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Randagismo ad Adrano, un problema sottovalutato dall’amministrazione.

in Attualità/Blog/Calogero Rapisarda di

di Calogero Rapisarda


Ho avuto il dispiacere di leggere su 
TVA il racconto di un uomo che in zona San Filippo è riuscito ad evitare l’assalto da parte di un branco di cani randagi grazie ad un passaggio. In verità, nei giorni scorsi, anche a noi sono pervenute diverse segnalazioni, alcune provenienti da mamme terrorizzate, residenti in zona cappuccini, che ogni mattina sono costrette ad accompagnare i propri figli in auto per evitare eventuali attacchi da parte di un numeroso branco di cani (vedi foto). Altre segnalazioni ci sono giunte invece da parte di alcuni ragazzi che, in zona Corso Sicilia, durante le passeggiate con i loro cani sono spesso costretti alla fuga o a rifugiarsi nelle attività commerciali.

Purtroppo mi sembra che il problema sia stato ampiamente sottovalutato da questa amministrazione. E’ vero che le risorse economiche sono poche, ma cosa c’è di più importante della salute dei cittadini? I cani randagi, infatti, oltre a poter attaccare i passanti, possono essere la causa dell’aumento di incidenti stradali, della trasmissione di malattie verso la fauna locale ma anche verso l’uomo, come la rabbia o leishmaniosi. Tutto ciò costituisce un pericolo anche per i cani stessi che sono costretti a vivere in maniera pietosa, oltre ad essere spesse volte soggetti ad avvelenamenti da parte di gente che agisce facendosi guidare dalla rabbia che però, certamente, non giustifica tali vili gesti.
 
Considerato tutto questo e consci che le principali cause del randagismo sono due: abbandono di cucciolate indesiderate e riproduzione non controllata dei cani vaganti. Non sarebbe il caso di adottare misure più idonee per la risoluzione del problema?
 
Ecco un elenco di proposte utili alla causa:
 
  •  Campagna di iscrizione all’anagrafe canina e dotazione di microchip per i cani padronali;
  • Incentivare economicamente le sterilizzazioni per evitare cucciolate indesiderate;
  •  Sterilizzazione e iscrizione all’anagrafe di tutti i cani randagi;
  • Localizzare tra gli immobili o terreni di proprietà comunale luoghi adatti alla realizzazione di microcanili da poter dare in gestione a volontari animalisti;
  • Aumentare la collaborazione con le stesse associazioni di settore promuovendo corsi all’interno delle scuole (asili, elementari e superiori) sulla corretta gestione degli animali affettivi e promuovendo anche giornate di adozione di cani in piazza;
  • Incentivare l’adozione fornendo una basica assistenza veterinaria per il primo anno;
  • Istituire un servizio di recupero cani vaganti e soccorso cani feriti tempestivo;
  • Creazione di un area apposita sul website del Comune di Adrano con un photo book degli animali ritrovati, per permettere sia il riconoscimento da parte degli eventuali padroni e sia l’adozione da parte di chi ne sia interessato.
A questo punto chiediamo al Sindaco Ferrante e all’assessore al ramo Calambrogio, quante e quali di queste misure sono state finora adottate? Quali si ha intenzione di adottare in futuro?
Auspichiamo una loro risposta oltre che un intervento serio che possa mettere al riparo da qualsiasi conseguenza sia i cittadini che gli stessi animali.

Adrano nell’occhio del ciclone di Striscia la Notizia.

in Antonio Cacioppo/Attualità/Blog/Generale di

“Cominceremo a morire il giorno in cui resteremo silenziosi di fronte alle cose che contano.”
(Martin Luther King)

di Antonio Cacioppo

L’ipocrisia è la costante scritta nel dna della maggior parte dei politici di Adrano. Non si scoprono mai, giocano di rimessa, rispondono solo se chiamati in causa, prima guardano, poi fiutano l’aria e si comportano di conseguenza, si credono furbi… politici appunto.

Si acquattano per sfruttare a loro vantaggio ogni situazione, perché sono convinti che la gente non sia capace di capire le loro strategie, infatti per loro le persone non sono niente, sono poca cosa, ecco perché i politici ostentano prepotenza verso i cittadini, salvo poi trasformarsi in servi di fronte ai potenti.

Ma andiamo ai fatti.

Ad Adrano appaiono carte da morto per una persona che morta non è. Reazione? Nessuna. Silenzio per 24 ore, 48 ore, fino a quando non arriva in paese Striscia la Notizia.

Contemporaneamente i giovani di Adrano si mobilitano sui social in maniera spontanea, organizzano riunioni (dentro cui in maniera maldestra cercano di “imbucarsi” alcuni politici, senza riuscirci).

Il vuoto e il silenzio iniziale viene colmato paradossalmente da una trasmissione televisiva e, soprattutto dal moto sincero dei ragazzi adraniti che organizzano una manifestazione su cui molti avrebbero voluto mettere il cappello.

A quel punto ai politici sornioni, che comprendono di non avere più scampo, scatta in loro, inesorabile, il riflesso condizionato dell’ipocrisia trasbordante, e giù un’orgia di dichiarazioni, di comunicati stampa, interviste:

-hanno leso l’onorabilità  della città ;

-hanno fatto passare un messaggio sbagliato;

-fuoco e fiamme contro la Petyx;

Come se il problema non fossero i manifesti e il loro messaggio inquietante, ma Striscia la Notizia. La classica operazione ipocrita di chi vuol distogliere l’attenzione da un fatto gravissimo per addossare la colpa ad altri.

Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito.”

Si badi bene tutta l’orgia della indignazione “pelosa” si è avuta soltanto e solo dopo che gli avvenimenti li hanno travolti, soltanto dopo che Striscia la Notizia è venuta ad Adrano e soltanto dopo che i social hanno prodotto una vera e propria rivolta morale. Solo a questo punto, come per magia, diventano tutti portatori di valori di legalità, si riempiono la bocca con dichiarazioni di antimafia.

Antimafia? Ma di quale antimafia stiamo parlando?

-Forse l’antimafia di coloro i quali non fanno politica ma vivono di politica?

-Forse l’antimafia di coloro i quali hanno avuto vantaggi personali, familiari, amicali, dalla politica?

-Forse l’antimafia di coloro i quali si riempiono la bocca di ETICITA’ e nel frattempo hanno fatto e fanno carriera professionale con la politica?

-Forse l’antimafia di coloro i quali praticano il clientelismo come un modo normale di comportamento politico?

-Forse l’antimafia di coloro i quali sono disposti a vendere i loro compagni di squadra e la loro dignità morale pur di arrivare alla poltrona?

Davanti a noi un quadro deprimente a causa di una progressiva discesa verso l’abisso della perdita dei valori, un quadro che ci può costringere ad assuefarci con apatica rassegnazione.

Poi all’improvviso arrivano scintille di speranza.
Dopo le false indignazioni, arrivano quelle vere. Dopo le false condanne, arrivano quelle vere.

Giovani, badate bene, quelli autentici, si rivoltano:

-Contro la rozzezza e la mancanza di cura, attenzione, sensibilità  verso gli altri;

-Contro l’inadeguatezza di chi governa non avendo come fine il bene comune;

-Contro la noia, la superficialità , l’incapacità  di ragionare e capire le cose;

-Contro il servilismo;

-Contro la criminalità e la paura che ne deriva;

– Contro l’indifferenza che porta ad un angosciante nichilismo che determina la perdita della generosità, della libertà, del rispetto per il prossimo.

Giovani che si esprimono con giudizi taglienti, con capacità  d’analisi, con trovate creative tipiche della loro età  e smascherano il gioco di certi politici, smontano il giocattolo della loro ipocrisia, reagiscono, discutono, agiscono.

Loro sì che sono i portatori della legalità, dei valori più autentici dell’antimafia.
Non ci resta che alzare la testa e scrutare l’orizzonte per seguire queste scie luminose che prima o poi riusciranno a farci lasciare alle spalle questo squallore.

A proposito del triangolo della morte. Ai miei paesi: Adrano, Biancavilla, Paternò.

in Adrano/Bacheca/Blog/Controcultura/Gisella Torrisi di

di Gisella Torrisi

Cosa posso fare? Me lo chiedo da sempre, me lo chiedo ogni giorno appena sveglia. Se prima la rabbia, l’indignazione e la speranza erano il solo motore di reazione contro questa nera realtà, ora mi rendo conto che era un modo di agire sbagliato in cui si lascia spazio a quel Giudice severo che umilia la Vittima impaurita; è tutto un processo narcisistico dove si vede la perfezione dei principi opprimere la mente che invece vorrebbe solo imparare. È questa l’educazione che ci hanno dato: punizione, repressione, catalogazione ma tutto ciò è vecchio, limitante, sofferente e assassino.

E’ giusto credere nella lealtà, nel progresso, nella legalità, nell’imprenditoria dei principi del “buon padre di famiglia”… non continuo, questa lista perbenista la conosciamo in tanti. Sono stanca di sentirmi dire: lottiamo contro, lottiamo per, lottiamo… quanta ipocrisia? Il Giudice interiore si diverte a seviziarci e allora? Sensi di colpa a sottrarci il sonno.

È giusto, invece, credere che sbagliare oggi è l’unico sintomo di autenticità. Torniamo liberi. Sbagliamo e rendiamocene conto, lottiamo contro i nostri schemi mentali; liberiamo queste povere membra piegate. Volete veramente sprecare questa vita e morire di paura? Morire con la paura di essere stuprata, morire con la paura di essere rapinato, morire con la paura di non trovare lavoro; magari non avverrà mai ma in tanto questi schemi mentali ci portano a fare scelte che allo Stato piacciono tanto. Perché poi scendiamo senza far rumore in compromessi che per la maggior parte di noi sono normalità. “Non andrò a lavorare in quel quartiere, troppi immigranti. (Mi stuprano, derubano e chissà cos’altro.)” “Sì, non pubblicherò questo articolo perché mi hanno già avvisato e se perdo questo lavoro non ne troverò di certo un altro migliore.” “Va bene, do l’esame all’università senza neanche esprimere il mio parere sennò non lo convalido con il voto che vorrebbero i miei.” “No, non mi avvicino al piccolo bambino rumeno che è caduto per strada, potrebbe essere una trappola.” “Sono contro il femminicidio. Oh mio dio guarda quella che sta con un uomo sposato! Per alcune servirebbe una buona scarica di botte.”

Quante volte abbiamo sentito queste frasi? Quante volte le abbiamo pronunciate? Quante volte ci siamo solo arrabbiati? Di paura soffriamo tutti. Lavoriamo per rendere la nostra vita sicura e facciamo sempre la scelta più sicura. Lavoriamo, paghiamo le tasse, mettiamo al mondo figli e gli passiamo la solita vecchia e fallace morale: sii prudente. No, figlio mio, sii folle. Senti, vivi, ascolta e non fermarti davanti le apparenze. Prendi la tua rabbia e trasformala in energia positiva, tu puoi essere quello che vuoi e quello che vuoi è dato da ciò che senti, da ciò che vorresti fare. Non urlare contro a chi ti dice che gli immigrati ci portano via il lavoro, non difendere le tue idee con la loro stessa arma. Sorridi, fai esempi, cerca il dialogo ma soprattutto scopri quale paura ci sia dietro chi ti parla con quel solito volto teso, severo.

Sbagliare significa esperire la realtà per crescere, chi non sbaglia non cresce. Oggi e colui che giudica e continua a subire il giudizio rimane in un vicolo cieco e non si accorge di stare solo fermo in una strada inerte e senza sbocco. Ci vogliono a destra, a sinistra, pro e contro, al sud e al nord, ci vogliono giusti e arrabbiati, ci vogliono contro gli immigranti, contro gli uomini per essere donne, suddivisori di violenze per catalogo. Oggi si parlerà di stupro o di rapina? Quale notizia serve passare? Ricordare che la Mafia si trova in piccoli paesi di provincia? Sì, parliamo di quei relitti di società che si trovano in quella brutta provincia Catanese

che versa lacrime e sogni, che vuole un po’ di pace, che cerca una nuova rinascita.

Ma non lo vedete che siamo tutti brutti, spaventati, cattivi come dei bambini lasciati a bocca aperta? Che litigano fra di loro e non contro chi li opprime? Che parliamo con occhi pieni di pianto e digrignamo un volto di un adulto mai svezzato? Ma non lo vedete che abbiamo costruito un sistema che non si riesce a fermare? Più stiamo dentro questo schema di paura e più lui prende le nostre energie e gira e ci rigira e non si ferma.

Scendiamo da questo treno, partiamo dall’accettarci, partiamo dall’ascolto. ASCOLTIAMOCI. Io non sono solo contro la Mafia, sono in primis contro lo Stato. Questo Stato vecchio pieno di una morale apparente e con un vuoto dentro a divorarne l’esistenza. Una realtà fatta di finti adulti che rimproverano con volti grigi.

Io sono per uno Stato nuovo, quello che forse ancora non riuscite a vedere ma che si sta schiudendo, uno Stato consapevole e che ha smesso di rimproverarsi e ha iniziato a sorridersi e dire: abbiamo provato così e non ci siamo riusciti, proviamo così e vediamo se questa è la nostra strada, sperimentiamo a favore di questa logicità d’azione, sperimentiamo a favore della libertà.

Io non mi schiero contro i miei paesi, io mi schiero contro quella parte di me egoista che si vuol sentire migliore, io mi schiero contro quella parte di me qualunquista che si siede a tavola e fa la sua morale, io mi schiero contro il vecchio modo di pensare. Io l’abbraccio e gli dico: basta stare dalla parte della ragione, è ora di stare dalla parte del Vero. Sapete benissimo cosa fa la democrazia informativa, lo sappiamo tutti: mette i poveri contro i poveri. Io non credo alla tv, l’ho spenta a quattordici anni e se oggi mi capita di vederla capisco che quello è spettacolo, è business e non solo: non è la mia realtà. Quella realtà che ha bisogno di persone competenti, positive, dinamiche e che non hanno paura.

Io rivoglio il mio potere personale e me lo riprendo giorno dopo giorno, guerra dopo guerra. E voi cosa aspettate? Spero che i miei fratelli là fuori, quelli “bravi” della parrocchia, quelli stanchi, quelli che “penso a me tanto non cambia niente”, quelli che “è colpa dei genitori”, quelli che “i giovani d’oggi”, quelli brutti della “vanedda”, quelli in carcere, quelli malati, quelli umiliati, quelli che “guarda quello”, quelli costretti lontani dalla sua terra, quelli “pentiti”, quelli che si pentiranno, quelli che sognano, quelli che ci credono… spero che tutti noi possiamo riavere questa grande capacità di scelta:

cantare fuori dal coro, tornare al Vero e comprendere il Falso.

Questo non è un triangolo di morte, questo è un triangolo di Rinascita se solo tu ci credi. Io e tanti altri ci crediamo, Symmachia ci crede.

Adrano e Biancavilla: una prospettiva comune

in Vincenzo Russo di

di Vincenzo Russo

E’ improbabile che il culto e la devozione per S. Placido e S. Nicolò Politi di biancavillesi e adraniti possano essere scalfiti da una possibile fusione dei due comuni. Le diverse identità –che pure esistono – e le specificità demografiche e territoriali, potranno essere preservate dai due distinti Municipi che continuerebbero ad esercitare le loro funzioni quasi come prima. E allora quale dovrebbe essere l’improvvida ragione di questo matrimonio, visto che non è di certo legata alla carente dimensione demografica? Beh, in effetti, la questione potrebbe essere ribaltata. Ovvero, perché due comuni contermini, che da un punto di vista urbanistico e territoriale sono quasi un unico blocco, devono essere completamente separati amministrativamente?

Perché fondersi in un unico Comune

Sia come sia, i potenziali vantaggi, noti in letteratura, sono di carattere economico e finanziario, oltre che politico amministrativo. Si tratta di maggiori economia di scala (minori costi nella gestione dei servizi), riduzione della spesa corrente e aumento di quella per investimenti (in tal senso depongono i pochi dati statistici a disposizione), della possibilità che si formino maggiori professionalità e livelli più alti di specializzazione dei dipendenti, e un maggiore peso politico complessivo nei rapporti con gli altri organi istituzionali. Si pensi alla pressione che una comunità di quasi 60 mila abitanti può esercitare, ad esempio, in merito alla tutela e al potenziamento della struttura  ospedaliera di Biancavilla, o alla possibilità di attivare forme alternative, magari esercitando le dovute pressione per la modifica dell’attuale, stringente, quadro normativo, di raccolta e gestione dei rifiuti urbani, con l’obiettivo della riduzione delle tariffe. Senza considerare l’unitarietà d’intenti nell’azione di programmazione urbanistica, delle attività produttive e nell’organizzazione delle infrastrutture, che renderà più spediti i processi decisionali e le attività realizzative. Un semplice esempio potrebbe riguardare la realizzazione di un’arteria di collegamento tra il viale dei Fiori e la S.S. 284, al fine di decongestionare dal traffico dei mezzi pesanti, e non solo, i due centri, favorendo nel contempo la logistica delle attività commerciali. Nella logica dell’armonizzazione e della condivisione dei servizi si potrebbe poi realizzare un’innovativa via di collegamento (anche sopraelevata) tra i due Municipi riservata a pedoni e ciclisti, quale grimaldello di una mobilità intelligente e alternativa. Molti studenti ne gioirebbero, e i facinorosi pedoni che pensano di uscire incolumi da via Casale dei Greci si sentiranno sollevati. Una linea di bus ecologici potrebbe garantire poi un collegamento continuo tra i vari punti nevralgici del nuovo ente.

A ciò si aggiunga che il decreto legge n. 95/2012 ha introdotto importanti incentivi finanziari, che si traducono in maggiori risorse a disposizione, per favorire il processo di riordino degli enti territoriali. Incentivi ulteriormente innalzati con la legge di bilancio 2017.  Con la legge di stabilità del 2016 (legge n. 208 del 2015)  sono state anche introdotte delle disposizioni di favore per quanto riguarda le risorse da destinare al personale. Il comma 229 (della citata legge), in deroga alla normativa generale, autorizza dal 2016 i comuni istituiti per effetto di fusioni, nonché le unioni di comuni, ad assumere personale a tempo indeterminato nel limite del cento per cento della spesa relativa al personale di ruolo cessato dal servizio nell’anno precedente. In pratica, sarebbe possibile sostituire tutto il personale che andrà in pensione, senza le limitazioni attuali. Sono fatti salvi solo i vincoli generali sulla spesa del personale.

Cosa prevede la normativa

La disciplina delle fusioni è attualmente contenuta negli artt. 15 e 16 del TUEL. Le regioni, compatibilmente con il disposto degli artt. 117 e 133 della Costituzione, hanno la possibilità di modificare le circoscrizioni territoriali dei comuni sentite le popolazioni interessate e nelle forme previste dalle leggi regionali. Sono proprio queste ultime a disciplinare, quindi, sia il procedimento legislativo per l’istituzione di nuovi comuni, sia le modalità di esercizio del referendum consultivo per le popolazioni interessate. In Sicilia la materia è regolata dalla legge regionale 23 dicembre 2000, n. 30, agli artt. 8 e 9. Il potere di iniziativa di tutto il procedimento può essere esercitato, alternativamente, dalla Giunta regionale, dai comuni interessati con deliberazioni consiliari adottate con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei consiglieri in carica, o da un terzo degli elettori iscritti nelle sezioni di ciascuno dei comuni. L’Assessorato regionale degli enti locali, verificata la legittimità del progetto di fusione, autorizza la consultazione referendaria. Per quanto concerne il quorum di partecipazione il referendum è valido solo se i votanti rappresentano la maggioranza degli aventi diritto, e la proposta è approvata se ottiene la maggioranza dei voti validi. A seguito dell’esito favorevole alla proposta referendaria di fusione ha inizio il procedimento legislativo mediante la presentazione di una specifica proposta di legge al Consiglio regionale da parte del Presidente della Regione o della Giunta regionale. Determinante, a questo punto, è la volontà del Consiglio che deve approvare la proposta decretando, definitivamente, la fusione.

La necessità di una visione della città

Al di là degli aspetti sopramenzionati, il dato di maggior peso è legato alla possibilità che la fusione generi un esempio di virtù finanziaria e amministrativa con protagonista un nuovo grande Comune. E, ovviamente, di ciò non può esservi alcuna certezza ma solo un impegno fattivo. Le normali resistenze che tale ambizioso progetto di certo incontrerà, dovute a timori di cessione di potere, a spinte campaniliste, a diffidenze fondate sulla differente situazione finanziaria degli enti, a resistenze degli apparati burocratici, dovranno essere superate, oltre che con motivazioni di carattere tecnico ed economico, facendo leva sul suo significato ideale e politico. Il momento potrà costituire, infatti, l’occasione per rinsaldare, anzi, ricostruire i legami dell’obbligazione politica tra cittadini disillusi e assenti e amministrazioni soffocate da un asfissiante presente. Quella che bisognerà ricercare è l’adesione morale delle due comunità al progetto in modo da assicurare il consenso necessario alla sua realizzazione. Progetto che dovrà segnare lo spartiacque della rinascita economica del nostro magnifico territorio e dell’affrancamento culturale della sua popolazione. Se non scatta la molla ideale, il neofeudalesimo politico, da cui dipendiamo, con il solo scambio e le solite supercazzole televisive non arriverà mai da nessuna parte.

Troppo spesso si dimentica che l’obbligo primario di qualsiasi amministrazione è di offrire una propria visione della città e del suo futuro. Ci vuole un sogno da donare e carezzare. Essa non può perennemente farsi orientare dai signorotti del consenso spicciolo, o dalle società di mutuo soccorso degli “affari nostri”. Perché sono proprio questi che tendono a frapporsi alla realizzazione di idee di ampio respiro in grado di creare una forte identificazione diretta fra amministratori e amministrati. Una iattura che ne limiterebbe fatalmente il loro ruolo condizionante.

Per un nuovo corso …

Due elementi strategici potrebbero segnare la via: l’immediata qualificazione e implementazione di un’offerta turistica decente e l’impegno alla realizzazione di un polo universitario d’eccellenza, anche totalmente privato (un sistema efficiente di borse di studio garantirebbe pari possibilità ai meritevoli non abbienti), al riparo da pratiche baronali, clientele, e da ogni mefitica influenza politica. Una cattedrale indiscussa del merito e della produzione scientifica, nel cuore del mediterraneo, proprio alle pendici dell’Etna, che dovrà attrarre cervelli da tutto il mondo, e la cui presenza avrà un ricco effetto ricaduta tutt’intorno ad essa.

Si dovrà puntare all’attrazione turistica (con modelli già collaudati quali quelli dei piccoli distretti del Trentino), a calamitare le migliori risorse umane, e a trattenere in loco i giovani che non dovranno più essere costretti alla fuga. Quella della partenza dovrebbe essere una libera e legittima scelta e mai una costrizione che sa tanto di deportazione.

La pratica dell’accoglienza turistica, il pullulare di nuove genti e il fermento economico e culturale che ne scaturirà, produrranno comportamenti sociali emulativi verso l’alto e nuove possibilità per i soggetti svantaggiati. I nostri luoghi, e le relazioni che in essi si svilupperanno, potranno così permearsi di confronto, di fiducia, di cooperazione tra gli individui, e tra individui e istituzioni. In altri termini di senso civico e di appartenenza. Solo così, con l’importante contributo del sistema scolastico, si potrà pian piano sedimentare quello stock di capitale sociale, di cui siamo deficitari, che eviterà il progressivo, inesorabile, inaridimento e spopolamento del territorio. Tutto questo può sembrare troppo. Ma anche no. Proust ebbe a dire: “Il vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.

http://lavocedellidiota.wordpress.com

Quanto ci hanno impoverito gli anni spesi a studiare

in Blog di

di Antonio Guarrado*

Domandarsi se con la cultura non si mangia è ozioso, domandarsi in che modo la cultura impoverisca è più utile. Uno dei libri più interessanti del prossimo autunno sarà “Teoria della classe disagiata” di Raffaele Alberto Ventura (in uscita a settembre per minimum fax), che contiene fra l’altro un attacco formidabile alla cultura intesa come bene di lusso; in particolare alla cultura umanistica, in particolare alle lauree umanistiche, in particolare alla laurea in filosofia. Sin dal titolo Ventura si rifà al celebre “Teoria della classe agiata” di Thorstein Veblen, che teorizzava come il benessere portasse all’impoverimento: chi è abbastanza benestante è costretto a spese sempre maggiori per affermare il proprio status, così da finire per avere un tenore di vita peggiore di un povero senza ambizioni.

La classe agiata di Veblen era la borghesia americana di fine Ottocento. La classe disagiata di Ventura siamo noi trenta-quarantenni di inizio Duemila che abbiamo investito nell’accumulo di titoli di istruzione superflui e che ora, nella speranza che fruttino, siamo costretti a continui investimenti in un apparato che ci dimostri acculturati: libri, cinema, concerti, viaggi, slow food… La nostra cultura ci trasforma in parvenu che hanno investito tutti i propri averi nell’argenteria ma, onde fare bella figura, s’indebitano per assumere un maggiordomo che la lucidi. E se ripensando ai vostri studi vi pare di avere pagato relativamente poco, fra esenzioni fiscali e affitti stracciati per matricole, ricordate che la vostra laurea, magari umanistica, magari in filosofia, non vi è costata solo ciò che avete speso; vi è costata tutti i soldi che non vi ha fatto guadagnare.

IlFoglio

Cassazione choc: “Il boss Totò Riina è malato ma ha il diritto ad una morte dignitosa”

in Antonio Cacioppo/Attualità/Blog di

di Antonio Cacioppo

Molti hanno visto nel pronunciamento della Cassazione il trionfo dello stato di diritto. Anche il peggiore e sanguinario tra i mafiosi ha gli stessi e sacrosanti diritti di tutti noi. Da questo punto di vista la reazione e le parole di Sonia Alfano “…anche le vittime di Totò Riina avevano diritto a morte dignitosa”, sembrano stridere con il principio di legalità, secondo cui lo Stato deve agire in conformità al dettato costituzionale. La convinzione della Alfano sembra essere il frutto, secondo i partigiani dell’uguaglianza giuridica, della condizione emotiva della figlia di un padre ammazzato dalla mafia, in ogni caso, per questo motivo le reazioni di tutti i parenti delle vittime, tutte egualmente emotive, perderebbero di efficacia di fronte alla forza del diritto di uno stato democratico. Ma se lo stato di diritto vale anche per Riina, nel caso in cui lo Stato latita, sparisce o muore, il diritto ad esso collegato ha ancora senso?

E che lo Stato sia morto, e con esso anche il diritto, si evince, a mio avviso, da alcuni sinistri segnali:

-Lo Stato è morto nei quartieri dove le mafie spadroneggiano, sparando in pieno giorno, ammazzando anche bambini;

-Lo Stato è morto nelle stazioni ferroviarie delle grandi città, dove a comandare sono bande criminali dediti a scippi, stupri, spaccio, prostituzione;

-Lo Stato è morto nel disastro delle infrastrutture che si sbriciolano crollando su passanti ignari;

-Lo Stato è morto perché ha permesso la precarizzazione del lavoro, la perdita dei diritti e la creazione di una “generazione senza futuro”;

-Lo Stato è morto nella (non) gestione della immigrazione “subappaltata” ad Ong private, che traghettano i “nuovi schiavi” da sfruttare, collocandoli in strutture che assomigliano a dei lager;

-Lo stato è morto nei campi dove i caporali organizzano e schiavizzano gli immigrati costretti a vivere in baraccopoli di lamiera, in condizioni subumane;

-Lo stato è morto a causa di una classe politica imbelle, corrotta e in perenne commistione con massoneria e mafia;

-Lo stato è morto il 23 maggio 1992 quando 500 chili di tritolo distrussero un pezzo di autostrada e massacrarono Falcone e la sua scorta;

-Lo stato è morto il 19 luglio 1992 quando esplose una auto che annientò Borsellino e i suoi angeli custodi.

I segnali più evidenti che lo Stato sia morto si palesa in due momenti precisi: il primo relativo al momento in cui esso non ha impedito che i suoi servitori più fedeli fossero uccisi; il secondo relativo al pronunciamento della Cassazione che sottolinea la dignità della morte della “belva” Riina, dimenticando la straordinaria ed eroica dignità della consapevolezza di morte di Falcone, di Borsellino e di tutte le vittime di mafia.

Forse lo Stato non è morto solo nelle parole del Procuratore Antimafia Gratteri: “Non dimentichiamo che il 41 bis è stato istituito per evitare che i capimafia mandino segnali di morte verso l’esterno.” …È ora di finirla con l’ipocrisia di chi sale sui palchi a commemorare Falcone e Borsellino e poi fa discorsi caritatevoli”.

Ora, coraggio giudici e numi tutelari dello stato di diritto! Liberate Totò Riina! Questo, come ha detto Salvatore Borsellino, “sarebbe come uccidere di nuovo Falcone e Borsellino”, Dalla Chiesa, Chinnici, Impastato, La Torre, Livatino, Schifani, Dicillo, Montinari, Catalano, Loi, Li Muli, Cosina, Traina, Mattarella, Alfano, Basile, Fava, Bodenza…

Paolo Borsellino a Giovanni Falcone: “Al tuo funerale dirò che eri una testa di minchia”

in Antonio Cacioppo/Blog di

di Antonio Cacioppo

Avevo deciso di pubblicare sulla mia pagina facebook una semplice foto di Falcone senza nessun commento, ma un post sulla foto di un caro amico mi ha fatto scattare il meccanismo terribile del politicamente scorretto.

La delegittimazione
-19 Gennaio 1988: il C.S.M. non nominerà Falcone Consigliere Istruttore di Palermo,preferendogli Antonino Meli;

-31 Luglio 1988: Falcone e Borsellino con le rispettive famiglie vengono, controvoglia, ”segregate“ all’Asinara per redigere l’ordinanza del maxi-processo. Dopo un mese di permanenza lo Stato presenta loro il conto di cui Falcone conserverà la fattura;

-Comincia lo smantellamento del pool antimafia, tutte le indagini vengono parcellizzate, le istruttorie divise in mille rivoli, sconfessando di fatto un altro martire come Chinnici;

-20 Luglio 1989: la scorta di Falcone trova all’Addaura, presso la casa presa in affitto dal magistrato, 58 candelotti di esplosivo. Si scatenano immediatamente le voci che insinuano che il magistrato si sia messo da solo l’ordigno;

-Leoluca Orlando accusa Falcone di tenere nascosti nei cassetti una serie di documenti sui delitti eccellenti;

-Falcone, su iniziativa dell’allora Ministro Martelli, accetta di dirigere gli Affari Penali del Ministero, apriti cielo, viene accusato dai colleghi di alto tradimento;

-si scatena una vera e propria campagna di diffamazione e delegittimazione sui giornali, con la Repubblica in prima linea. Politici di tutte le risme, colleghi, giornalisti, fanno a gara per chi è più bravo a riversare sul magistrato odio, livore, sarcasmo.

La commemorazione
Uno stuolo di politici, giornalisti, personalità, imprenditori, gli stessi che lo hanno prima attaccatoe poi abbandonato, si precipitano, come in una grande sfilata di carnevale, a ricordare una persona che non sono degni nemmeno di nominare. Una vera e propria fiera dell’ipocrisia, basta guardarli in faccia questi sepolcri imbiancati, hanno visi di circostanza, sono falsi. Rappresentano uno Stato inesistente, nullo, ipocrita, che prima abbatte i suoi migliori servitori e poi li commemora.
La Falconeide del 23 Maggio che si trasforma in show televisivo, dove tutti giocano all’antimafia.

Le parole di Borsellino.
I due magistrati, grandi amici, spesso ironizzavano sul loro sicuro tragico destino e Paolo un giorno dice a Giovanni:

“Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa quando ti avranno ammazzato. In questo mondo ci sono tante teste di minchia. Teste di minchia che tentano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello, quelli che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero. Ma oggi, signore e signori, davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti. Uno che si è messo in testa, niente di meno, di sconfiggere la mafia applicando la legge”.

Aveva ragione.

Pasqua Biancavilla, alla ricerca di un nuovo ordine e di maggiore omogeneità

in Blog di

di Dino Laudani

Negli ultimi venti anni la Pasqua biancavillese ha subito diverse metamorfosi, per gran parte positive, e che l’hanno rilanciata dopo un lungo letargo: oggi – tuttavia – si rende necessario un nuovo ordine e maggiore omogeneità.
In effetti, fino a fine anni ’90 del secolo scorso, le confraternite cittadine (per chi non lo ricordasse quelle: del SS. Sacramento, dell’Annunziata, del Rosario, dei Bianchi, della Mercede, di S. Antonio e di S. Giuseppe) pur garantendo la continuità e la partecipazione alle funzioni religiose, avevano da tempo perso la pratica di vestire l’abito tradizionale. Alle processioni si partecipava con abiti laici e con l’abitino (il cd. medaglione) sul petto di ogni confrate.
Alle soglie del secondo millennio, la sensibilità mostrata da alcuni confrati (in particolare della confraternita dei Bianchi, a cui presto si unirono quelli del Rosario e della Mercede), consentì il ritorno all’abito tradizionale. Per la prima volta, infatti, fu possibile rivedere i confrati con sacco, berretto, mozzetta e cingolo colorati.
La bontà dell’intuizione fu colta anche dall’amministrazione comunale del tempo che, non si fece scappare l’occasione, e fornì ad ogni confraternita un congruo numero di abiti tradizionali da fare indossare ai propri confrati in occasione delle processioni pasquali.
Il ripristino del vestiario segna senza dubbio una importante inversione di tendenza che ha certamente influito sugli anni futuri e in particolare su quanto accaduto nel 2004; anno in cui, per la prima volta, aderivano ad una confraternita (nello specifico a quella del Rosario) circa venti giovani con il preciso scopo di riportare a spalla il simulacro del Cristo alla Colonna durante la processione serale del Venerdì Santo.
Il ritorno a spalla del Cristo alla Colonna e la presenza di giovani in una confraternita cittadina fu di tale impatto che in concomitanza alla notizia della formazione del gruppo del Rosario, si costituì un altro gruppo, in chiesa Madre, di supporto alla confraternita del SS. Sacramento, il quale scelse di riportare a spalla la Torcia lignea ed in seguito anche il Cristo Morto.
Le ripercussioni di queste novità furono tali che già dal 2005 tornarono a spalla il simulacro dell’Ecce Homo – grazie al gruppo giovani confrati dell’Annunziata – seguito nel 2006 dal Cristo con la Croce, con il gruppo dei giovani confrati della Mercede.
Via via anche le altre confraternite – grazie ad una sana emulazione – hanno aperto ai giovani: così nel 2009 è stata la volta di San Giuseppe sino ad arrivare nel 2010, anno in cui è stata fondata una nuova confraternita, quella del Crocifisso Risorto con sede nella chiesa dell’Idria.
Altri eventi e novità hanno segnato questi anni, tra cui la formazione di alcune associazioni religiose che per certi versi sono entrate in contatto con le antiche confraternite: innanzitutto il Circolo San Placido, composto – almeno in origine – dai giovani non ammessi dalla confraternita del SS. Sacramento ed, in ultimo (2017), l’associazione Ecce Homo, nata presso la parrocchia Annunziata a seguito di un lungo tira e molla con la confraternita, dimostratasi incapace di aprirsi ad un vero ricambio generazionale.
In proposito vale fare una precisazione che – preciso sin d’ora – non vuole essere polemica.
La nascita del Circolo San Placido è legata al culto del nostro Patrono. Gli stessi membri, tuttavia, hanno da sempre offerto la propria disponibilità, in occasione delle processioni pasquali, a favore della confraternita del SS. Sacramento per portare il simulacro del Cristo Morto e la Torcia, vestendo per l’occasione le insegne della confraternita.
Ciò non è successo in occasione dell’ultima Pasqua, in “casa Annunziata”, dove i membri della nuova associazione, hanno portato in processione il simulacro dell’Ecce Homo, con un abito “proprio”, privando di fatto la confraternita del ruolo che ha esercitato sin dalla sua fondazione nel lontano 1656. Sia ben inteso! Nessun abuso: la confraternita ne era a conoscenza.
Il fatto – a mio modestissimo parere – è di per sé grave. Non credo a chi parla di arricchimento quando nasce una nuova realtà ecclesiale. Ciò spesso è servito a creare esclusivamente nuovi spazi da gestire in autonomia, come fatto del resto anche nella storia dalle stesse confraternite. Tuttavia, quando accadeva questo, la nuova realtà creava una peculiarità propria (introducendo un nuovo Mistero, ad esempio) e non impoveriva o escludeva dalla tradizione una già presente.
Nel caso dell’Annunziata, invece, la nascita di un’associazione dedicata all’Ecce Homo, pur essendo legittima e degna della massima considerazione, rappresenta un impoverimento per la confraternita che è presente in quella chiesa da quasi 400 anni, con il ruolo di servire e portare in processione, tra l’altro, il Cristo martoriato – al Venerdì Santo – e la Madonna durante la Domenica di Risurrezione.
La questione appena accennata, è solo una delle tante che andrebbero affrontate, come quella discutibile – perché frutto di estemporaneità e unilateralità – di portare in processione anche le consorelle. Il sottoscritto non è contrario – sia ben inteso – tuttavia, queste scelte vanno affrontate collegialmente e in comunione con il clero, in un’ottica di rinnovamento condiviso e programmato.
In conclusione ne viene fuori un quadro complesso ed in cui i nostri “pastori” insieme alle confraternite sono chiamati, dopo questi anni di crescita spesso disordinata del fenomeno confraternale, a creare le premesse per un nuovo ordine e ad una maggiore omogeneità.
L’importanza di quanto detto sta, altresì, nel fatto che i nostri riti pasquali sono talmente unici nel loro genere, da aver meritato – è un unicum per Biancavilla – l’iscrizione nel Registro delle Eredità Immateriali istituito dalla Regione Siciliana, sotto l’alto patrocinio dell’UNESCO.

I complici di Renzi ora vogliono la scissione

in Antonio Cacioppo di

di Antonio Cacioppo

La scissione annunciata da un gruppo di dirigenti del P.D. all’Assemblea Nazionale del partito, lascia sgomenti, non potrebbe essere altrimenti, visto che trattasi del maggiore partito italiano. Per capire la portata dell’eventuale avvenimento, è sufficiente dare un’occhiata ai nomi dei protagonisti: Bersani, D’Alema, Rossi, Speranza, Epifani, cioè ex Primi Ministri, ex Segretari di partito, ex Segretari C.G.I.L, Presidenti di Regione. Si spaccherà o non si spaccherà? E se si dovesse spaccare, quali saranno i gravi motivi che potranno giustificare la fine del P.D., come l’abbiamo conosciuto, come l’unione cioè di due grandi tradizioni politiche, quella cattolica di sinistra e gli eredi del P.C.I.? Ascoltando gli interventi all’assemblea del partito, in particolar modo quello di Epifani,si scopre che i motivi sono riassumibili:
1) nella gestione personalistica di Renzi; 2) nella data del congresso del partito, da indire in conseguenza delle dimissioni del segretario; 3) nell’eccessivo ricorso al voto di fiducia, attuato per costringere la minoranza del partito a votare provvedimenti di cui non si condividevano i contenuti; 4) la data delle prossime elezioni. Tutto qua? Per motivi così deboli si spacca un partito? Questi motivi, come hanno rilevato tutti gli osservatori, non sono sufficienti a giustificare una rottura storica come questa.
Allora proviamo noi ad individuarne la ragione vera, fuori dalle ipocrisie, al netto del tatticismo, la vera ragione dell’insanabile dissidio. La causa scatenante sta nella composizione delle liste alle prossime politiche, liste che se fatte da Renzi determinerebbero l’estinzione politica della minoranza dem. Quindi la scelta per gli scissionisti è tra la certezza di scomparire politicamente e la speranza, formando un nuovo partito, di essere rieletti e quindi sopravvivere. E fin qui nessuno scandalo, da sempre la politica è anche conquista della rappresentanza senza la quale non si può esercitare la possibilità di portare avanti le proprie visioni politiche. Quello che invece scandalizza è che la scissione non si consumerà su contenuti politici, su visioni contrapposte della società, ma su questioni procedurali e su date riguardanti elezioni e congressi. Chi tra i due contrapposti fronti riuscirà a prevalere non è dato sapere, ma una cosa appare certa: a perdere saranno i cittadini, il popolo, perché la sinistra, come già la destra si badi bene, hanno sacrificato il bene comune alle logiche del dio mercato. Infatti tutto è iniziato con Tony Blair e Bill Clinton i mentori della globalizzazione spacciata come nuova religione, per passare ai loro epigoni italiani Prodi, Veltroni, D’Alema, Letta, fino ad arrivare a Renzi, colui il quale è riuscito là dove Berlusconi e persino Monti avevano fallito:  il massacro dei diritti sacrificati sull’altare del globalismo capitalista. Altro che scissione! Questi signori, questi falsi antagonisti, questi attori capaci di recitare sempre lo stesso ipocrita copione, dove erano: 

  • quando il centrosinistra consegnò l’Italia al sistema euro che ci ha ridotti in queste condizioni?             
  • quando,su ordine dei tecnocrati di Bruxessel,si è desertificata la spesa sociale con tagli lineari?
  • quando si è massacrata la sanità pubblica?
  • quando si è approvato il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18?
  • quando hanno approvato la riforma della scuola con la famigerata legge 107?
  • quando è entrata in costituzione, per ordine della Troika, il pareggio di bilancio?
  • quando sono stati introdotti i Voucher, simbolo di moderna schiavitù?
  • quando hanno condannato un’intera generazione alla perdita del loro futuro?
  • quando si sono piegati alla perdita della sovranità nazionale?

La sinistra non si scinderà in questa attuale vicenda, lo ha già fatto da tempo. La sinistra si è scissa nel momento preciso in cui ha venduto la sua anima al potere finanziario. Nel capolavoro di Hobsbawm, “Il secolo breve”, l’autore fissa un pensiero fondamentale: “alla fine del secolo è stato possibile capire come sarà un mondo nel quale il passato, incluso il passato nel presente, ha perso il suo ruolo, in cui le vecchie mappe e carte che hanno guidato gli esseri umani non raffigurano più il paesaggio nel quale ci muoviamo, né il mare sul quale stiamo navigando. Un mondo in cui non sappiamo dove il nostro viaggio ci condurrà e neppure dove dovrebbe condurci.”

Questo è il tempo della fine delle certezze, la fine delle identità ideologiche e della fine della sinistra come della destra. Tramontate le certezze novecentesche, scomparse le vecchie categorie politiche, è cessata la possibilità di resistere a questo sistema?   No, per fare ciò basterebbe ripartire da alcune idee e valori nè di sinistra e nè di destra ma al di là della destra e della sinistra. Identità culturale, giustizia sociale, comunitarismo, stato sociale, prevalenza del bene pubblico sull’interesse privato, diritti non solo degli individui ma dei popoli, primato della politica sulla finanza in nome di una grande alleanza contro lo strapotere della globalizzazione.                       

In un tempo in cui la povertà cresce in maniera esponenziale e l’unica risposta è stata l’austerità e la precarietà, in un tempo che è stato testimone della morte dello stato sociale che garantiva assistenza  agli ultimi, una scissione di questo genere non cambia nulla.     Intraprendere un nuovo percorso che ci faccia superare le macerie della destra e della sinistra, fare attecchire un nuovo patrimonio di valori, questo ci vorrebbe. Un compito difficile, pieno di ostacoli, ma che in un mondo di rovine vale la pena di intraprendere.

Di fronte ad uno scenario del genere, la scissione del P.D. che significato ha? Tanto rumore per niente.  

Caro Renzi ti scrivo…

in Blog di

di Rosario Di Grazia

Nel momento in cui scriviamo, a Roma si decide il futuro del Partito Democratico.

Le ragioni di una possibile (e probabile) scissione sono tante e non intendiamo illustrarle.

Al segretario dimissionario Rosario Di Grazia, con il suo blog “IlSecolo.eu” intende tuttavia rivolgere un accorato appello. Come ex elettori pd e come cittadini che amano la politica e si interessano del governo della cosa pubblica.

«Caro Matteo,

La tua discesa in campo ha rappresentato, per chi ti scrive, la speranza – forse l’ultima – di un riscatto generazionale, prima e più ancora che di uno svecchiamento della classe dirigente del nostro Paese.

Riscatto generazionale significava – e significa -, per noi, portare al centro dell’azione politica del partito (e del governo) l’abnorme, gravissima e irrisolta questione della diseguaglianza generazionale che affligge il sistema economico-sociale del nostro Paese.

Significava – e significa -, dunque, porre al centro del tuo progetto (e programma) politico la riduzione di queste diseguaglianze, avvertite con sempre maggiore coscienza come intollerabili da una sempre più larga fetta di giovani concittadini.

Significava – e significa – anteporre alla conquista dei consensi – col serio rischio di perderli – la capacità, il coraggio, la forza – come diceva James Freeman Clarke – di guardare alla prossima generazione anziché alla prossima elezione.

Tentare di ripianare queste diseguaglianze significava – e significa -, solo per fare qualche esempio, essere intellettualmente onesti coi tuoi concittadini; dire loro la verità sulla drammatica situazione dei nostri conti pubblici; richiamarli alle loro responsabilità – perché se a questo punto siamo arrivati non è certo responsabilità tua ma di un intera classe dirigente (e di un intero popolo) che dello Stato ha sempre diffidato e allo Stato ha sempre sottratto le energie migliori; chiedere – e pretendere – a chi aveva di più di dare di più; saldare il grande debito generazionale in materia assistenziale e previdenziale; puntare su qualità della formazione di una coscienza critica delle nuove generazioni e su qualità e garanzie del lavoro; preservare la qualità del funzionamento delle istituzioni; battersi contro il sensazionalismo e governare con buon senso, empatia, equilibrio, onestà intellettuale.

Tutto ciò non era – e, a maggior ragione, non è – affatto facile.

Ma è nella tempesta che si vede la capacità del capitano di portare in salvo la nave, l’equipaggio e i suoi passeggeri. Ed è dopo la tempesta che un vero capitano, se qualcosa è andato storto, si accerta degli errori eventualmente commessi e dei danni cagionati dalla sua condotta e si assume la responsabilità del suo operato. E dinanzi ai suoi ufficiali, al personale di bordo ed ai passeggeri chiede perdono per gli errori commessi e accetta serenamente il giudizio della storia. Ché se ha operato in perfetta buona fede per approdare in quel porto tanto angusto quanto necessario da raggiungere, non avrà nulla da temere, sapendo di aver navigato in acque agitatissime e che chiunque al suo posto avrebbe trovato difficoltà quantomeno eguali. E, con l’umiltà e l’onestà intellettuale che solo i grandi comandanti possono avere, affida loro l’incombenza di scegliere un altro capitano con un bagaglio di competenza tecnica, esperienza e capacità di scrutare il mare che essi ritengono migliore della sua; e si mette subito a loro disposizione per offrire il suo indispensabile supporto.

Oggi l’Italia intera deve sperare che tu sia quel gran capitano di cui la nostra vecchia e acciaccatissima nave ha disperatamente bisogno. E in assenza del quale si vedrebbe costretta a conferire il comando a marinai tanto giovani quanto inesperti.

Sperarlo significa voler bene all’Italia. Farlo, per te, significherebbe amarla più di te stesso.

E quando si è provato, senza successo, a guidar la baracca per condurla in salvo e ci si è resi conto di aver fallito, si può passare alla storia non solo per essere stato il protagonista di quel fallimento ma anche per aver avuto il coraggio di anteporre gli interessi della baracca a quelli personali e particolari.

Questo ti auguriamo, Matteo! Questo colpo di reni finale, che farebbe indubbiamente parzialmente ricredere noi come tanti altri.

Cordialmente,

Rosario Di Grazia | IlSecolo.eu

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