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Adrano e Biancavilla: una prospettiva comune

in Vincenzo Russo di

di Vincenzo Russo

E’ improbabile che il culto e la devozione per S. Placido e S. Nicolò Politi di biancavillesi e adraniti possano essere scalfiti da una possibile fusione dei due comuni. Le diverse identità –che pure esistono – e le specificità demografiche e territoriali, potranno essere preservate dai due distinti Municipi che continuerebbero ad esercitare le loro funzioni quasi come prima. E allora quale dovrebbe essere l’improvvida ragione di questo matrimonio, visto che non è di certo legata alla carente dimensione demografica? Beh, in effetti, la questione potrebbe essere ribaltata. Ovvero, perché due comuni contermini, che da un punto di vista urbanistico e territoriale sono quasi un unico blocco, devono essere completamente separati amministrativamente?

Perché fondersi in un unico Comune

Sia come sia, i potenziali vantaggi, noti in letteratura, sono di carattere economico e finanziario, oltre che politico amministrativo. Si tratta di maggiori economia di scala (minori costi nella gestione dei servizi), riduzione della spesa corrente e aumento di quella per investimenti (in tal senso depongono i pochi dati statistici a disposizione), della possibilità che si formino maggiori professionalità e livelli più alti di specializzazione dei dipendenti, e un maggiore peso politico complessivo nei rapporti con gli altri organi istituzionali. Si pensi alla pressione che una comunità di quasi 60 mila abitanti può esercitare, ad esempio, in merito alla tutela e al potenziamento della struttura  ospedaliera di Biancavilla, o alla possibilità di attivare forme alternative, magari esercitando le dovute pressione per la modifica dell’attuale, stringente, quadro normativo, di raccolta e gestione dei rifiuti urbani, con l’obiettivo della riduzione delle tariffe. Senza considerare l’unitarietà d’intenti nell’azione di programmazione urbanistica, delle attività produttive e nell’organizzazione delle infrastrutture, che renderà più spediti i processi decisionali e le attività realizzative. Un semplice esempio potrebbe riguardare la realizzazione di un’arteria di collegamento tra il viale dei Fiori e la S.S. 284, al fine di decongestionare dal traffico dei mezzi pesanti, e non solo, i due centri, favorendo nel contempo la logistica delle attività commerciali. Nella logica dell’armonizzazione e della condivisione dei servizi si potrebbe poi realizzare un’innovativa via di collegamento (anche sopraelevata) tra i due Municipi riservata a pedoni e ciclisti, quale grimaldello di una mobilità intelligente e alternativa. Molti studenti ne gioirebbero, e i facinorosi pedoni che pensano di uscire incolumi da via Casale dei Greci si sentiranno sollevati. Una linea di bus ecologici potrebbe garantire poi un collegamento continuo tra i vari punti nevralgici del nuovo ente.

A ciò si aggiunga che il decreto legge n. 95/2012 ha introdotto importanti incentivi finanziari, che si traducono in maggiori risorse a disposizione, per favorire il processo di riordino degli enti territoriali. Incentivi ulteriormente innalzati con la legge di bilancio 2017.  Con la legge di stabilità del 2016 (legge n. 208 del 2015)  sono state anche introdotte delle disposizioni di favore per quanto riguarda le risorse da destinare al personale. Il comma 229 (della citata legge), in deroga alla normativa generale, autorizza dal 2016 i comuni istituiti per effetto di fusioni, nonché le unioni di comuni, ad assumere personale a tempo indeterminato nel limite del cento per cento della spesa relativa al personale di ruolo cessato dal servizio nell’anno precedente. In pratica, sarebbe possibile sostituire tutto il personale che andrà in pensione, senza le limitazioni attuali. Sono fatti salvi solo i vincoli generali sulla spesa del personale.

Cosa prevede la normativa

La disciplina delle fusioni è attualmente contenuta negli artt. 15 e 16 del TUEL. Le regioni, compatibilmente con il disposto degli artt. 117 e 133 della Costituzione, hanno la possibilità di modificare le circoscrizioni territoriali dei comuni sentite le popolazioni interessate e nelle forme previste dalle leggi regionali. Sono proprio queste ultime a disciplinare, quindi, sia il procedimento legislativo per l’istituzione di nuovi comuni, sia le modalità di esercizio del referendum consultivo per le popolazioni interessate. In Sicilia la materia è regolata dalla legge regionale 23 dicembre 2000, n. 30, agli artt. 8 e 9. Il potere di iniziativa di tutto il procedimento può essere esercitato, alternativamente, dalla Giunta regionale, dai comuni interessati con deliberazioni consiliari adottate con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei consiglieri in carica, o da un terzo degli elettori iscritti nelle sezioni di ciascuno dei comuni. L’Assessorato regionale degli enti locali, verificata la legittimità del progetto di fusione, autorizza la consultazione referendaria. Per quanto concerne il quorum di partecipazione il referendum è valido solo se i votanti rappresentano la maggioranza degli aventi diritto, e la proposta è approvata se ottiene la maggioranza dei voti validi. A seguito dell’esito favorevole alla proposta referendaria di fusione ha inizio il procedimento legislativo mediante la presentazione di una specifica proposta di legge al Consiglio regionale da parte del Presidente della Regione o della Giunta regionale. Determinante, a questo punto, è la volontà del Consiglio che deve approvare la proposta decretando, definitivamente, la fusione.

La necessità di una visione della città

Al di là degli aspetti sopramenzionati, il dato di maggior peso è legato alla possibilità che la fusione generi un esempio di virtù finanziaria e amministrativa con protagonista un nuovo grande Comune. E, ovviamente, di ciò non può esservi alcuna certezza ma solo un impegno fattivo. Le normali resistenze che tale ambizioso progetto di certo incontrerà, dovute a timori di cessione di potere, a spinte campaniliste, a diffidenze fondate sulla differente situazione finanziaria degli enti, a resistenze degli apparati burocratici, dovranno essere superate, oltre che con motivazioni di carattere tecnico ed economico, facendo leva sul suo significato ideale e politico. Il momento potrà costituire, infatti, l’occasione per rinsaldare, anzi, ricostruire i legami dell’obbligazione politica tra cittadini disillusi e assenti e amministrazioni soffocate da un asfissiante presente. Quella che bisognerà ricercare è l’adesione morale delle due comunità al progetto in modo da assicurare il consenso necessario alla sua realizzazione. Progetto che dovrà segnare lo spartiacque della rinascita economica del nostro magnifico territorio e dell’affrancamento culturale della sua popolazione. Se non scatta la molla ideale, il neofeudalesimo politico, da cui dipendiamo, con il solo scambio e le solite supercazzole televisive non arriverà mai da nessuna parte.

Troppo spesso si dimentica che l’obbligo primario di qualsiasi amministrazione è di offrire una propria visione della città e del suo futuro. Ci vuole un sogno da donare e carezzare. Essa non può perennemente farsi orientare dai signorotti del consenso spicciolo, o dalle società di mutuo soccorso degli “affari nostri”. Perché sono proprio questi che tendono a frapporsi alla realizzazione di idee di ampio respiro in grado di creare una forte identificazione diretta fra amministratori e amministrati. Una iattura che ne limiterebbe fatalmente il loro ruolo condizionante.

Per un nuovo corso …

Due elementi strategici potrebbero segnare la via: l’immediata qualificazione e implementazione di un’offerta turistica decente e l’impegno alla realizzazione di un polo universitario d’eccellenza, anche totalmente privato (un sistema efficiente di borse di studio garantirebbe pari possibilità ai meritevoli non abbienti), al riparo da pratiche baronali, clientele, e da ogni mefitica influenza politica. Una cattedrale indiscussa del merito e della produzione scientifica, nel cuore del mediterraneo, proprio alle pendici dell’Etna, che dovrà attrarre cervelli da tutto il mondo, e la cui presenza avrà un ricco effetto ricaduta tutt’intorno ad essa.

Si dovrà puntare all’attrazione turistica (con modelli già collaudati quali quelli dei piccoli distretti del Trentino), a calamitare le migliori risorse umane, e a trattenere in loco i giovani che non dovranno più essere costretti alla fuga. Quella della partenza dovrebbe essere una libera e legittima scelta e mai una costrizione che sa tanto di deportazione.

La pratica dell’accoglienza turistica, il pullulare di nuove genti e il fermento economico e culturale che ne scaturirà, produrranno comportamenti sociali emulativi verso l’alto e nuove possibilità per i soggetti svantaggiati. I nostri luoghi, e le relazioni che in essi si svilupperanno, potranno così permearsi di confronto, di fiducia, di cooperazione tra gli individui, e tra individui e istituzioni. In altri termini di senso civico e di appartenenza. Solo così, con l’importante contributo del sistema scolastico, si potrà pian piano sedimentare quello stock di capitale sociale, di cui siamo deficitari, che eviterà il progressivo, inesorabile, inaridimento e spopolamento del territorio. Tutto questo può sembrare troppo. Ma anche no. Proust ebbe a dire: “Il vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.

http://lavocedellidiota.wordpress.com

Quanto ci hanno impoverito gli anni spesi a studiare

in Blog di

di Antonio Guarrado*

Domandarsi se con la cultura non si mangia è ozioso, domandarsi in che modo la cultura impoverisca è più utile. Uno dei libri più interessanti del prossimo autunno sarà “Teoria della classe disagiata” di Raffaele Alberto Ventura (in uscita a settembre per minimum fax), che contiene fra l’altro un attacco formidabile alla cultura intesa come bene di lusso; in particolare alla cultura umanistica, in particolare alle lauree umanistiche, in particolare alla laurea in filosofia. Sin dal titolo Ventura si rifà al celebre “Teoria della classe agiata” di Thorstein Veblen, che teorizzava come il benessere portasse all’impoverimento: chi è abbastanza benestante è costretto a spese sempre maggiori per affermare il proprio status, così da finire per avere un tenore di vita peggiore di un povero senza ambizioni.

La classe agiata di Veblen era la borghesia americana di fine Ottocento. La classe disagiata di Ventura siamo noi trenta-quarantenni di inizio Duemila che abbiamo investito nell’accumulo di titoli di istruzione superflui e che ora, nella speranza che fruttino, siamo costretti a continui investimenti in un apparato che ci dimostri acculturati: libri, cinema, concerti, viaggi, slow food… La nostra cultura ci trasforma in parvenu che hanno investito tutti i propri averi nell’argenteria ma, onde fare bella figura, s’indebitano per assumere un maggiordomo che la lucidi. E se ripensando ai vostri studi vi pare di avere pagato relativamente poco, fra esenzioni fiscali e affitti stracciati per matricole, ricordate che la vostra laurea, magari umanistica, magari in filosofia, non vi è costata solo ciò che avete speso; vi è costata tutti i soldi che non vi ha fatto guadagnare.

IlFoglio

Cassazione choc: “Il boss Totò Riina è malato ma ha il diritto ad una morte dignitosa”

in Antonio Cacioppo/Attualità/Blog di

di Antonio Cacioppo

Molti hanno visto nel pronunciamento della Cassazione il trionfo dello stato di diritto. Anche il peggiore e sanguinario tra i mafiosi ha gli stessi e sacrosanti diritti di tutti noi. Da questo punto di vista la reazione e le parole di Sonia Alfano “…anche le vittime di Totò Riina avevano diritto a morte dignitosa”, sembrano stridere con il principio di legalità, secondo cui lo Stato deve agire in conformità al dettato costituzionale. La convinzione della Alfano sembra essere il frutto, secondo i partigiani dell’uguaglianza giuridica, della condizione emotiva della figlia di un padre ammazzato dalla mafia, in ogni caso, per questo motivo le reazioni di tutti i parenti delle vittime, tutte egualmente emotive, perderebbero di efficacia di fronte alla forza del diritto di uno stato democratico. Ma se lo stato di diritto vale anche per Riina, nel caso in cui lo Stato latita, sparisce o muore, il diritto ad esso collegato ha ancora senso?

E che lo Stato sia morto, e con esso anche il diritto, si evince, a mio avviso, da alcuni sinistri segnali:

-Lo Stato è morto nei quartieri dove le mafie spadroneggiano, sparando in pieno giorno, ammazzando anche bambini;

-Lo Stato è morto nelle stazioni ferroviarie delle grandi città, dove a comandare sono bande criminali dediti a scippi, stupri, spaccio, prostituzione;

-Lo Stato è morto nel disastro delle infrastrutture che si sbriciolano crollando su passanti ignari;

-Lo Stato è morto perché ha permesso la precarizzazione del lavoro, la perdita dei diritti e la creazione di una “generazione senza futuro”;

-Lo Stato è morto nella (non) gestione della immigrazione “subappaltata” ad Ong private, che traghettano i “nuovi schiavi” da sfruttare, collocandoli in strutture che assomigliano a dei lager;

-Lo stato è morto nei campi dove i caporali organizzano e schiavizzano gli immigrati costretti a vivere in baraccopoli di lamiera, in condizioni subumane;

-Lo stato è morto a causa di una classe politica imbelle, corrotta e in perenne commistione con massoneria e mafia;

-Lo stato è morto il 23 maggio 1992 quando 500 chili di tritolo distrussero un pezzo di autostrada e massacrarono Falcone e la sua scorta;

-Lo stato è morto il 19 luglio 1992 quando esplose una auto che annientò Borsellino e i suoi angeli custodi.

I segnali più evidenti che lo Stato sia morto si palesa in due momenti precisi: il primo relativo al momento in cui esso non ha impedito che i suoi servitori più fedeli fossero uccisi; il secondo relativo al pronunciamento della Cassazione che sottolinea la dignità della morte della “belva” Riina, dimenticando la straordinaria ed eroica dignità della consapevolezza di morte di Falcone, di Borsellino e di tutte le vittime di mafia.

Forse lo Stato non è morto solo nelle parole del Procuratore Antimafia Gratteri: “Non dimentichiamo che il 41 bis è stato istituito per evitare che i capimafia mandino segnali di morte verso l’esterno.” …È ora di finirla con l’ipocrisia di chi sale sui palchi a commemorare Falcone e Borsellino e poi fa discorsi caritatevoli”.

Ora, coraggio giudici e numi tutelari dello stato di diritto! Liberate Totò Riina! Questo, come ha detto Salvatore Borsellino, “sarebbe come uccidere di nuovo Falcone e Borsellino”, Dalla Chiesa, Chinnici, Impastato, La Torre, Livatino, Schifani, Dicillo, Montinari, Catalano, Loi, Li Muli, Cosina, Traina, Mattarella, Alfano, Basile, Fava, Bodenza…

Paolo Borsellino a Giovanni Falcone: “Al tuo funerale dirò che eri una testa di minchia”

in Antonio Cacioppo/Blog di

di Antonio Cacioppo

Avevo deciso di pubblicare sulla mia pagina facebook una semplice foto di Falcone senza nessun commento, ma un post sulla foto di un caro amico mi ha fatto scattare il meccanismo terribile del politicamente scorretto.

La delegittimazione
-19 Gennaio 1988: il C.S.M. non nominerà Falcone Consigliere Istruttore di Palermo,preferendogli Antonino Meli;

-31 Luglio 1988: Falcone e Borsellino con le rispettive famiglie vengono, controvoglia, ”segregate“ all’Asinara per redigere l’ordinanza del maxi-processo. Dopo un mese di permanenza lo Stato presenta loro il conto di cui Falcone conserverà la fattura;

-Comincia lo smantellamento del pool antimafia, tutte le indagini vengono parcellizzate, le istruttorie divise in mille rivoli, sconfessando di fatto un altro martire come Chinnici;

-20 Luglio 1989: la scorta di Falcone trova all’Addaura, presso la casa presa in affitto dal magistrato, 58 candelotti di esplosivo. Si scatenano immediatamente le voci che insinuano che il magistrato si sia messo da solo l’ordigno;

-Leoluca Orlando accusa Falcone di tenere nascosti nei cassetti una serie di documenti sui delitti eccellenti;

-Falcone, su iniziativa dell’allora Ministro Martelli, accetta di dirigere gli Affari Penali del Ministero, apriti cielo, viene accusato dai colleghi di alto tradimento;

-si scatena una vera e propria campagna di diffamazione e delegittimazione sui giornali, con la Repubblica in prima linea. Politici di tutte le risme, colleghi, giornalisti, fanno a gara per chi è più bravo a riversare sul magistrato odio, livore, sarcasmo.

La commemorazione
Uno stuolo di politici, giornalisti, personalità, imprenditori, gli stessi che lo hanno prima attaccatoe poi abbandonato, si precipitano, come in una grande sfilata di carnevale, a ricordare una persona che non sono degni nemmeno di nominare. Una vera e propria fiera dell’ipocrisia, basta guardarli in faccia questi sepolcri imbiancati, hanno visi di circostanza, sono falsi. Rappresentano uno Stato inesistente, nullo, ipocrita, che prima abbatte i suoi migliori servitori e poi li commemora.
La Falconeide del 23 Maggio che si trasforma in show televisivo, dove tutti giocano all’antimafia.

Le parole di Borsellino.
I due magistrati, grandi amici, spesso ironizzavano sul loro sicuro tragico destino e Paolo un giorno dice a Giovanni:

“Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa quando ti avranno ammazzato. In questo mondo ci sono tante teste di minchia. Teste di minchia che tentano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello, quelli che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero. Ma oggi, signore e signori, davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti. Uno che si è messo in testa, niente di meno, di sconfiggere la mafia applicando la legge”.

Aveva ragione.

Pasqua Biancavilla, alla ricerca di un nuovo ordine e di maggiore omogeneità

in Blog di

di Dino Laudani

Negli ultimi venti anni la Pasqua biancavillese ha subito diverse metamorfosi, per gran parte positive, e che l’hanno rilanciata dopo un lungo letargo: oggi – tuttavia – si rende necessario un nuovo ordine e maggiore omogeneità.
In effetti, fino a fine anni ’90 del secolo scorso, le confraternite cittadine (per chi non lo ricordasse quelle: del SS. Sacramento, dell’Annunziata, del Rosario, dei Bianchi, della Mercede, di S. Antonio e di S. Giuseppe) pur garantendo la continuità e la partecipazione alle funzioni religiose, avevano da tempo perso la pratica di vestire l’abito tradizionale. Alle processioni si partecipava con abiti laici e con l’abitino (il cd. medaglione) sul petto di ogni confrate.
Alle soglie del secondo millennio, la sensibilità mostrata da alcuni confrati (in particolare della confraternita dei Bianchi, a cui presto si unirono quelli del Rosario e della Mercede), consentì il ritorno all’abito tradizionale. Per la prima volta, infatti, fu possibile rivedere i confrati con sacco, berretto, mozzetta e cingolo colorati.
La bontà dell’intuizione fu colta anche dall’amministrazione comunale del tempo che, non si fece scappare l’occasione, e fornì ad ogni confraternita un congruo numero di abiti tradizionali da fare indossare ai propri confrati in occasione delle processioni pasquali.
Il ripristino del vestiario segna senza dubbio una importante inversione di tendenza che ha certamente influito sugli anni futuri e in particolare su quanto accaduto nel 2004; anno in cui, per la prima volta, aderivano ad una confraternita (nello specifico a quella del Rosario) circa venti giovani con il preciso scopo di riportare a spalla il simulacro del Cristo alla Colonna durante la processione serale del Venerdì Santo.
Il ritorno a spalla del Cristo alla Colonna e la presenza di giovani in una confraternita cittadina fu di tale impatto che in concomitanza alla notizia della formazione del gruppo del Rosario, si costituì un altro gruppo, in chiesa Madre, di supporto alla confraternita del SS. Sacramento, il quale scelse di riportare a spalla la Torcia lignea ed in seguito anche il Cristo Morto.
Le ripercussioni di queste novità furono tali che già dal 2005 tornarono a spalla il simulacro dell’Ecce Homo – grazie al gruppo giovani confrati dell’Annunziata – seguito nel 2006 dal Cristo con la Croce, con il gruppo dei giovani confrati della Mercede.
Via via anche le altre confraternite – grazie ad una sana emulazione – hanno aperto ai giovani: così nel 2009 è stata la volta di San Giuseppe sino ad arrivare nel 2010, anno in cui è stata fondata una nuova confraternita, quella del Crocifisso Risorto con sede nella chiesa dell’Idria.
Altri eventi e novità hanno segnato questi anni, tra cui la formazione di alcune associazioni religiose che per certi versi sono entrate in contatto con le antiche confraternite: innanzitutto il Circolo San Placido, composto – almeno in origine – dai giovani non ammessi dalla confraternita del SS. Sacramento ed, in ultimo (2017), l’associazione Ecce Homo, nata presso la parrocchia Annunziata a seguito di un lungo tira e molla con la confraternita, dimostratasi incapace di aprirsi ad un vero ricambio generazionale.
In proposito vale fare una precisazione che – preciso sin d’ora – non vuole essere polemica.
La nascita del Circolo San Placido è legata al culto del nostro Patrono. Gli stessi membri, tuttavia, hanno da sempre offerto la propria disponibilità, in occasione delle processioni pasquali, a favore della confraternita del SS. Sacramento per portare il simulacro del Cristo Morto e la Torcia, vestendo per l’occasione le insegne della confraternita.
Ciò non è successo in occasione dell’ultima Pasqua, in “casa Annunziata”, dove i membri della nuova associazione, hanno portato in processione il simulacro dell’Ecce Homo, con un abito “proprio”, privando di fatto la confraternita del ruolo che ha esercitato sin dalla sua fondazione nel lontano 1656. Sia ben inteso! Nessun abuso: la confraternita ne era a conoscenza.
Il fatto – a mio modestissimo parere – è di per sé grave. Non credo a chi parla di arricchimento quando nasce una nuova realtà ecclesiale. Ciò spesso è servito a creare esclusivamente nuovi spazi da gestire in autonomia, come fatto del resto anche nella storia dalle stesse confraternite. Tuttavia, quando accadeva questo, la nuova realtà creava una peculiarità propria (introducendo un nuovo Mistero, ad esempio) e non impoveriva o escludeva dalla tradizione una già presente.
Nel caso dell’Annunziata, invece, la nascita di un’associazione dedicata all’Ecce Homo, pur essendo legittima e degna della massima considerazione, rappresenta un impoverimento per la confraternita che è presente in quella chiesa da quasi 400 anni, con il ruolo di servire e portare in processione, tra l’altro, il Cristo martoriato – al Venerdì Santo – e la Madonna durante la Domenica di Risurrezione.
La questione appena accennata, è solo una delle tante che andrebbero affrontate, come quella discutibile – perché frutto di estemporaneità e unilateralità – di portare in processione anche le consorelle. Il sottoscritto non è contrario – sia ben inteso – tuttavia, queste scelte vanno affrontate collegialmente e in comunione con il clero, in un’ottica di rinnovamento condiviso e programmato.
In conclusione ne viene fuori un quadro complesso ed in cui i nostri “pastori” insieme alle confraternite sono chiamati, dopo questi anni di crescita spesso disordinata del fenomeno confraternale, a creare le premesse per un nuovo ordine e ad una maggiore omogeneità.
L’importanza di quanto detto sta, altresì, nel fatto che i nostri riti pasquali sono talmente unici nel loro genere, da aver meritato – è un unicum per Biancavilla – l’iscrizione nel Registro delle Eredità Immateriali istituito dalla Regione Siciliana, sotto l’alto patrocinio dell’UNESCO.

I complici di Renzi ora vogliono la scissione

in Antonio Cacioppo di

di Antonio Cacioppo

La scissione annunciata da un gruppo di dirigenti del P.D. all’Assemblea Nazionale del partito, lascia sgomenti, non potrebbe essere altrimenti, visto che trattasi del maggiore partito italiano. Per capire la portata dell’eventuale avvenimento, è sufficiente dare un’occhiata ai nomi dei protagonisti: Bersani, D’Alema, Rossi, Speranza, Epifani, cioè ex Primi Ministri, ex Segretari di partito, ex Segretari C.G.I.L, Presidenti di Regione. Si spaccherà o non si spaccherà? E se si dovesse spaccare, quali saranno i gravi motivi che potranno giustificare la fine del P.D., come l’abbiamo conosciuto, come l’unione cioè di due grandi tradizioni politiche, quella cattolica di sinistra e gli eredi del P.C.I.? Ascoltando gli interventi all’assemblea del partito, in particolar modo quello di Epifani,si scopre che i motivi sono riassumibili:
1) nella gestione personalistica di Renzi; 2) nella data del congresso del partito, da indire in conseguenza delle dimissioni del segretario; 3) nell’eccessivo ricorso al voto di fiducia, attuato per costringere la minoranza del partito a votare provvedimenti di cui non si condividevano i contenuti; 4) la data delle prossime elezioni. Tutto qua? Per motivi così deboli si spacca un partito? Questi motivi, come hanno rilevato tutti gli osservatori, non sono sufficienti a giustificare una rottura storica come questa.
Allora proviamo noi ad individuarne la ragione vera, fuori dalle ipocrisie, al netto del tatticismo, la vera ragione dell’insanabile dissidio. La causa scatenante sta nella composizione delle liste alle prossime politiche, liste che se fatte da Renzi determinerebbero l’estinzione politica della minoranza dem. Quindi la scelta per gli scissionisti è tra la certezza di scomparire politicamente e la speranza, formando un nuovo partito, di essere rieletti e quindi sopravvivere. E fin qui nessuno scandalo, da sempre la politica è anche conquista della rappresentanza senza la quale non si può esercitare la possibilità di portare avanti le proprie visioni politiche. Quello che invece scandalizza è che la scissione non si consumerà su contenuti politici, su visioni contrapposte della società, ma su questioni procedurali e su date riguardanti elezioni e congressi. Chi tra i due contrapposti fronti riuscirà a prevalere non è dato sapere, ma una cosa appare certa: a perdere saranno i cittadini, il popolo, perché la sinistra, come già la destra si badi bene, hanno sacrificato il bene comune alle logiche del dio mercato. Infatti tutto è iniziato con Tony Blair e Bill Clinton i mentori della globalizzazione spacciata come nuova religione, per passare ai loro epigoni italiani Prodi, Veltroni, D’Alema, Letta, fino ad arrivare a Renzi, colui il quale è riuscito là dove Berlusconi e persino Monti avevano fallito:  il massacro dei diritti sacrificati sull’altare del globalismo capitalista. Altro che scissione! Questi signori, questi falsi antagonisti, questi attori capaci di recitare sempre lo stesso ipocrita copione, dove erano: 

  • quando il centrosinistra consegnò l’Italia al sistema euro che ci ha ridotti in queste condizioni?             
  • quando,su ordine dei tecnocrati di Bruxessel,si è desertificata la spesa sociale con tagli lineari?
  • quando si è massacrata la sanità pubblica?
  • quando si è approvato il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18?
  • quando hanno approvato la riforma della scuola con la famigerata legge 107?
  • quando è entrata in costituzione, per ordine della Troika, il pareggio di bilancio?
  • quando sono stati introdotti i Voucher, simbolo di moderna schiavitù?
  • quando hanno condannato un’intera generazione alla perdita del loro futuro?
  • quando si sono piegati alla perdita della sovranità nazionale?

La sinistra non si scinderà in questa attuale vicenda, lo ha già fatto da tempo. La sinistra si è scissa nel momento preciso in cui ha venduto la sua anima al potere finanziario. Nel capolavoro di Hobsbawm, “Il secolo breve”, l’autore fissa un pensiero fondamentale: “alla fine del secolo è stato possibile capire come sarà un mondo nel quale il passato, incluso il passato nel presente, ha perso il suo ruolo, in cui le vecchie mappe e carte che hanno guidato gli esseri umani non raffigurano più il paesaggio nel quale ci muoviamo, né il mare sul quale stiamo navigando. Un mondo in cui non sappiamo dove il nostro viaggio ci condurrà e neppure dove dovrebbe condurci.”

Questo è il tempo della fine delle certezze, la fine delle identità ideologiche e della fine della sinistra come della destra. Tramontate le certezze novecentesche, scomparse le vecchie categorie politiche, è cessata la possibilità di resistere a questo sistema?   No, per fare ciò basterebbe ripartire da alcune idee e valori nè di sinistra e nè di destra ma al di là della destra e della sinistra. Identità culturale, giustizia sociale, comunitarismo, stato sociale, prevalenza del bene pubblico sull’interesse privato, diritti non solo degli individui ma dei popoli, primato della politica sulla finanza in nome di una grande alleanza contro lo strapotere della globalizzazione.                       

In un tempo in cui la povertà cresce in maniera esponenziale e l’unica risposta è stata l’austerità e la precarietà, in un tempo che è stato testimone della morte dello stato sociale che garantiva assistenza  agli ultimi, una scissione di questo genere non cambia nulla.     Intraprendere un nuovo percorso che ci faccia superare le macerie della destra e della sinistra, fare attecchire un nuovo patrimonio di valori, questo ci vorrebbe. Un compito difficile, pieno di ostacoli, ma che in un mondo di rovine vale la pena di intraprendere.

Di fronte ad uno scenario del genere, la scissione del P.D. che significato ha? Tanto rumore per niente.  

Caro Renzi ti scrivo…

in Blog di

di Rosario Di Grazia

Nel momento in cui scriviamo, a Roma si decide il futuro del Partito Democratico.

Le ragioni di una possibile (e probabile) scissione sono tante e non intendiamo illustrarle.

Al segretario dimissionario Rosario Di Grazia, con il suo blog “IlSecolo.eu” intende tuttavia rivolgere un accorato appello. Come ex elettori pd e come cittadini che amano la politica e si interessano del governo della cosa pubblica.

«Caro Matteo,

La tua discesa in campo ha rappresentato, per chi ti scrive, la speranza – forse l’ultima – di un riscatto generazionale, prima e più ancora che di uno svecchiamento della classe dirigente del nostro Paese.

Riscatto generazionale significava – e significa -, per noi, portare al centro dell’azione politica del partito (e del governo) l’abnorme, gravissima e irrisolta questione della diseguaglianza generazionale che affligge il sistema economico-sociale del nostro Paese.

Significava – e significa -, dunque, porre al centro del tuo progetto (e programma) politico la riduzione di queste diseguaglianze, avvertite con sempre maggiore coscienza come intollerabili da una sempre più larga fetta di giovani concittadini.

Significava – e significa – anteporre alla conquista dei consensi – col serio rischio di perderli – la capacità, il coraggio, la forza – come diceva James Freeman Clarke – di guardare alla prossima generazione anziché alla prossima elezione.

Tentare di ripianare queste diseguaglianze significava – e significa -, solo per fare qualche esempio, essere intellettualmente onesti coi tuoi concittadini; dire loro la verità sulla drammatica situazione dei nostri conti pubblici; richiamarli alle loro responsabilità – perché se a questo punto siamo arrivati non è certo responsabilità tua ma di un intera classe dirigente (e di un intero popolo) che dello Stato ha sempre diffidato e allo Stato ha sempre sottratto le energie migliori; chiedere – e pretendere – a chi aveva di più di dare di più; saldare il grande debito generazionale in materia assistenziale e previdenziale; puntare su qualità della formazione di una coscienza critica delle nuove generazioni e su qualità e garanzie del lavoro; preservare la qualità del funzionamento delle istituzioni; battersi contro il sensazionalismo e governare con buon senso, empatia, equilibrio, onestà intellettuale.

Tutto ciò non era – e, a maggior ragione, non è – affatto facile.

Ma è nella tempesta che si vede la capacità del capitano di portare in salvo la nave, l’equipaggio e i suoi passeggeri. Ed è dopo la tempesta che un vero capitano, se qualcosa è andato storto, si accerta degli errori eventualmente commessi e dei danni cagionati dalla sua condotta e si assume la responsabilità del suo operato. E dinanzi ai suoi ufficiali, al personale di bordo ed ai passeggeri chiede perdono per gli errori commessi e accetta serenamente il giudizio della storia. Ché se ha operato in perfetta buona fede per approdare in quel porto tanto angusto quanto necessario da raggiungere, non avrà nulla da temere, sapendo di aver navigato in acque agitatissime e che chiunque al suo posto avrebbe trovato difficoltà quantomeno eguali. E, con l’umiltà e l’onestà intellettuale che solo i grandi comandanti possono avere, affida loro l’incombenza di scegliere un altro capitano con un bagaglio di competenza tecnica, esperienza e capacità di scrutare il mare che essi ritengono migliore della sua; e si mette subito a loro disposizione per offrire il suo indispensabile supporto.

Oggi l’Italia intera deve sperare che tu sia quel gran capitano di cui la nostra vecchia e acciaccatissima nave ha disperatamente bisogno. E in assenza del quale si vedrebbe costretta a conferire il comando a marinai tanto giovani quanto inesperti.

Sperarlo significa voler bene all’Italia. Farlo, per te, significherebbe amarla più di te stesso.

E quando si è provato, senza successo, a guidar la baracca per condurla in salvo e ci si è resi conto di aver fallito, si può passare alla storia non solo per essere stato il protagonista di quel fallimento ma anche per aver avuto il coraggio di anteporre gli interessi della baracca a quelli personali e particolari.

Questo ti auguriamo, Matteo! Questo colpo di reni finale, che farebbe indubbiamente parzialmente ricredere noi come tanti altri.

Cordialmente,

Rosario Di Grazia | IlSecolo.eu

Lettera a Michele, il ragazzo suicida di Udine.

in Antonio Cacioppo di

di Antonio Cacioppo

Michele avevi trent’anni e ti sei ammazzato perché eri stanco, disperato, arrabbiato.
Non giudicherò la tua decisione, non ne ho gli elementi e non sono in grado di capire fino in fondo il dolore e l’angoscia che ti hanno portato all’estremo gesto. Non mi schiererò con coloro che ti vogliono valutare a tutti i costi, fortunati come sono con il loro lavoro, i loro agi. Non accetterò mai coloro che diranno che il tuo suicidio è conseguenza di problemi psichici. Non approverò per nessuna ragione al mondo, coloro che sosterranno che il precariato è un valore e la flessibilità lavorativa una fortuna piovuta dal cielo. Rispetto la tua drammatica decisione, perché frutto di un’analisi penetrante e veritiera, come testimonia la tua lettera.

Come non essere d’accordo con te, Michele, e con la tua rabbia verso una società che ha smantellato il Welfare, pezzo per pezzo, introducendo il Job Act, i voucher, forme moderne di schiavitù per decontrattualizzare il lavoro e renderlo senza tutele. Come non essere d’accordo con te,Michele,sul fatto che il lavoro precarizzato è l’asservimento dei deboli,dei senza diritti, nei confronti dei forti,dei potenti. Come non essere d’accordo con te, Michele, che la subordinazione economica, lo sfruttamento, il lavoro parcellizato e pagato miseramente, è anche e soprattutto assoggettamento esistenziale, infatti il nuovo schiavo perde la sua umanità e la sua identità, posto com’è di fronte alla drammatica scelta tra morire di fame o accettare le condizioni disumane di un oppresso.

D’accordo su tutto, ma mi dispiace dirtelo, su una cosa hai sbagliato, e te lo dico con tutto il rispetto e l’affetto che meriti, hai sbagliato ad ammazzarti. Posso capire che si sceglie di farla finita per rimorso, per colpe commesse, ma non si ci ammazza per colpe commesse da altri, per colpa di un sistema. Eppure tu, in quella lettera lucida e straziante, hai indicato perfettamente chi sono i responsabili, ecco perché la tua lettera è una denuncia sociale, ecco perché tu sei morto, per un crimine sistemico fatto da altri, ecco perché più che un suicidio, a me sembra un omicidio.

E però, caro Michele, la realtà non è mai una somma di dati oggettivi che noi dobbiamo semplicemente accettare come ineluttabili, al contrario la realtà è l’esito delle nostre azioni e può essere sempre trasformata e ribaltata. Ecco perché non accetto il tuo gesto estremo, ma non accetto soprattutto gli uomini che, costretti dal potere a rinunciare al loro futuro, non oppongono resistenza, si voltano da un’altra parte, non si impegnano in un’azione di rovesciamento dell’esistente, tutti presi da una malattia terribile e contagiosa che si traduce in una forma di fatalismo fine a se stesso. Questa realtà ci mette inevitabilmente di fronte ad una scelta: subire o reagire.
Ribellarsi ecco la cosa giusta. Non solo contro il sistema, ma contro l’abulia, il menefreghismo, l’indifferenza di tutti quegli uomini che non si mobilitano di fronte alle squallide ingiustizie, ma si esaltano invece per la squadra del cuore, si mettono in fila per l’ultimo smartphone, si drogano nelle discoteche, si entusiasmano per il festival di Sanremo.

Jus resistentiae, diritto alla resistenza contro un apparato mostruoso. Mai venir meno al dovere di ribellarsi, mai accettare i soprusi, mai abituarsi alle ingiustizie, mai avere timore dei tiranni, ma da vivi Michele, da vivi.

Scusami per questo mio sfogo,ma mi è insopportabile l’egoismo di una società che assiste indifferente al suicidio di imprenditori, di padri di famiglia, di disoccupati permettendo solo a pochi di stare bene. Mi è insopportabile assistere alla disossazione di una intera generazione.
Ciao, Michele, e grazie per le tue parole che mi permettono di chiederti perdono per non aver fatto abbastanza affinché tu vivessi come avresti meritato.

L’importanza di avere una legge elettorale parlamentare

in Ludovico Vitale di

di Ludovico Vitale

Si è assistiti in maniera quasi tacita ad una decisione che ha dell’incredibile. La Repubblica Italiana subisce quotidianamente il dogma della Corte Costituzionale e lo accetta come se fosse unica fonte di verità.

Questa premessa appare il solito tentativo di chi vuole trovare la critica, il cavillo ad ogni circostanza. Può anche essere vero, ma serve solo a chiarire le idee.
Prima di svolgere l’approfondimento dovuto è bene partire dai fatti.

Il 25 Gennaio la Corte Costituzionale dichiarava incostituzionale quella parte della legge elettorale che prevedeva il ballottaggio tra le prime due liste sul territorio nazionale; ballottaggio che garantiva la maggioranza dei seggi di una sola Camera (la Camera dei Deputati).
La legge elettorale in questione, nota come Italicum, è stata fortemente voluta dal Governo Renzi nell’ambito di quella riforma costituzionale che sappiamo bene che fine ha fatto. E’ bene però anticipare che quel che sembra un dato di cronaca invece non lo è: l’intenzione del legislatore assume sempre una primissima importanza.

Ci si chiede: perché questa pronuncia? La domanda è fuorviante e ammette una duplice risposta. Da un lato si allude alla circostanza che 5 tribunali ordinari hanno posto questione di legittimità costituzionale, dall’altro alle motivazioni della sentenza che non sono ancora arrivate.
In assenza delle motivazioni è bene, a questo punto, cercare di intuire il possibile contrasto di un sistema con ballottaggio rispetto alla Costituzione.

 

Occorre, anzitutto, precisare che non esiste in alcun modo una norma che vieti esplicitamente il ballottaggio o, di converso, che sancisca l’inammissibilità di una legge elettorale che possa garantire ad una sola lista la maggioranza dei seggi.
Piuttosto si può ritenere che non sarebbe conforme alla volontà dei cittadini imporre un ballottaggio nella misura in cui sono gli stessi cittadini ad essere estremamente divisi. La circostanza aberrante che si vuole evitare è quella di avere una forza politica che abbia un consenso parlamentare molto ampio che non rispecchi un reale consenso nel paese, atteso che al secondo turno possano recarsi alle urne un numero basso di elettori. In un sistema bipolare tale circostanza non è realizzabile, tuttavia se si guarda alla storia dell’Italia repubblicana ci si accorge che il bipolarismo è stato solo una breve illusione. In tal modo si ritiene ammissibile un premio di maggioranza a quella lista che consegua al primo turno il 40%, in quanto si ritiene una soglia “democratica” per poter assegnare un numero elevato di seggi.

Al di là delle considerazioni di merito sarebbe ora opportuno fare un passo oltre: è legittimata la Corte Costituzionale a definire in modo così netto scelte di politica elettorale? Considerando che l’intenzione del legislatore era la seguente “il giorno dopo le elezioni si deve sapere chi vince e chi no”, è rispettoso del principio della separazione dei poteri un intervento che mira solo a rendere ancora più cogente un sistema costituzionale che induce al consociativismo?

 

Prima di rispondere a questo ordine di questioni  va definito il ruolo della Costituzione nell’ambito della legislazione elettorale. Essa, come ho già anticipato, non impone limiti e/o veti che non riguardino sfacciatamente i diritti dei singoli cittadini. Tuttavia impone un diverso sistema elettorale tra Camera dei Deputati e Senato della Repubblica.

 

Sancisce l’articolo 57 della Costituzione: “Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero.

Il numero dei senatori elettivi è di trecentoquindici, sei dei quali eletti nella circoscrizione Estero. Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due, la Valle d’Aosta uno.
La ripartizione dei seggi tra le Regioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, si effettua in proporzione alla popolazione delle Regioni, quale risulta dall’ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti.

Cosa significa questo? Che la distribuzione dei seggi non può mai avvenire in modo identico per i due rami del parlamento. A meno che non si individui un sistema elettorale che bypassi questo “cavillo”. Tale sistema è quello noto come Mattarellum, che prende il nome dal suo autore, Sergio Mattarella, attuale Presidente della Repubblica. Questa legge elettorale, già sperimentata nel nostro ordinamento, prevede i collegi uninominali: l’elettore sceglierà tra diversi candidati e il più votato nella circoscrizione sarà parlamentare. Un sistema molto semplice che, quand’anche non riuscisse a garantire una maggioranza (è impensabile che, ad oggi, un solo partito, conquisti 310 seggi alla Camera e 160 al Senato) garantirebbe  stabilità (stante l’assenza di partitini che possono risultare “decisivi”) e rappresentanza.

Orbene, non esiste alcuna legge elettorale perfetta, ma esistono diversi modelli di legge elettorale che si adattano più o meno bene alla forma di stato e che siano più o meno rispettosi dei principi costituzionali dello stato. Stante lo scollamento tra politica e cittadini, stante la difficoltà a formare dei governi stabili, il Mattarellum è, senza dubbio, il sistema che meglio si adatta alla nostra Costituzione.

Ammesso che sarebbe opportuno che il legislatore prema perché si ritorni a quella legge, si deve ora rispondere alla questione principale: è ammissibile in uno stato di diritto, un’usurpazione così forte?

La Corte Costituzionale, in primo luogo, con questa pronuncia smonta quelle fuorvianti interpretazioni circa l’illegittimità della scorsa legislatura. Ci si ricorderà, infatti, della precedente pronuncia sul “Porcellum” e delle conseguenti illazioni quali “parlamento illegittimo!” e via dicendo. Se si ammettesse, infatti, che la scorsa legislatura non è titolare delle sue piene funzioni dovrà essere altrettanto illegittima la composizione della Corte Costituzionale e, di conseguenza, anche le pronunce della stessa su entrambe le leggi elettorali che, allora, sarebbero sicuramente conformi. Così pensando l’unica legge in vigore sarebbe il “Porcellum” così come voluto dal legislatore del tempo. Il che è fantadiritto.
Ammessa e non concessa questa fantasiosa ricostruzione della realtà sarà giocoforza inevitabile escludere che l’illegittimità (qui sostenuta) della pronuncia della Corte possa trovare fondamento su una sua stessa sentenza.
Tornano invece utili due elementi: l’intenzione del legislatore e l’inciso finale della massima di giorno 25 gennaio.
Come dicevo poc’anzi, il legislatore aveva legiferato immaginando applicabile la legge elettorale solo ad una Camera. Può, questo elemento, insieme alla circostanza che di camere elettive ne abbiamo ancora due, far venir meno la ratio sottesa alla stessa riforma?
La risposta non può che essere negativa se si considera che l’obiettivo della “stabilità” può comunque essere conseguito e se si ritiene che, la legislatura in corso sia stata democraticamente eletta.

Viene, a questo punto, in nostro aiuto l’inciso finale della massima: “All’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione”.

 

Questo inciso inevitabilmente finisce col cozzare con l’intenzione del legislatore. Posto che quest’ultima non può essere di certo considerata un tabù intangibile, ci si chiede però se un tale stravolgimento può essere ammesso/ammissibile in uno stato di diritto.

La risposta di chi scrive è negativa. Non esistono norme che vietano e/o impongono alla Corte di pronunciarsi solo su alcune parti di una legge, anzi, tale tecnica è spesso adottata. Ma quello che rileva maggiormente è che, la presunta incostituzionalità di una legge viene elevata a causa per imporre al Parlamento (unico organo democraticamente eletto) una legge diversa da quella voluta. Non mancano infatti modalità mediante cui la Corte avrebbe potuto influenzare, condizionare e consigliare il potere legislativo senza rendere immediatamente applicabile una legge svuotata della sua ratio, quand’anche la legge è per certi aspetti irrazionale e potenzialmente lesiva di diritti costituzionalmente garantiti.

Una forma istituzionale mediante cui è stato realizzato un eccesso di potere che, ad oggi, non è suscettibile di “controllo”, se non quello del Parlamento che, a questo punto, è chiamato a non tirarsi indietro e a svolgere compiutamente le sue funzioni facendo una degna ed autonoma legge elettorale.

 

Perché se in una democrazia in crisi ciascuno dei poteri inizia a svolgere le proprie funzioni in maniera del tutto arbitraria ed elusiva delle norme di diritto, le conseguenze non possono che essere più gravi di quelle la Corte ha immaginato nel ritenere incostituzionale una legge elettorale.

Sputate al Re!

in Gisella Torrisi di

Mi guardo attorno ed è domenica mattina, a colazione io e il babbo ascoltiamo Strauss, compositore viennese che visse a cavallo dell’800 ma non è delle sue sinfonie, le quali sembrano ragnatele di luce che si diramano negli arti, che voglio discutere. Una mia amica, subito dopo la colazione, mi chiede se ricordo a quale canzone assomigli la nuova di J-ax e Fedez; sì proprio così. Le pare di ricordare un vecchio motivo di una canzone degli ex articolo 31, di cui Alessandro Aleotti (in arte J-ax) era la voce e l’anima. Io cerco di ascoltarla, ma proprio non ci riesco.

Premetto che da ragazzina per me J-Ax era un vero artista, uno di quei ragazzi pieni di sogni che venivano dalle strade. Loro sanno cos’è la vita, l’hanno affrontata chissà quante volte. Anch’io, anche la mia generazione, proviene dalle strade e con ciò non voglio dire che non avevamo una casa, un tetto sicuro o una famiglia ad aiutarci quando ci mettevamo nei guai. Venire dalle strade (e non dalla strada) significa che tu hai giocato, vissuto, lottato, sognato, imparato fuori, urlato, cantato… ti sei ribellato… a contatto con la tua realtà, a contatto con il tuo spazio là fuori: il tuo quartiere. Ricordo le ginocchia sbucciate, le biciclette investite, le prime storie da scrivere, la voglia di poter sbagliare e capire da soli cos’è giusto e cosa no.

Oggi per strada ci sono solo pochi ragazzini, quasi tutti hanno già in mano uno smartphone e aspettano, chissà cosa poi. Noi, noi non aspettavamo nulla, avevamo premura di conoscere, di correre, c’era fortunatamente ancora qualcuno che ci insegnava a ribellarci e non perché andava di moda l’alternativo, anzi! Oggi va di moda essere alternativi, vestirsi come straccioni ma con roba firmata che costa un botto, ed io che pensavo che era per riuscire a spendere i soldi in altro (cd, libri, cinema, teatro, concerti, sports, hobbies), insomma per nutrirsi quell’accumulo cerebrale in testa (o vedi anche: cervello).

Ricordo di aver passato tutta la mia adolescenza a provocare. “A scuola non ti puoi truccare” e andavo imbrattandomi di nero come Marylin Manson perché volevo che tutti vedessero le mie ombre e non solo la mia luce. “A scuola devi far attenzione e ricordarti di fare quello che ti diciamo” e ascoltavo il canto del vento dalla finestra, pensando a cosa intavolare a casa, a come finire la storia che già avevo in mano. “A scuola devi ascoltare l’insegnate” e le sue frustrazioni, di insegnanti là fuori ne ho conosciuti davvero pochissimi. “A scuola devi dare il massimo” e a casa approfondivo la vita, le storie, cercavo la verità.

Quando incontro con lo sguardo un ragazzino con il cuore in mano e non con il telefonino (lo si riconosce dalla schiena dritta ed il sorriso non ancora plastificato in faccia), sorrido anch’io e credo che anche se la società voglia incanalarci in un modo virtuale, artificiale, fasullo… là fuori, di notte, ci sarà comunque un ribelle a tenere accesa la fiamma, per tutti. Ci sarà sempre un angelo a cui brucia lo stomaco per la paura e che deve continuare a perseverare per se stesso, perché sa che dimostrare qualcosa ai professori, ai genitori, ai social o chissà a chi altri… non serve a nulla e non ne rimarrà nulla… ma se invece si concentra su di sé, se dimostra a se stesso di essere pronto a superare qualsiasi barriera imposta e allarga sempre più i suoi orizzonti… beh, allora, avrà scelto la strada più dura, in cui non si vince niente, solo tempo e libertà. Vi pare poco?

Oggi ci hanno tolto il tempo, il pensare, il poter essere anche sfumature. Ci chiedono di credere, ma a cosa? Se ignoriamo il nostro punto di partenza… il quartiere… come possiamo poi alzarci un giorno e cambiare la nostra Sicilia?

Ho smesso di guardare la televisione in terza media (seguivo raramente solo alcuni programmi musicali) e ringrazio quella ragazzina ribelle per avermi dato tutto il tempo per pensare da me. Per sognare, per studiare davvero, per conoscere tantissime persone, per essere stata tante individualità e nemmeno una, per avermi fatto imparare che il cuore ti salva sempre. Tornando a J-Ax, che per me alle medie era un vero, l’antidoto contro i Blue (gruppo lagnosissimo e commerciatissimo), tornando a quella musica penso: c’è chi ha venduto l’anima al quel diavolo di usa e getta televisivo, vedi Morgan (Bluvertigo) o ancora Manuel Agnelli (Afterhours)… ma che hanno lasciato comunque un gran segno nella vita di una bambina, ve lo mostro:

“Quella tv, conosco sempre più gente che la spegne… c’era una storia in mezzo ai libri studiati la mia generazione saprà presto qual è, che piaceva tanto ai miei antenati e piace tanto tanto anche a me… sputate al re!”

La canzone si ispirò sicuramente alla favola I vestiti nuovi dell’imperatore (favola danese a cui io ero affezionata tantissimo) scritta da Hans Christian Andersen (che fa ancora parte della mia infanzia).

E voi quale cose ricordate della vostra? I sogni sono quelli che non moriranno mai. Concludo con una citazione di Andersen, che sia per ognuno un punto di partenza verso il risveglio della propria intelligenza:

“Non importa che sia nato in un recinto d’anatre: l’importante è essere uscito da un uovo di cigno.”

Questo articolo lo dedico a quei ragazzi a cui è stato proibito il conoscere! Ricordate sempre: chi cerca, trova! Chi scava dentro sarà libero!

 

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