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Attualità - page 3

Adrano nell’occhio del ciclone di Striscia la Notizia.

in Antonio Cacioppo/Attualità/Blog/Generale di

“Cominceremo a morire il giorno in cui resteremo silenziosi di fronte alle cose che contano.”
(Martin Luther King)

di Antonio Cacioppo

L’ipocrisia è la costante scritta nel dna della maggior parte dei politici di Adrano. Non si scoprono mai, giocano di rimessa, rispondono solo se chiamati in causa, prima guardano, poi fiutano l’aria e si comportano di conseguenza, si credono furbi… politici appunto.

Si acquattano per sfruttare a loro vantaggio ogni situazione, perché sono convinti che la gente non sia capace di capire le loro strategie, infatti per loro le persone non sono niente, sono poca cosa, ecco perché i politici ostentano prepotenza verso i cittadini, salvo poi trasformarsi in servi di fronte ai potenti.

Ma andiamo ai fatti.

Ad Adrano appaiono carte da morto per una persona che morta non è. Reazione? Nessuna. Silenzio per 24 ore, 48 ore, fino a quando non arriva in paese Striscia la Notizia.

Contemporaneamente i giovani di Adrano si mobilitano sui social in maniera spontanea, organizzano riunioni (dentro cui in maniera maldestra cercano di “imbucarsi” alcuni politici, senza riuscirci).

Il vuoto e il silenzio iniziale viene colmato paradossalmente da una trasmissione televisiva e, soprattutto dal moto sincero dei ragazzi adraniti che organizzano una manifestazione su cui molti avrebbero voluto mettere il cappello.

A quel punto ai politici sornioni, che comprendono di non avere più scampo, scatta in loro, inesorabile, il riflesso condizionato dell’ipocrisia trasbordante, e giù un’orgia di dichiarazioni, di comunicati stampa, interviste:

-hanno leso l’onorabilità  della città ;

-hanno fatto passare un messaggio sbagliato;

-fuoco e fiamme contro la Petyx;

Come se il problema non fossero i manifesti e il loro messaggio inquietante, ma Striscia la Notizia. La classica operazione ipocrita di chi vuol distogliere l’attenzione da un fatto gravissimo per addossare la colpa ad altri.

Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito.”

Si badi bene tutta l’orgia della indignazione “pelosa” si è avuta soltanto e solo dopo che gli avvenimenti li hanno travolti, soltanto dopo che Striscia la Notizia è venuta ad Adrano e soltanto dopo che i social hanno prodotto una vera e propria rivolta morale. Solo a questo punto, come per magia, diventano tutti portatori di valori di legalità, si riempiono la bocca con dichiarazioni di antimafia.

Antimafia? Ma di quale antimafia stiamo parlando?

-Forse l’antimafia di coloro i quali non fanno politica ma vivono di politica?

-Forse l’antimafia di coloro i quali hanno avuto vantaggi personali, familiari, amicali, dalla politica?

-Forse l’antimafia di coloro i quali si riempiono la bocca di ETICITA’ e nel frattempo hanno fatto e fanno carriera professionale con la politica?

-Forse l’antimafia di coloro i quali praticano il clientelismo come un modo normale di comportamento politico?

-Forse l’antimafia di coloro i quali sono disposti a vendere i loro compagni di squadra e la loro dignità morale pur di arrivare alla poltrona?

Davanti a noi un quadro deprimente a causa di una progressiva discesa verso l’abisso della perdita dei valori, un quadro che ci può costringere ad assuefarci con apatica rassegnazione.

Poi all’improvviso arrivano scintille di speranza.
Dopo le false indignazioni, arrivano quelle vere. Dopo le false condanne, arrivano quelle vere.

Giovani, badate bene, quelli autentici, si rivoltano:

-Contro la rozzezza e la mancanza di cura, attenzione, sensibilità  verso gli altri;

-Contro l’inadeguatezza di chi governa non avendo come fine il bene comune;

-Contro la noia, la superficialità , l’incapacità  di ragionare e capire le cose;

-Contro il servilismo;

-Contro la criminalità e la paura che ne deriva;

– Contro l’indifferenza che porta ad un angosciante nichilismo che determina la perdita della generosità, della libertà, del rispetto per il prossimo.

Giovani che si esprimono con giudizi taglienti, con capacità  d’analisi, con trovate creative tipiche della loro età  e smascherano il gioco di certi politici, smontano il giocattolo della loro ipocrisia, reagiscono, discutono, agiscono.

Loro sì che sono i portatori della legalità, dei valori più autentici dell’antimafia.
Non ci resta che alzare la testa e scrutare l’orizzonte per seguire queste scie luminose che prima o poi riusciranno a farci lasciare alle spalle questo squallore.

Cambiare mentalità per cambiare Adrano

in Attualità di

di Rosario D’Agate

In merito ai fatti accaduti negli ultimi giorni in Adrano, preme fare un’attenta riflessione. Qualche giorno fa questo paese balza alla cronaca per un fatto piuttosto eloquente, ovvero l’affissione di necrologi indirizzati ad un presunto collaboratore di giustizia. Non passa molto tempo (due giorni per l’esattezza) che nuovamente Adrano è protagonista, in negativo, di un fatto a dir poco incivile. È stata bruciata in pieno centro cittadino la campana per la racconta differenziata del vetro. Basta questo per farci capire come mai i giovani, miei coetanei e non solo, preferiscono andare a vivere altrove. Chiaramente il problema non è questo splendido paese perché in pieno centro a fare da cornice a quell’ignobile gesto c’è una piazza che non ha nulla da invidiare alle più belle piazze siciliane. Ecco, è l’adranita il problema.

Il “durnese” medio ha un innato senso di prevaricazione e di sopruso, e non perde occasione per dimostrarlo. Il responsabile di quel gesto, infatti, sicuramente avrà voluto mettersi in mostra con i propri amici distruggendo una delle pochissime cose buone che l’amministrazione tenta di fare. Perché bruciare qualcosa in pieno centro ti fa sentire un duro. Questo è l’adranita medio.

La cosa che fa più rabbia, e che mette una paura immensa, è l’assenza assoluta di controlli. Questa è la riflessione da fare: è mai possibile che un pseudo-cittadino agisca indisturbato nel compiere un’azione simile? Bruciare una campana di vetro richiede tempo, e in quell’arco di tempo è possibile che un vigile, una pattuglia o anche un semplice cittadino, non sia intervenuto? Già, perché l’adranita medio è anche colui che nasconde sempre la testa sotto la sabbia e la fuoriesce solo per lamentarsi delle cose che non funzionano. Ma le lamentele non servono a nulla, se poi non si ha il coraggio di indignarsi e di reagire.

Probabilmente è per colpa dell’adranita incivile se Adrano è considerato uno dei paesi più invivibili della provincia. Ed è inutile dire che Adrano non è solo questo, perché Adrano purtroppo è questo e nessun cambiamento sarà possibile fintantoché non ci decidiamo a salvare la nostra onorabilità e il nostro orgoglio, difendendo con le unghie e con i denti il posto in cui viviamo. Certo, bisognerà cambiare mentalità e sappiamo che l’impresa è ardua, ma bisogna provarci… o no?!

Il silenzio assordante della politica adranita

in Attualità di

di Calogero Rapisarda

Lo sappiamo tutti: Adrano versa in una situazione drammatica. Viviamo in una città in cui ancora è ben radicata la criminalità organizzata e la mentalità mafiosa. Per accorgersene non è necessario leggere le tante pagine di giornale – l’ultima, quella di ieri, sui necrologi del presunto neo-collaboratore di giustizia – ma basta semplicemente prendere coscienza di come noi cittadini siamo costretti a vivere: in silenzio, a testa bassa, speranzosi che i prossimi a cui verrà domandato il pizzo o rubato lo scooter, la macchina, la merce in negozio, non siamo noi. E forse tutto questo un po’ ci consola, almeno abbiamo un argomento che ci accomuna di cui parlare, anche se a bassa voce, perché non conviene farsi notare.

Un atteggiamento che può risultare pressoché comprensibile solo se si ha contezza della solitudine a cui è costretto il cittadino per colpa della latitanza dello Stato e soprattutto della politica. Tutte le parti politiche, infatti, che di solito sbraitano e litigano per ottenere spazio, per dire la propria, per mettersi in mostra, per difendere posizioni archetipiche, per accusare (meglio se su Facebook) questa o quella parte, per dare sentenze, per guadagnarsi qualche consenso apparente mettendoci il cappello… ad ogni episodio criminale fanno silenzio. Un silenzio assordante che sa tanto di connivenza, perché poi a quelle persone bisognerà pure chiedere il voto. L’importante è promettere il cambiamento. Cambiamento che non avverrà mai finché chiunque abbia la voglia e l’ambizione di amministrare Adrano non prenda una posizione netta, decisa, di chiusura e soprattutto di reazione.

Perché di questo abbiamo bisogno: di una classe dirigente vera e autentica, che non venga meno al proprio ruolo per interesse o perché pavida. Va data una risposta non solo in termini di forza, ma soprattutto in termini di creazione delle alternative al sistema clientelare-mafioso, e per tutto questo – anche e soprattutto per questo – è la politica che deve indicare la strada!

Le elezioni regionali siciliane e l’irresistibile fascino dell’obbedienza

in Attualità di

Ogni riferimento a cose, persone e circostanze è assolutamente voluto.

La battaglia delle Termopili non ha avuto solo il significato di simboleggiare l’eroismo spartano di re Leonida, quella battaglia ha fatto che sì che si salvasse la Grecia i cui principi sono stati fondanti la civiltà europea tutta, dai modelli politici, al sistema filosofico, dall’arte alla letteratura, fino al diritto.

Ma l’aspetto più affascinante di quella civiltà è, secondo me, il desiderio di indipendenza, di libertà, portato alle estreme conseguenze del sacrificio personale, come i trecento eroi hanno testimoniato.

Oggi quella pagina meravigliosa di storia mi è tornata in mente, forse perché all’approssimarsi delle elezioni regionali osservo i comportamenti di alcuni personaggi che popolano il sistema politico della nostra città.

E mi si para davanti la dicotomia tra cittadino e suddito, tra servo e padrone, tra vassallo e feudatario.

Nelle strettoie delle Termopili si scontrarono non tanto due eserciti, ma due mondi contrapposti, due concezioni inconciliabili, da una parte l’idea persiana-orientale basata sul concetto di uomo come suddito e dall’altra parte l’idea greca di uomo come cittadino.

Cittadino è il civis, colui che partecipa alla vita della propria comunità in modo attivo, come tale è depositario di diritti e libertà.

Il suo contrario è il suddito, privo di diritti e incapace di muoversi in libertà, è colui il quale si piega ad un sistema di oligarchia, è chi tace, è chi volta lo sguardo, è chi abbassa la testa.

Il cittadino è colui che rifiuta di infeudarsi, infeudarsi ecco la parola chiave, feudo, feudalesimo, feudatario.

La politica della nostra città sembra aver ripudiato Leonida per rifarsi a qualcosa di profondamente diverso: il vassallaggio.

Il vassallaggio è stato la struttura portante della civiltà feudale, lungi da me voler fare un excursus storico così complesso, mi preme solo dire che quel sistema ha avuto una funzione storica importantissima, perché all’indomani del crollo dell’Impero Romano e la conseguente disintegrazione della civiltà, il feudalesimo permise di traghettare l’Europa verso un destino migliore.

Il feudalesimo si fondava su un rapporto personale tra il signore e il vassallo (vassus), il quale giurava fedeltà ricevendo dal signore protezione.

Tutto avveniva con una cerimonia di “omaggio”, in cui il vassallo poneva le mani giunte in quelle del signore, all’interno di una cornice spirituale tipica della sacralità medievale.

Ma questo era il feudalesimo storico, altra cosa è il neofeudalesimo di oggi.

Il feudalesimo storico aveva bisogno dei vassalli perché insieme a loro si doveva salvare una società in preda al caos, il neofeudatario, invece, ha bisogno di lacchè per perpetuare il suo potere e per creare una vera e propria macchina del consenso.

La macchina elettorale deve essere perfetta, deve possedere non un castello ma una segreteria, non bellatores (guerrieri), ma clientes (clienti), non contadini ma servi.

Il neofeudatario non dispensa terre e protezione contro i barbari, ma favori, licenze, assunzioni, finanziamenti, prebende varie.

Sia chiaro, quello che colpisce non è l’atteggiamento del neofeudatario , ma quello dei suoi sottoposti.

Voglio citare un libro sconosciuto ai più, “Discorso sulla servitù volontaria”, scritto da Etienne De La Boétie” nel 1549 e pubblicato clandestinamente nel 1576, un testo piccolo ma un capolavoro sulla libertà, meraviglioso e terribile allo stesso tempo, teso a smascherare l’atteggiamento di quegli uomini contenti di servire un tiranno, anche se il tiranno è un uomo senza qualità, uomini docili verso un padrone che li piega al proprio volere non con violenza ma facendo leva sulla loro compiacenza; non si capirebbe altrimenti il perché di chi, ricco di proprio (svincolato quindi dalla necessità e dal bisogno), senta lo stesso l’irresistibile piacere di sottomettersi.

De La Boétie ci spiega che i potenti sarebbero veramente poca cosa se non ci fossero pletore di servi pronti all’obbedienza.

Li vedi là, auto immortalati nelle foto e guardandoli capisci che sono contenti, compiacenti per aver stipulato un rapporto perverso tra l’uno, il forte e loro, i deboli.

La loro debolezza si trasforma in assuefazione, giungendo persino ad a modificare il loro pensiero per poter giustificare il loro servilismo.

Il fascino dell’obbedienza è molto diffuso, ma questi uomini si accontentano di poco, barattano la loro libertà con sistemazioni precarie e sottopagate, con promesse di corsie privilegiate per ottenere favori; quindi la questione è soprattutto psicologica, essi hanno una propensione naturale al servilismo, sono disposti a sottomettersi per poco pur di entrare nelle simpatie del potente.

Non li condanno, “tengono famiglia”, ed è per questo che lancio loro un appello.

Nel suo “Trattato del ribelle” Ernest Junger vuol convincere gli uomini che la resistenza ai potenti è possibile e nasce dalla conquista della libertà interiore:

“se le grandi masse fossero così trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono ad un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poiché tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale adire quegli esseri che non hanno dimenticato cos’è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in se stessi, c’è il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. E’ questo l’incubo dei potenti”.

Nessuno di noi si erge a moralista, a giudice, nessuna condanna senza appello, la verità è che, pur tra i mille errori commessi, alcuni uomini conservino un’ idea della politica come dignità, speranza, capacità critica e soprattutto libertà.

Credetemi non siamo tutti uguali.

Caro Pietrangelo Buttafuoco, te lo do io Nello Musumeci

in Attualità di

La crisi del sistema politico siciliano sembra ormai aver toccato il suo picco più alto,ormai assistiamo alla fine dell’etica, all’inabissarsi del sacro, alla scomparsa dei valori tradizionali, soppiantati da disvalori che appartengono alla sfera ecomico-finanziaria.

A questo squallore fa da cornice una crisi economica senza precedenti e, dulcis in fundo, la Sicilia ha dovuto sopportare il “cuffarismo”, il “lombardismo” e il “crocettismo”, tsunami di proporzioni bibliche.

E’ tutto perso?E’ finita?

Non lo sappiamo, ma di solito da una crisi parte il cambiamento, quello vero si spera, quello rivoluzionario.

Rivoluzionario non nel senso di rivolta armata, di colpo di stato, ma nel suo significato etimologico e più autentico: ripristino delle condizioni precedenti.

In questa accezione del termine sta il senso autentico della scommessa di Nello Musumeci, ripristino delle condizioni precedenti significa visione politica come capacità di progettare, costruire, saper discernere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, in rapporto alla res pubblica.

Il cambiamento nella sua prospettiva rivoluzionaria è la determinazione di suscitare, sentimenti, speranze, passioni.

Per innescare il cambiamento bisogna, naturalmente, che ci sia qualcuno che lo interpreti.

Per troppo tempo abbiamo assistito allo spettacolo indecente di persone a cui è stato letteralmente impedito di esprimere il proprio valore al servizio della cosa pubblica.

Ma ora siamo al capolinea, siamo sospesi sul baratro, siamo sotto una spada di Damocle che incombe su di noi.

Ammettiamolo, uomini e donne di sinistra e di destra, grillini, indipendentisti, l’unico in grado di arrestare il declino della Sicilia è Nello Musumeci.

Stare dalla parte di Nello non è un atto fideistico, non è solo apprezzare la persona, non è semplicemente scegliere un leader.

Stare con Nello è un atto d’amore per quello che lui rappresenta: la sicilianità.

Nello è qualcosa che va al di là della sua stessa persona, è un simbolo, un esempio, un modello comportamentale.

La sua carriera politica è la rappresentazione plastica di un uomo che si è tentato di isolare, da parte di chi è dedito ai compromessi, alle ipocrisie, alle disonestà tipiche di quel comportamento che Musumeci stesso definisce la malapolitica.

La sua carriera politica è l’espressione di ciò che è l’alto senso delle istituzioni, il rispetto degli avversari, il senso profondo dei valori.

Nello è un sopravvissuto, l’ultimo erede di una razza di politici in via d’estinzione.

Il buon Dio, non è dato sapere perché, ha fatto nascere in un determinato periodo storico uomini di un’altra tempra, preparati, colti, con alto senso civico, Nello Musumeci viene da quel mondo.

Lui non si è riciclato, non si è messo a scimmiottare il grillismo, coerente e duro come la roccia, testardo come un mulo,è convinto che la politica sia una nobile arte al servizio della gente.

Si, forse ha ragione Pietrangelo Buttafuoco: la cocciutaggine di Musumeci gli fa credere di poter governare l’ingovernabile.

Ma caro Buttafuoco qual è l’alternativa?

Forse rifugiarsi nei peggiori difetti di noi siciliani: il vittimismo, il fatalismo, la convinzione gattopardesca che sia tutto irredimibile, immutabile?

Oppure, caro Buttafuoco, non è meglio richiamarsi all’ideale dell’ostrica di Verga e rimanere avvinghiati ai più autentici valori della nostra terra, e tra questi il più alto dei valori: la Sicilia.

La Sicilia, non un’isola ma un continente, crogiolo di civiltà, storia.

La Sicilia come assoluto, assoluto come bellezza, unicità, identità.

La Sicilia come sublimazione e magnificenza per i suoi vulcani, le sue isole, per i suoi fiumi, per i suoi panorami mozzafiato.

La Sicilia della grande cultura: Verga, Pirandello,Quasimodo, Guttuso, Gentile, Sciascia…

La Sicilia dei grandi eroi:Impastato,Borsellino,Falcone,…

La Sicilia benedetta dagli slanci di generosità nell’accoglienza dei lampedusani.

La Sicilia nobile,migliore,autentica.

Non ci rimane che avere il coraggio di sperare, perché il coraggio della speranza è la forza vitale di rimanere ancorati ai propri valori, di rimanere attaccati alla passione e all’amore per la propria terra.

Il coraggio della speranza non è un’illusione ma l’assoluta certezza di farla “Ridiventare Bellissima”.

Rissa tra immigrati e adraniti: lo scontro ideologico tra buonisti d’accatto e idioti xenofobi, amplificato dagli imbecilli di Facebook

in Attualità di

di Antonio Cacioppo

Viviamo tempi difficili, la società è su un crinale caratterizzato da paura e ferocia. Assistiamo quotidianamente a squallide dimostrazioni, violente aggressioni, terribili scontri tra italiani e stranieri.
Il clima si è fatto incandescente da molto tempo, ormai i flussi migratori preoccupano tutti, per questo non c’è da meravigliarsi per le continue proteste, perché riflettono il disagio nei confronti dello “straniero”, del “diverso”, del “nemico”. E’ un’inquietudine prodotta dalla globalizzazione di cui l’immigrazione è uno dei riflessi.
Questo clima diventa ancora più drammatico quando ha una forte correlazione con la nostra vita quotidiana, come i recenti fatti di Adrano testimoniano.
Intanto, derubricherei gli scontri tra adraniti e immigrati ad un semplice episodio legato alla “tradizione” tipica della nostra città, chi non ricorda le risse, le coltellate coi “scassapagghiari”di Biancavilla, sempre per questioni “etniche” di campanile e per questioni di donne.
Niente di nuovo sotto il sole, l’unica differenza è che al nemico di Biancavilla si è sostituito l’immigrato.
E non è vero che Adrano è diventata violenta recentemente, lo è sempre stata, come non ricordare il “Triangolo della morte”,come non ricordare il numero spropositato di morti ammazzati.
Alla presenza endemica della violenza si aggiunge, oggi, la desertificazione della borghesia adranita, incapace di esprimere una classe dirigente all’altezza e di conseguenza non in grado di elaborare, a nostro parere, analisi precise e veritiere su alcuni fenomeni sociali. Quello che è successo ad Adrano non ha radici locali ma va inquadrato in un contesto generale di cui noi adraniti siamo un semplice riflesso.

Tentiamo una riflessione partendo da una considerazione di tipo storico

1) Il mercantilismo del Seicento e del Settecento non si occupava solo di scambi commerciali, ma trattava una particolare “merce”, molto preziosa lo schiavo che veniva prelevato direttamente in Africa;

2) L’imperialismo prevedeva l’occupazione militare del continente africano, con lo sfruttamento degli schiavi sul posto;

3) La globalizzazione, la forma più sofisticata, oggi, di schiavismo, perché prevede lo sfruttamento degli schiavi nei paesi industrializzati attraverso l’immigrazione di massa.

Ma se facciamo attenzione un attimo, se ragioniamo, ci si accorgerà che ci vogliono ingannare con quella che alcuni studiosi hanno definito “neolingua”. E’ improprio parlare di immigrazione di massa, si tratta, invero, di una vera e propria deportazione di massa, che utilizza l’importazione di schiavi.

Importare schiavi serve ad abbassare il costo del lavoro,significa mettere l’un contro l’altro, gli italiani contro gli immigrati per una corsa tesa ad impoverire il livello dei diritti e lo standard dei salari, una guerra tra ultimi e penultimi.

Puntare il dito contro l’immigrato è ostinarsi a non capire. E’ l’incapacità di non saper risalire alle cause profonde di questo dramma umano. E se non ci si ostina si può riflettere su chi sta dietro questo fenomeno, su chi ha interesse a importare manodopera a basso costo, su chi non ha impedito il crollo della natalità in Italia per poter giustificare l’immigrazione.
Di fronte a queste semplici riflessioni ci sembra lapalissiano concludere che il nemico non è l’immigrato ma chi lo utilizza. Non a caso dietro alcune O.N.G. opererebbero personaggi come Soros, il multimiliardario che gioca a fare il filantropo sulla pelle dei nuovi schiavi per poter importare carne umana da sfruttare.

E non è un caso che la desertificazione dei diritti degli italiani (cancellazione dell’articolo 18, jobs act, contratti a tempo sottopagati, precarizzazione), corra di pari passo con gli enormi flussi migratori.
Alla fine il disegno appare chiaro, sia noi europei, che loro, gli stranieri, saremo trasformati in una indistinta massa da sfruttare.

Ci rendiamo conto che questa analisi è devastante, terribile, ma sono ancora più gravi le risposte che taluni danno al problema.
Nella fattispecie le risposte sono due:

-I buonisti d’accatto che elogiano l’immigrazione;

-Gli idioti della lotta tout court contro gli immigrati.

Entrambe le risposte ideologiche sono da considerarsi un riflesso condizionato e indotto dai mezzi di comunicazione amplificati dagli imbecilli di facebook.
La narrazione si concentra sugli effetti dell’immigrazione nella nostra realtà, senza indagarne le cause.
Per essere più precisi, per gli ultras dell’ “accogliamoli tutti” bisognerebbe aprire le frontiere, ci dovremmo arrendere ad un cosmopolitismo di maniera, per cui tutti saremmo proiettati in un mondo migliore dotato di una unica cultura; per capirci mi riferisco agli idioti dell’inglese per tutti, ai fautori del pensiero unico per l’abbattimento di ogni differenza e di ogni identità.
Dall’altra parte, si nota, altresì, la presenza di quei politici meschini che facendo leva sulle paure, sui bisogni della gente, speculano soffiando sul fuoco della xenofobia, perché gli stranieri porterebbero criminalità, disordine, malattie e ci ruberebbero il lavoro.
I primi sono dei veri e propri pazzi, infatti essi sono per la cancellazione dei confini per permettere la libera circolazione di merci e di uomini.
I secondi sono per alzare steccati, muri, filo spinato, bisognerebbe però spiegare loro che l’Italia è da tre lati circondata dal mare.
Le due soluzioni sono, a nostro avviso, peggiori della malattia che si pretende di curare.

L’immigrazione, lo sfruttamento, le guerre umanitarie sono gli effetti del sistema capitalistico.

Se non si parte da questa considerazione, se non si lotta contro la società mercantilistica, ogni tentativo di risolvere il problema sarà fallimentare.

Purtroppo la nostra classe dirigente non sembra condividere questa analisi, cioè che il nemico non è l’immigrato-schiavo, costretto a vivere chiuso in dei lager che chiamano, con un paradosso orwelliano, centri d’accoglienza, o nella migliore delle ipotesi a raccogliere prodotti agricoli a due euro l’ora.

Il nemico è la banca che ti porta via la casa perché non riesci a pagare le rate del mutuo dopo che ti hanno licenziato,

il nemico è il capitalismo finanziario che costringe gli imprenditori e i precari a suicidarsi,

il nemico è non chi emigra ma chi lo costringe ad emigrare,

il nemico non è chi è disperato ma chi lo ha costretto alla disperazione.

Il nemico è il modello neoliberista che ci vuole tutti migranti, tutti sfruttati, tutti privi di diritto, tutti precarizzati.

Eroi

in Attualità di

“Dei morti alle Termopili gloriosa è la sorte,grande l’impresa e un’ara la tomba. Per costoro non lamenti, ma la memoria viva; e il compianto un elogio. Né il musco potrà tale funerea veste disfare”. (Simonide)

Gli eroi diventano tali per dare un senso ad un mondo in preda al caos. Gli eroi rischiarano con la loro luce la via, ci mettono nelle condizioni di sognare e sognare significa guardare il mondo da un’altra prospettiva, per poterlo fare bisogna alzarsi in volo spinti dalla motivazione di coloro i quali non si accontentano dello squallore della nostra società. L’eroe è sfida, ribellione, è mito e “Il mito è mimesis per eccellenza, imitatio vitae, speculum consuetudinis, imago veritatis…” (Veneziani)

Gli eroi sono l’unica possibilità di non rassegnarsi, è la scelta non politica di affrontare la vita, ma metapolitica. Di fronte al liquefarsi della società che spinge verso l’abbattimento di ogni differenza culturale a favore di un modello unico, ci sono uomini ribelli, c’è chi non accetta supinamente questo “migliore dei mondi possibili”, chi non si prostra di fronte ad un bieco conformismo.

In un mondo scarnificato e desertificato avanza forte la voglia di lasciar perdere, fino a quando non appaiono prima in lontananza e poi sempre in maniera più nitida un gruppo di uomini, di Eroi che ti indicano la strada,che ti danno la possibilità di dare vita a idee, suggestioni, sogni che ti incitano a insorgere contro la demitizzazione della realtà.

E se degli eroi appaiono, arrendersi diventa un crimine e grazie a loro il sogno si attua e la speranza non muore.

Il mondo sarà nelle mani di coloro i quali avranno il coraggio di sognare e che sapranno correre il rischio di vivere realizzando i propri sogni, consci del fatto che gli Eroi-Mito non sono astrazione, fantasticheria, ma concretezza, essi servono affinché si resti ancorati ad una dimensione umana, servono a misurarsi col mondo, con gli altri, con la realtà.

A questo punto la loro memoria si eleva a comunità di uomini e di donne, si trasforma come per magia in un mondo migliore.

Cassazione choc: “Il boss Totò Riina è malato ma ha il diritto ad una morte dignitosa”

in Antonio Cacioppo/Attualità/Blog di

di Antonio Cacioppo

Molti hanno visto nel pronunciamento della Cassazione il trionfo dello stato di diritto. Anche il peggiore e sanguinario tra i mafiosi ha gli stessi e sacrosanti diritti di tutti noi. Da questo punto di vista la reazione e le parole di Sonia Alfano “…anche le vittime di Totò Riina avevano diritto a morte dignitosa”, sembrano stridere con il principio di legalità, secondo cui lo Stato deve agire in conformità al dettato costituzionale. La convinzione della Alfano sembra essere il frutto, secondo i partigiani dell’uguaglianza giuridica, della condizione emotiva della figlia di un padre ammazzato dalla mafia, in ogni caso, per questo motivo le reazioni di tutti i parenti delle vittime, tutte egualmente emotive, perderebbero di efficacia di fronte alla forza del diritto di uno stato democratico. Ma se lo stato di diritto vale anche per Riina, nel caso in cui lo Stato latita, sparisce o muore, il diritto ad esso collegato ha ancora senso?

E che lo Stato sia morto, e con esso anche il diritto, si evince, a mio avviso, da alcuni sinistri segnali:

-Lo Stato è morto nei quartieri dove le mafie spadroneggiano, sparando in pieno giorno, ammazzando anche bambini;

-Lo Stato è morto nelle stazioni ferroviarie delle grandi città, dove a comandare sono bande criminali dediti a scippi, stupri, spaccio, prostituzione;

-Lo Stato è morto nel disastro delle infrastrutture che si sbriciolano crollando su passanti ignari;

-Lo Stato è morto perché ha permesso la precarizzazione del lavoro, la perdita dei diritti e la creazione di una “generazione senza futuro”;

-Lo Stato è morto nella (non) gestione della immigrazione “subappaltata” ad Ong private, che traghettano i “nuovi schiavi” da sfruttare, collocandoli in strutture che assomigliano a dei lager;

-Lo stato è morto nei campi dove i caporali organizzano e schiavizzano gli immigrati costretti a vivere in baraccopoli di lamiera, in condizioni subumane;

-Lo stato è morto a causa di una classe politica imbelle, corrotta e in perenne commistione con massoneria e mafia;

-Lo stato è morto il 23 maggio 1992 quando 500 chili di tritolo distrussero un pezzo di autostrada e massacrarono Falcone e la sua scorta;

-Lo stato è morto il 19 luglio 1992 quando esplose una auto che annientò Borsellino e i suoi angeli custodi.

I segnali più evidenti che lo Stato sia morto si palesa in due momenti precisi: il primo relativo al momento in cui esso non ha impedito che i suoi servitori più fedeli fossero uccisi; il secondo relativo al pronunciamento della Cassazione che sottolinea la dignità della morte della “belva” Riina, dimenticando la straordinaria ed eroica dignità della consapevolezza di morte di Falcone, di Borsellino e di tutte le vittime di mafia.

Forse lo Stato non è morto solo nelle parole del Procuratore Antimafia Gratteri: “Non dimentichiamo che il 41 bis è stato istituito per evitare che i capimafia mandino segnali di morte verso l’esterno.” …È ora di finirla con l’ipocrisia di chi sale sui palchi a commemorare Falcone e Borsellino e poi fa discorsi caritatevoli”.

Ora, coraggio giudici e numi tutelari dello stato di diritto! Liberate Totò Riina! Questo, come ha detto Salvatore Borsellino, “sarebbe come uccidere di nuovo Falcone e Borsellino”, Dalla Chiesa, Chinnici, Impastato, La Torre, Livatino, Schifani, Dicillo, Montinari, Catalano, Loi, Li Muli, Cosina, Traina, Mattarella, Alfano, Basile, Fava, Bodenza…

#SaveTheGarden e quel profumo di (cambiamento) pulito

in Attualità/Bacheca di

Save the garden, letteralmente “salvare il giardino”, è questo il nome dell’iniziativa che domenica mattina ha visto decine di ragazzi impegnati nella pulizia di piazza “Falcone e Borsellino” di Biancavilla.

Di buon mattino, nel giorno in cui tutti si riposano, diversi volontari di Biancavilla e Adrano con le magliette bianche si sono armati di guanti, scope, rastrelli, palette e hanno ripulito l’intera piazza. L’idea nasce da Pinuccia, Antonio e Vincenzo Greco, tre fratelli biancavillesi che stanchi dell’indifferenza con cui siamo soliti passeggiare tra la sporcizia e l’incuria hanno deciso di svoltarsi le maniche e mettersi al lavoro, coinvolgendo tutti i loro amici.

“Nonostante vivo ad Adrano – dice Ettore Romano, uno dei primi ragazzi ad essere coinvolto – ho subito sposato il progetto, mosso dall’intendo di dare l’esempio ai nostri coetanei, ai bambini che frequentano questi luoghi e soprattutto ai genitori che hanno la responsabilità più grande, cioè quella dell’educazione che impartiscono ai propri figli. C’è bisogno di rispetto per l’ambiente in cui viviamo e si può cominciare dalle piccole cose, dalla carta gettata per terra ai mozziconi di sigaretta.”.

In realtà questo non è il primo appuntamento, già qualche mese fa i fratelli Greco avevano organizzato una iniziativa simile, pulendo il giardino di Villa delle Favare. La vera novità, questa volta, è stata una più ampia partecipazione. Tutto questo dimostra che la voglia di cambiare è reale, cosi come ha tenuto a precisare Pinuccia Greco: “Quella che è stata una semplice chiacchierata in salotto tra noi tre, per riuscire a trovare un punto di partenza che estendesse il nostro amore verso questo territorio sta via via evolvendosi. Crediamo fermamente che sia possibile migliorare le diverse problematiche esistenti nelle nostre zone, lavorando e calando il sipario alle chiacchiere e lamentele inutili. Siamo felicissimi del fatto che non siamo gli unici a sostenere questo pensiero e la numerosa collaborazione di amici, dell’associazione Symmachia, degli scout di Biancavilla, ma anche di tutti quelli che per vari motivi si sono scusati per non essere stati presenti, ne è la conferma. Non ci fermeremo, vogliamo regalare un po’ delle nostre giovani energie a questa terra meravigliosa che ci ha visti nascere e ci cresce nella sua autenticità. Non possiamo e non vogliamo lasciarla nelle mani di chi noiosamente la maltratta o la abbandona.”

Alla bella iniziativa era presente anche il presidente di Symmachia, Calogero Rapisarda: “Da sempre la nostra associazione coltiva i valori del senso civico e del rispetto dell’ambiente, per questo sono stato felice di accettare questa proposta di collaborazione che spero si rafforzi nel tempo, riproponendo e organizzando insieme momenti come questi su tutto il nostro territorio”.

Vino di qualità, Gaja acquista vignetti a Biancavilla. Oggi “Bollicine dell’Etna”

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Da Biancavilla parte una nuova importante sfida per la produzione e la commercializzazione sul mercato internazionale del vino di qualità Doc Etna. A investire è il noto imprenditore piemontese Angelo Gaja che, insieme al siciliano Alberto Graci, tra i vignaioli più apprezzati in Sicilia.
La notizia è stata ufficializzata a Giarre nel corso della presentazione di “Sicilia En Primeur”, l’appuntamento del vino siciliano a livello internazionale. Era già stata anticipata da Cronache di gusto e poi rilanciata dalla stampa nazionale, a partire da Repubblica e il Sole 24 ore.
Gaja e Graci hanno fondato la società agricola Konis che ha già acquistato 21 ettari di vigneti di Biancavilla, coltivati a Nerello Mascalese. Presto, ne verranno acquistati altri, per rendere operativa una nuova cantina destinata a produrre vino che verrà distribuito in tutto il mondo, grazie al prestigioso marchio Gaja.
L’iniziativa imprenditoriale rappresenta una svolta, dal momento che, fino ad oggi, Angelo Gaja ha portato avanti la sua azienda in Piemonte e ha investito soltanto in Toscana. Adesso, si punta alle viti dell’Etna ed in particolar modo al versante di sud-ovest del Vulcano.
La scelta di Gaja e Graci potrebbe avere una significativa ricaduta nel territorio, in termini di sviluppo e di crescita occupazionale.
“Arrivo sull’Etna per imparare. – ha detto Angelo Gaja a Cronache di gusto – Perché l’Etna? Era una cosa che sentivo a pelle da tempo, mi hanno colpito le descrizioni di questa montagna che dorme, talvolta si sveglia e spesso brontola. E’ il luogo di vini eleganti”.
Intanto, oggi va in scena la terza edizione di “Bollicine dell’Etna”, la kermesse del gusto e delle eccellenze vitivinicole, promossa dall’Enoteca regionale della Sicilia orientale, in sinergia con il Comune di Linguaglossa e di Castiglione di Sicilia.
A partire dalle 15.30, le porte di Casa San Tommaso, a Linguaglossa, saranno aperte ai visitatori che potranno degustare gli spumanti proposti dalle diverse cantine partecipanti. Tra queste, Antichi Vinai 1877, Cantine Nicoisia (Sosta Tre Santi), Cantine Patria (Palici), Cantine Russo (Mon Pit), Destro (Saxnigra), Firriato (Gaudensius), La Gelsomina, Mannino Tenuta di Plachi (Caterina di Plachi), Planeta. Stamattina, si è svolto il workshop “Gli spumanti tra le produzioni di eccellenza dell’Etna” che ha visto la partecipazione del presidente dell’Enoteca Regionale Sicilia Orientale Giovanni Conti, i sindaci del territorio tra cui Rosamaria Vecchio, sindaco di Linguaglossa, Salvatore Castorina, presidente Casa San Tommaso, il presidente del Consorzio Doc Etna Giuseppe Mannino, l’on. Giovanni La Via, presidente della Commissione Ambiente al Parlamento europeo. A moderare l’incontro sarà Ernesto Del Campo.

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