ha già acquistato 21 ettari di vigneti di Biancavilla, coltivati a Nerello Mascalese. Presto, ne verranno acquistati altri, per rendere operativa una nuova cantina destinata a produrre vino che verrà distribuito in tutto il mondo, grazie al prestigioso marchio Gaja.
L’iniziativa imprenditoriale rappresenta una svolta, dal momento che, fino ad oggi, Angelo Gaja ha portato avanti la sua azienda in Piemonte e ha investito soltanto in Toscana. Adesso, si punta alle viti dell’Etna ed in particolar modo al versante di sud-ovest del Vulcano.
La scelta di Gaja e Graci potrebbe avere una significativa ricaduta nel territorio, in termini di sviluppo e di crescita occupazionale.
“Arrivo sull’Etna per imparare. – ha detto Angelo Gaja a Cronache di gusto – Perché l’Etna? Era una cosa che sentivo a pelle da tempo, mi hanno colpito le descrizioni di questa montagna che dorme, talvolta si sveglia e spesso brontola. E’ il luogo di vini eleganti”.
Intanto, oggi va in scena la terza edizione di “Bollicine dell’Etna”, la kermesse del gusto e delle eccellenze vitivinicole, promossa dall’Enoteca regionale della Sicilia orientale, in sinergia con il Comune di Linguaglossa e di Castiglione di Sicilia.
A partire dalle 15.30, le porte di Casa San Tommaso, a Linguaglossa, saranno aperte ai visitatori che potranno degustare gli spumanti proposti dalle diverse cantine partecipanti. Tra queste, Antichi Vinai 1877, Cantine Nicoisia (Sosta Tre Santi), Cantine Patria (Palici), Cantine Russo (Mon Pit), Destro (Saxnigra), Firriato (Gaudensius), La Gelsomina, Mannino Tenuta di Plachi (Caterina di Plachi), Planeta. Stamattina, si è svolto il workshop “Gli spumanti tra le produzioni di eccellenza dell’Etna” che ha visto la partecipazione del presidente dell’Enoteca Regionale Sicilia Orientale Giovanni Conti, i sindaci del territorio tra cui Rosamaria Vecchio, sindaco di Linguaglossa, Salvatore Castorina, presidente Casa San Tommaso, il presidente del Consorzio Doc Etna Giuseppe Mannino, l’on. Giovanni La Via, presidente della Commissione Ambiente al Parlamento europeo. A moderare l’incontro sarà Ernesto Del Campo.

Rotonda dell’ex cavalcavia “San Paolo”: istituire un premio per ingegneria creativa

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Non c’è dubbio: la piccola rotonda collocata nei pressi dell’ex cavalcavia della Ferrovia Circumetnea in zona San Paolo merita un premio per ingegneria creativa. Un premio perché, ancora oggi, a distanza di alcune settimane, dalla riapertura del tratto di strada interessato dal vecchio ponte, non è comprensibile la sua utilità. Probabilmente, rappresenterà una semplice decorazione, una macchia bianca nel nuovo asfalto.

Come bisogna orientarsi con la “rotonda” o meglio la “rotondina” rimane un mistero, soprattutto per coloro che provengono da via San Paolo e intendono proseguire per raggiungere lo svincolo della superstrada, la statale 284. Chi l’ha pensata potrebbe spiegare? Anche perchè, ancora oggi, a distanza di molto tempo ormai, questa “rotonda” o meglio la “rotondina” rimane sprovvista della necessaria segnaletica verticale, come pure di quella orizzontale nel pezzettino di strada che è stata sistemata.

Ciò che emerge è approssimazione negli interventi, per un cantiere che è rimasto fermo per diverse settimane e riaperto, alla meno peggio, dopo le sollecitazioni in Consiglio comunale. Rimane la creatività, come già avvenuto per decine di altri interventi – spacciati per opere pubbliche – in altre strada e quartieri di Adrano. Sempre per restare nel quartiere San Paolo, le strade adiacenti alla chiesa risultano in condizioni pietose. Sono le stesse strada che sono state sistemate appena qualche anno fa: le mattonelle autobloccanti di colore bordeaux si stanno spostando, una dopo l’altra, per non parlare di diversi disagi lamentati dai residenti durante la pioggia.

*Foto tratta dal gruppo Fb “AdranoDreamers”

Cantarella (Fdi): ‘due consiglieri di Forza Italia e PD mi hanno chiesto voti per Renzi’

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Prove tecniche di inciucio tra pezzi di Forza Italia e singoli soggetti politici dell’area del PD che ha sostenuto Matteo Renzi, per determinare il risultato delle primarie del Partito Democratico, a Biancavilla.
No, non è una suggestione: la “azzurra” corrispondenza di amorosi sensi con i renziani di scuderia è stata pianificata, studiata e messa in atto domenica scorsa nel seggio di piazza Roma.
Il piantonamento davanti alla sede del PD di esponenti di punta di Forza Italia non è stato – quindi – un incontro casuale, tra buoni e vecchi amici, in una normale domenica di primavera. Piuttosto, è il frutto di una strategia studiata e cementificata, attraverso meticolosa cura di alta ingegneria e malte di comprovata qualità.
In realtà, nella testa dei costruttori di strategie di Biancavilla sarebbe dovuta rientrare pure un’altra forza politica di Centrodestra: Fratelli d’Italia. A svelare questo gustoso aneddoto – finora sconosciuto oppure taciuto (volutamente?) da chi ha avanzato considerazioni sulle primarie biancavillesi – è il consigliere comunale Marco Cantarella.
“Un consigliere comunale del PD e un consigliere di Forza Italia mi hanno chiesto un supporto per Renzi – racconta Cantarella a Symmachia.it – non so se l’hanno fatto scherzosamente o meno, ma ovviamente ho cortesemente declinato”.
Certo, sarebbe una buona cosa conoscere i nomi dei due consiglieri comunali che hanno partorito questa “santa alleanza”, ma confidiamo che possano essere direttamente i rispettivi segretari di partito a prendere una posizione netta e chiara. Vedremo.
Resta il fatto che il risultato delle primarie – per quel che possono valere simili consultazioni-farsa – è stato macchiato e, forse, pure alterato da un clamoroso “patto del Nazareno” in salsa biancavillese.
Ma c’è di più: le primarie del PD rischiano di far implodere il Centrodestra, con uno scambio di battute al vetriolo, sui social, tra esponenti dei due partiti. In particolare, è stata fatta veicolare la notizia che dirigenti di Fratelli d’Italia avrebbero votato alle primarie per sostenere non Renzi – come desideravano il consigliere del PD e il consigliere di Forza Italia – ma l’outsider Andrea Orlando. In particolare, l’allusione maliziosa è tutta rivolta ad un (improbabile) sostegno sottotraccia alla lista in cui è stato candidato il sindaco Pippo Glorioso. Peraltro, qualcuno riconducibile, per simpatie, alle idee della Meloni sarebbe stato contattato direttamente da un consigliere comunale sempre renziano… Insomma, il coinvolgimento di Fratelli d’Italia è una fake-news, appositamente costruita?
Anche su quest’aspetto abbiamo chiesto a Cantarella.
“Non vedo assolutamente quale interesse o convenienza politica possa avere il mio partito da questa votazione – spiega Cantarella – non sono stato contatto da nessun elemento politico per tali primarie, se non dagli unici che mi hanno chiesto supporto per Renzi. Fino a prova contraria il mio partito, nel bene o nel male, in Consiglio comunale e all’esterno ha sempre dimostrato di rispettare il proprio ruolo di opposizione seria all’amministrazione comunale”.
A questo punto, occorre interrogarsi a cosa sia servita la “reunion” di domenica scorsa: c’è chi dice per rispettare accordi con capi-corrente catanesi, chi ipotizza risvolti per poltrone di Palazzo e dare “segnali” di esistenza e consistenza politica. “Segnali di fumo”, insomma. L’importante è che tutto questo fumo non sia soltanto un ennesimo fuoco di paglia.

Eccellenza chieda a Ferrante: che fine hanno fatto le Suore e la Sangiorgio Gualtieri?

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Strette di mano, sorrisi, abbracci, discorsi, scambio di doni e tanti cari saluti. E’, in sintesi, l’incontro tra l’arcivescovo di Catania e i rappresentanti istituzionali di Adrano, nell’ambito della visita pastorale che monsignor Salvatore Gristina sta compiendo nei Comuni dell’arcidiocesi. E’ un’occasione significativa o, per usare le parole di san Giovanni Paolo II, un “autentico tempo di grazia e momento speciale, anzi unico, in ordine all’incontro e al dialogo del Vescovo con i fedeli”. Un momento di confronto, insomma, anche fuori dalle mura delle chiese, per permettere al Pastore di conoscere, fino in fondo, la condizione del suo gregge.

I tempi sono particolarmente difficili, le insidie non mancano mai e il declino della città avanza inesorabile, accompagnato da uno spaventoso impoverimento che principalmente tocca la cellula primaria della società, la famiglia, per poi allargarsi a macchia d’olio nell’intero tessuto sociale: dai giovani privi di speranza o con la valigia pronta in cerca di un futuro dignitoso, ai commercianti che, dopo continue rapine e furti, sono costretti a chiudere la saracinesca, ai servizi che vengono meno. Adrano è come tante altre realtà siciliane, ma con una classe dirigente incapace di costruire argini al disagio sociale e di fornire prospettive di sviluppo: si preferisce rifugiarsi nella palude e cercare di sopravvivere. E ciò provoca un dolore immenso, come quello di vedere ancora chiuso – terribilmente chiuso – il portone della Casa dei bambini “Sangiorgio Gualtieri”, un luogo di solidarietà e di speranza per cinquant’anni grazie all’operato silenzioso delle suore Figlie di Maria Ausiliatrice, sacrificate sull’altare degli interessi economici.

Sua Eccellenza comprende ciò di cui stiamo parlando. Conosce la situazione. No, non perché sia stato il Sindaco di Adrano ad informarlo, quando le suore sono state costrette a lasciare Adrano. No, non perché sia stato il Sindaco di Adrano ad incontrarlo per tentare una soluzione e scongiurare che si spegnesse per sempre il sogno educativo dei Sangiorgio Gualtieri. No, il Sindaco di Adrano non c’entra nulla. In quell’occasione aveva sollevato le spalle, come a dire: “non posso farci niente”. La resa.

Monsignor Gristina conosce le vicende della Sangiorgio Gualtieri perchè è stata l’Associazione Symmachia, con la presidente Angela Anzalone e i giovani animatori salesiani, nel novembre 2011, ad incontrarlo in Arcivescovado. Un incontro cordiale, intenso, segnato dalla disponibilità dell’Arcivescovo di ascoltare le alternative possibili e verificarne la fattibilità. Ripubblichiamo l’articolo che Chiara D’Amico fece per il Giornale di Sicilia.

L’occhiello del pezzo è eloquente: “La Chiesa disposta a trovare una soluzione per la Casa dei bambini”. In effetti, proprio dopo l’incontro tra Gristina e Anzalone venne individuato un ordine religioso di Siracusa che inviò pure alcune sorelle per un sopralluogo nella struttura di Adrano. Sarà sicuramente un caso, ma in seguito a quel sopralluogo, l’ordine religioso non se la sentì di avventurarsi in un progetto che non prevedeva un impegno concreto della Fondazione “Sangiorgio Gualtieri” e dell’Amministrazione comunale. E dire che i fondatori, nel loro testamento, hanno espressamente chiamato in causa il Comune di Adrano. Ma nessuno lo sapeva. Anche in questo caso, si è reso necessario un intervento dell’Associazione Symmachia che – a proprie spese – è riuscita a reperire copia integrale del testamento dei fondatori, custodito nell’archivio notarile di Catania. Scrivono Marietta Sidoti e Giovanni Sangiorgio Gualtieri:

Istituisco e nomino erede universale di tutti i miei beni il Comune di Adrano, all’unico scopo e con l’obbligo categorico d’istituire in Adrano la “Casa dei bambini Sangiorgio Gualtieri”.

Faccio espresso e categorico divieto al mio erede d’alienare, per qualsiasi ragione, anche un solo metro quadrato delle mie proprietà.

Voglio che l’educazione e l’istruzione di tutti i bambini venga affidata ai Salesiani di Sicilia.

La porta della Casa dovrà essere sempre aperta a tutti i bambini poveri ed abbandonati, primi fra tutti quelli del mio amato paese di Adrano.

Insomma parole chiare, che dovrebbero smuovere le coscienze, anche quelle più dure, pure quelle più fragili. Sono parole che emozionano, ancora oggi, perché viene fuori un amore smisurato per Adrano, per i suoi figli.

Del resto, la missione delle suore andava oltre la semplice presenza nel territorio di una congregazione cristiana. Significava qualcosa di più: rappresentava una risposta forte e incisiva allo sfilacciamento del tessuto sociale, un modo per insegnare ad essere “buoni cristiani e onesti cittadini”, secondo il motto di don Bosco.

Il portone della Casa dei bambini, però, rimane chiuso. Terribilmente chiuso. La struttura – pare – affidata ad una cooperativa privata. Tutto è perduto? No, non ci si può arrendere.

Per questo, Eccellenza reverendissima, quando incontrerà nuovamente il sindaco di Adrano, Ferrante, faccia lei il primo passo: chieda che fine ha fatto la Sangiorgio Gualtieri. Cosa ne sarà di quella struttura, quale sarà il suo futuro. Lo faccia per gli adraniti che, ancora oggi, attendono risposta; lo faccia perché questo è pure un problema della Chiesa locale; lo faccia per quei bambini privati di un’opportunità di crescita. Del resto, è anche questo lo spirito della visita pastorale.

Forse, a lei, Eccellenza, per il ministero che svolge, Ferrante potrà fornire una risposta chiara e sincera. Solo così si renderà giustizia alle suore che, per mezzo secolo, hanno operato con dedizione, ai tre “angeli custodi” del Grest che, undici anni fa, un terribile incidente stradale ha strappato a questa città (suor Marianna Orefice, suor Rosetta Cavarra e Francesco Cottone), alle volontà testamentarie dei Sangiorgio Gualtieri per quel progetto ideato per il loro “amato paese di Adrano”.

Video di Symmachia. Appello per la presenza delle Suore ad Adrano (2011)

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