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Antonio Cacioppo

Cassazione choc: “Il boss Totò Riina è malato ma ha il diritto ad una morte dignitosa”

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di Antonio Cacioppo

Molti hanno visto nel pronunciamento della Cassazione il trionfo dello stato di diritto. Anche il peggiore e sanguinario tra i mafiosi ha gli stessi e sacrosanti diritti di tutti noi. Da questo punto di vista la reazione e le parole di Sonia Alfano “…anche le vittime di Totò Riina avevano diritto a morte dignitosa”, sembrano stridere con il principio di legalità, secondo cui lo Stato deve agire in conformità al dettato costituzionale. La convinzione della Alfano sembra essere il frutto, secondo i partigiani dell’uguaglianza giuridica, della condizione emotiva della figlia di un padre ammazzato dalla mafia, in ogni caso, per questo motivo le reazioni di tutti i parenti delle vittime, tutte egualmente emotive, perderebbero di efficacia di fronte alla forza del diritto di uno stato democratico. Ma se lo stato di diritto vale anche per Riina, nel caso in cui lo Stato latita, sparisce o muore, il diritto ad esso collegato ha ancora senso?

E che lo Stato sia morto, e con esso anche il diritto, si evince, a mio avviso, da alcuni sinistri segnali:

-Lo Stato è morto nei quartieri dove le mafie spadroneggiano, sparando in pieno giorno, ammazzando anche bambini;

-Lo Stato è morto nelle stazioni ferroviarie delle grandi città, dove a comandare sono bande criminali dediti a scippi, stupri, spaccio, prostituzione;

-Lo Stato è morto nel disastro delle infrastrutture che si sbriciolano crollando su passanti ignari;

-Lo Stato è morto perché ha permesso la precarizzazione del lavoro, la perdita dei diritti e la creazione di una “generazione senza futuro”;

-Lo Stato è morto nella (non) gestione della immigrazione “subappaltata” ad Ong private, che traghettano i “nuovi schiavi” da sfruttare, collocandoli in strutture che assomigliano a dei lager;

-Lo stato è morto nei campi dove i caporali organizzano e schiavizzano gli immigrati costretti a vivere in baraccopoli di lamiera, in condizioni subumane;

-Lo stato è morto a causa di una classe politica imbelle, corrotta e in perenne commistione con massoneria e mafia;

-Lo stato è morto il 23 maggio 1992 quando 500 chili di tritolo distrussero un pezzo di autostrada e massacrarono Falcone e la sua scorta;

-Lo stato è morto il 19 luglio 1992 quando esplose una auto che annientò Borsellino e i suoi angeli custodi.

I segnali più evidenti che lo Stato sia morto si palesa in due momenti precisi: il primo relativo al momento in cui esso non ha impedito che i suoi servitori più fedeli fossero uccisi; il secondo relativo al pronunciamento della Cassazione che sottolinea la dignità della morte della “belva” Riina, dimenticando la straordinaria ed eroica dignità della consapevolezza di morte di Falcone, di Borsellino e di tutte le vittime di mafia.

Forse lo Stato non è morto solo nelle parole del Procuratore Antimafia Gratteri: “Non dimentichiamo che il 41 bis è stato istituito per evitare che i capimafia mandino segnali di morte verso l’esterno.” …È ora di finirla con l’ipocrisia di chi sale sui palchi a commemorare Falcone e Borsellino e poi fa discorsi caritatevoli”.

Ora, coraggio giudici e numi tutelari dello stato di diritto! Liberate Totò Riina! Questo, come ha detto Salvatore Borsellino, “sarebbe come uccidere di nuovo Falcone e Borsellino”, Dalla Chiesa, Chinnici, Impastato, La Torre, Livatino, Schifani, Dicillo, Montinari, Catalano, Loi, Li Muli, Cosina, Traina, Mattarella, Alfano, Basile, Fava, Bodenza…

Paolo Borsellino a Giovanni Falcone: “Al tuo funerale dirò che eri una testa di minchia”

in Antonio Cacioppo/Blog di

di Antonio Cacioppo

Avevo deciso di pubblicare sulla mia pagina facebook una semplice foto di Falcone senza nessun commento, ma un post sulla foto di un caro amico mi ha fatto scattare il meccanismo terribile del politicamente scorretto.

La delegittimazione
-19 Gennaio 1988: il C.S.M. non nominerà Falcone Consigliere Istruttore di Palermo,preferendogli Antonino Meli;

-31 Luglio 1988: Falcone e Borsellino con le rispettive famiglie vengono, controvoglia, ”segregate“ all’Asinara per redigere l’ordinanza del maxi-processo. Dopo un mese di permanenza lo Stato presenta loro il conto di cui Falcone conserverà la fattura;

-Comincia lo smantellamento del pool antimafia, tutte le indagini vengono parcellizzate, le istruttorie divise in mille rivoli, sconfessando di fatto un altro martire come Chinnici;

-20 Luglio 1989: la scorta di Falcone trova all’Addaura, presso la casa presa in affitto dal magistrato, 58 candelotti di esplosivo. Si scatenano immediatamente le voci che insinuano che il magistrato si sia messo da solo l’ordigno;

-Leoluca Orlando accusa Falcone di tenere nascosti nei cassetti una serie di documenti sui delitti eccellenti;

-Falcone, su iniziativa dell’allora Ministro Martelli, accetta di dirigere gli Affari Penali del Ministero, apriti cielo, viene accusato dai colleghi di alto tradimento;

-si scatena una vera e propria campagna di diffamazione e delegittimazione sui giornali, con la Repubblica in prima linea. Politici di tutte le risme, colleghi, giornalisti, fanno a gara per chi è più bravo a riversare sul magistrato odio, livore, sarcasmo.

La commemorazione
Uno stuolo di politici, giornalisti, personalità, imprenditori, gli stessi che lo hanno prima attaccatoe poi abbandonato, si precipitano, come in una grande sfilata di carnevale, a ricordare una persona che non sono degni nemmeno di nominare. Una vera e propria fiera dell’ipocrisia, basta guardarli in faccia questi sepolcri imbiancati, hanno visi di circostanza, sono falsi. Rappresentano uno Stato inesistente, nullo, ipocrita, che prima abbatte i suoi migliori servitori e poi li commemora.
La Falconeide del 23 Maggio che si trasforma in show televisivo, dove tutti giocano all’antimafia.

Le parole di Borsellino.
I due magistrati, grandi amici, spesso ironizzavano sul loro sicuro tragico destino e Paolo un giorno dice a Giovanni:

“Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa quando ti avranno ammazzato. In questo mondo ci sono tante teste di minchia. Teste di minchia che tentano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello, quelli che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero. Ma oggi, signore e signori, davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti. Uno che si è messo in testa, niente di meno, di sconfiggere la mafia applicando la legge”.

Aveva ragione.

I complici di Renzi ora vogliono la scissione

in Antonio Cacioppo di

di Antonio Cacioppo

La scissione annunciata da un gruppo di dirigenti del P.D. all’Assemblea Nazionale del partito, lascia sgomenti, non potrebbe essere altrimenti, visto che trattasi del maggiore partito italiano. Per capire la portata dell’eventuale avvenimento, è sufficiente dare un’occhiata ai nomi dei protagonisti: Bersani, D’Alema, Rossi, Speranza, Epifani, cioè ex Primi Ministri, ex Segretari di partito, ex Segretari C.G.I.L, Presidenti di Regione. Si spaccherà o non si spaccherà? E se si dovesse spaccare, quali saranno i gravi motivi che potranno giustificare la fine del P.D., come l’abbiamo conosciuto, come l’unione cioè di due grandi tradizioni politiche, quella cattolica di sinistra e gli eredi del P.C.I.? Ascoltando gli interventi all’assemblea del partito, in particolar modo quello di Epifani,si scopre che i motivi sono riassumibili:
1) nella gestione personalistica di Renzi; 2) nella data del congresso del partito, da indire in conseguenza delle dimissioni del segretario; 3) nell’eccessivo ricorso al voto di fiducia, attuato per costringere la minoranza del partito a votare provvedimenti di cui non si condividevano i contenuti; 4) la data delle prossime elezioni. Tutto qua? Per motivi così deboli si spacca un partito? Questi motivi, come hanno rilevato tutti gli osservatori, non sono sufficienti a giustificare una rottura storica come questa.
Allora proviamo noi ad individuarne la ragione vera, fuori dalle ipocrisie, al netto del tatticismo, la vera ragione dell’insanabile dissidio. La causa scatenante sta nella composizione delle liste alle prossime politiche, liste che se fatte da Renzi determinerebbero l’estinzione politica della minoranza dem. Quindi la scelta per gli scissionisti è tra la certezza di scomparire politicamente e la speranza, formando un nuovo partito, di essere rieletti e quindi sopravvivere. E fin qui nessuno scandalo, da sempre la politica è anche conquista della rappresentanza senza la quale non si può esercitare la possibilità di portare avanti le proprie visioni politiche. Quello che invece scandalizza è che la scissione non si consumerà su contenuti politici, su visioni contrapposte della società, ma su questioni procedurali e su date riguardanti elezioni e congressi. Chi tra i due contrapposti fronti riuscirà a prevalere non è dato sapere, ma una cosa appare certa: a perdere saranno i cittadini, il popolo, perché la sinistra, come già la destra si badi bene, hanno sacrificato il bene comune alle logiche del dio mercato. Infatti tutto è iniziato con Tony Blair e Bill Clinton i mentori della globalizzazione spacciata come nuova religione, per passare ai loro epigoni italiani Prodi, Veltroni, D’Alema, Letta, fino ad arrivare a Renzi, colui il quale è riuscito là dove Berlusconi e persino Monti avevano fallito:  il massacro dei diritti sacrificati sull’altare del globalismo capitalista. Altro che scissione! Questi signori, questi falsi antagonisti, questi attori capaci di recitare sempre lo stesso ipocrita copione, dove erano: 

  • quando il centrosinistra consegnò l’Italia al sistema euro che ci ha ridotti in queste condizioni?             
  • quando,su ordine dei tecnocrati di Bruxessel,si è desertificata la spesa sociale con tagli lineari?
  • quando si è massacrata la sanità pubblica?
  • quando si è approvato il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18?
  • quando hanno approvato la riforma della scuola con la famigerata legge 107?
  • quando è entrata in costituzione, per ordine della Troika, il pareggio di bilancio?
  • quando sono stati introdotti i Voucher, simbolo di moderna schiavitù?
  • quando hanno condannato un’intera generazione alla perdita del loro futuro?
  • quando si sono piegati alla perdita della sovranità nazionale?

La sinistra non si scinderà in questa attuale vicenda, lo ha già fatto da tempo. La sinistra si è scissa nel momento preciso in cui ha venduto la sua anima al potere finanziario. Nel capolavoro di Hobsbawm, “Il secolo breve”, l’autore fissa un pensiero fondamentale: “alla fine del secolo è stato possibile capire come sarà un mondo nel quale il passato, incluso il passato nel presente, ha perso il suo ruolo, in cui le vecchie mappe e carte che hanno guidato gli esseri umani non raffigurano più il paesaggio nel quale ci muoviamo, né il mare sul quale stiamo navigando. Un mondo in cui non sappiamo dove il nostro viaggio ci condurrà e neppure dove dovrebbe condurci.”

Questo è il tempo della fine delle certezze, la fine delle identità ideologiche e della fine della sinistra come della destra. Tramontate le certezze novecentesche, scomparse le vecchie categorie politiche, è cessata la possibilità di resistere a questo sistema?   No, per fare ciò basterebbe ripartire da alcune idee e valori nè di sinistra e nè di destra ma al di là della destra e della sinistra. Identità culturale, giustizia sociale, comunitarismo, stato sociale, prevalenza del bene pubblico sull’interesse privato, diritti non solo degli individui ma dei popoli, primato della politica sulla finanza in nome di una grande alleanza contro lo strapotere della globalizzazione.                       

In un tempo in cui la povertà cresce in maniera esponenziale e l’unica risposta è stata l’austerità e la precarietà, in un tempo che è stato testimone della morte dello stato sociale che garantiva assistenza  agli ultimi, una scissione di questo genere non cambia nulla.     Intraprendere un nuovo percorso che ci faccia superare le macerie della destra e della sinistra, fare attecchire un nuovo patrimonio di valori, questo ci vorrebbe. Un compito difficile, pieno di ostacoli, ma che in un mondo di rovine vale la pena di intraprendere.

Di fronte ad uno scenario del genere, la scissione del P.D. che significato ha? Tanto rumore per niente.  

Lettera a Michele, il ragazzo suicida di Udine.

in Antonio Cacioppo di

di Antonio Cacioppo

Michele avevi trent’anni e ti sei ammazzato perché eri stanco, disperato, arrabbiato.
Non giudicherò la tua decisione, non ne ho gli elementi e non sono in grado di capire fino in fondo il dolore e l’angoscia che ti hanno portato all’estremo gesto. Non mi schiererò con coloro che ti vogliono valutare a tutti i costi, fortunati come sono con il loro lavoro, i loro agi. Non accetterò mai coloro che diranno che il tuo suicidio è conseguenza di problemi psichici. Non approverò per nessuna ragione al mondo, coloro che sosterranno che il precariato è un valore e la flessibilità lavorativa una fortuna piovuta dal cielo. Rispetto la tua drammatica decisione, perché frutto di un’analisi penetrante e veritiera, come testimonia la tua lettera.

Come non essere d’accordo con te, Michele, e con la tua rabbia verso una società che ha smantellato il Welfare, pezzo per pezzo, introducendo il Job Act, i voucher, forme moderne di schiavitù per decontrattualizzare il lavoro e renderlo senza tutele. Come non essere d’accordo con te,Michele,sul fatto che il lavoro precarizzato è l’asservimento dei deboli,dei senza diritti, nei confronti dei forti,dei potenti. Come non essere d’accordo con te, Michele, che la subordinazione economica, lo sfruttamento, il lavoro parcellizato e pagato miseramente, è anche e soprattutto assoggettamento esistenziale, infatti il nuovo schiavo perde la sua umanità e la sua identità, posto com’è di fronte alla drammatica scelta tra morire di fame o accettare le condizioni disumane di un oppresso.

D’accordo su tutto, ma mi dispiace dirtelo, su una cosa hai sbagliato, e te lo dico con tutto il rispetto e l’affetto che meriti, hai sbagliato ad ammazzarti. Posso capire che si sceglie di farla finita per rimorso, per colpe commesse, ma non si ci ammazza per colpe commesse da altri, per colpa di un sistema. Eppure tu, in quella lettera lucida e straziante, hai indicato perfettamente chi sono i responsabili, ecco perché la tua lettera è una denuncia sociale, ecco perché tu sei morto, per un crimine sistemico fatto da altri, ecco perché più che un suicidio, a me sembra un omicidio.

E però, caro Michele, la realtà non è mai una somma di dati oggettivi che noi dobbiamo semplicemente accettare come ineluttabili, al contrario la realtà è l’esito delle nostre azioni e può essere sempre trasformata e ribaltata. Ecco perché non accetto il tuo gesto estremo, ma non accetto soprattutto gli uomini che, costretti dal potere a rinunciare al loro futuro, non oppongono resistenza, si voltano da un’altra parte, non si impegnano in un’azione di rovesciamento dell’esistente, tutti presi da una malattia terribile e contagiosa che si traduce in una forma di fatalismo fine a se stesso. Questa realtà ci mette inevitabilmente di fronte ad una scelta: subire o reagire.
Ribellarsi ecco la cosa giusta. Non solo contro il sistema, ma contro l’abulia, il menefreghismo, l’indifferenza di tutti quegli uomini che non si mobilitano di fronte alle squallide ingiustizie, ma si esaltano invece per la squadra del cuore, si mettono in fila per l’ultimo smartphone, si drogano nelle discoteche, si entusiasmano per il festival di Sanremo.

Jus resistentiae, diritto alla resistenza contro un apparato mostruoso. Mai venir meno al dovere di ribellarsi, mai accettare i soprusi, mai abituarsi alle ingiustizie, mai avere timore dei tiranni, ma da vivi Michele, da vivi.

Scusami per questo mio sfogo,ma mi è insopportabile l’egoismo di una società che assiste indifferente al suicidio di imprenditori, di padri di famiglia, di disoccupati permettendo solo a pochi di stare bene. Mi è insopportabile assistere alla disossazione di una intera generazione.
Ciao, Michele, e grazie per le tue parole che mi permettono di chiederti perdono per non aver fatto abbastanza affinché tu vivessi come avresti meritato.

Imparare dalla Francia

in Antonio Cacioppo di

La classe dominante è all’attacco del mondo del lavoro e dei diritti sociali, i francesi non ci stanno e si sollevano contro il totalitarismo del terzo millennio: il neoliberismo capitalistico.

La Francia è scossa da un movimento tellurico di popolo senza precedenti nella storia recente,la mobilitazione contro la Loi Travail è totale. Sembra essere tornati di colpo all’Autunno Caldo del 1968 in Italia,ma il parallelismo,almeno per ora,finisce qui. In Italia il Jobs Act è stato accettato supinamente, solo lamentele sul web, nessuna reazione significativa nei confronti di un sistema che ci sta letteralmente affamando. Niente bandiere e megafoni,cortei e comizi,meglio gustarsi una partita di calcio,meglio guardare le trasmissioni televisive d’accatto che dispensano dolore e lacrime a buon mercato,più adrenalinico, per gli italiani, è dividersi tra colpevolisti e innocentisti dell’ultimo efferato omicidio.

I francesi no, loro hanno capito l’assenza totale di sovranità dei governi nazionali che sono,ormai,al servizio di oligarchie mondiali e di opachi burocrati non eletti da nessuno ma che controllano lo stesso i bilanci delle nazioni. Viviamo in una realtà dove i popoli vengono sacrificati sull’altare degli interessi di lobby finanziarie. La parola d’ordine di queste oligarchie è”austerità”,parola che nel suo significato autentico indica la distruzione del Welfare con conseguente macelleria sociale. Una nuova democrazia si sta affermando,una democrazia minore,senza popolo,una democrazia surrogata da una nuova Elite Illuminata,si pensi al governo Monti,voluto dalle multinazionali finanziarie,al governo Renzi,premier non eletto in parlamento, che ci ha regalato il Jobs Act , la “buona scuola”,l’abrogazione dell’articolo 18. In questo contesto la Loi Travail e il Jobs Act rispondono alle logiche neoliberiste ,perché sono parte fondamentale di un processo di precarizzazione, di un attacco al mondo del lavoro e ai diritti che investe tutti i popoli europei.

Non c’è più niente da fare? Per nulla! La speranza c’è.

In Francia è scoppiata una nuova rivoluzione che viene portata avanti con nuove metodologie,non più sciopero tradizionale,settoriale che si sviluppava nei luoghi tradizionali del lavoro come le fabbriche e le scuole,ma sollevazione di popolo che investe tutti i settori della società in spazi aperti, piazze e strade dove svanisce la “classe” e si diventa popolo. Non è solo il rifiuto di una legge iniqua sulla riorganizzazione del lavoro ma è anche il rifiuto di un popolo nei confronti di poteri sovranazionali che tentano di opprimere i cittadini per meri scopi economici. Non è dato sapere il risultato finale di questa ribellione, ma visto l’impegno, la partecipazione corale di buona parte del popolo francese c’è da sperare. Anche in Italia c’è speranza, qualcosa sta cambiando.

Ci sono voluti molti anni per cancellare l’articolo 18 e molti anni per riformare le pensioni, il Jobs Act è stato disapplicato in molte aziende grazie alla reazione dei lavoratori,c’è soprattutto l’esempio francese.

 La speranza c’è, perché il potere ha gettato la maschera e tutti hanno capito che l’unico scopo degli attuali governi europei è quello di facilitare i licenziamenti e abbassare i salari facendo lavorare di più.  Ma ora siamo a un punto di svolta,la sollevazione in Francia ha mostrato che il sistema può essere messo in crisi da questo tipo di lotta che può determinare non tanto risultati immediati,ma può generare un patrimonio di idee,valori,esperienze da consegnare alle future generazioni. E nel presente la ribellione da sensazioni nuove,forti,esaltanti,la gente si rende conto che è possibile battere il nemico,in questo clima chi si ribella vive come in una dimensione magica di stupore per quello che si è riusciti a fare .Ma bisogna stare vigili perché il potere reagirà e lo farà con i soliti sistemi dei “contentini”,del “divide et impera” per scatenare la”lotta tra poveri”, lo farà con la coercizione e la forza .Di fronte a questo,chi lotta,non ha altro da fare che estendere la rivolta. Ma l’insegnamento più bello che viene da questa”primavera”francese consiste nella caduta di alcuni miti:

–          Non c’è alternativa all’ideologia del terzo millennio, il neoliberismo;

–          La ribellione non paga perché è meglio un approccio riformista;

–          E’inutile lottare  perché tanto non cambierà niente;

Questo momento storico contraddistinto dalla ribellione francese smentisce questi luoghi comuni, ammonisce i tiranni,dando a tutti quelli che hanno partecipato a queste giornate storiche la sensazione di non essere più le stesse persone,tanto da poter consegnare alle generazioni future un nuovo profumo di libertà.

Il precariato in Sicilia, storia di abusi e di attese

in Antonio Cacioppo di

Ci siamo imposti un profilo basso per evitare di dare l’idea di strumentalizzare la vicenda dei precari di Adrano. Prendere carta e penna è, per chi scrive, difficile; trovare le parole ancora più difficile, ma non è più possibile restare in silenzio perché il problema va oltre la situazione contingente delle persone in questione e investe settori sempre più ampi della società.

Non si entrerà nel merito di questa vicenda da un punto di vista tecnico, ma si cercherà di capire cos’è il precariato e perché è così diffuso e se c’è un modo per uscirne.

Il contesto politico nazionale non è certo dei migliori per i precari in lotta. La Giannini, ministro della Repubblica, osserva che “dobbiamo tendere sempre di più verso un modello americano, in cui la flessibilità, che è sinonimo di precarietà, è la base di tutto il sistema economico”. Precario è bello, questo sembra essere il pensiero unico dei nostri governanti.

La parola precariato deriva dal latino Prex-Pregis-Preghiera, l’etimologia è la cifra dell’epoca in cui viviamo dove la distruzione dei diritti è la norma accettata e sancita anche dalle parole. Il precariato è anche la cifra della società liberalcapitalista che determina schiavitù e sfruttamento attraverso la istituzionalizzazione di due contrapposte posizioni. Da una parte i dominanti che impongono una condizione lavorativa precarizzata, utilizzando l’arma terroristica del taglio dei trasferimenti economici e dall’altro il soggetto debole, il precario, che non può contrattare a causa della spada di Damocle che pende sulla sua testa: il ricatto della eventuale stabilizzazione

Il precario viene,così,messo nelle condizioni di dover sperare che qualcuno lo aiuti in cambio di consenso politico: posti in cambio di voti.

Tutto questo fino ad oggi, perchè il problema è sempre stato rimosso e confinato all’interno di una minoranza di siciliani, poco più di ventimila persone che sono sopravvissute grazie ai trasferimenti regionali, ma il taglio di queste risorse ha fatto esplodere il problema in tutta la sua drammaticità.

Ad Adrano si parla, ormai, di forme di lotta estreme come lo sciopero della fame.    

Da questo momento in poi i problemi di una categoria travalicano i confini di classe e investono l’intera società. Assistere alla lotta dei precari è come intraprendere un viaggio nel futuro, il futuro dei nostri figli, destinati,se non si reagirà,ad essere una generazione senza diritti che subirà un sistema che fa della macelleria sociale il suo credo. Non difesa, quindi, di una minoranza, ma rivolta contro un sistemaNon difesa, quindi, d’ufficio ma lotta anche per i nostri figli.                                                                                                        

Il crimine più grande che un sistema può compiere è quello di privare gli uomini del proprio futuro. Il precario non potendo progettare non ha futuro. Non ha la possibilità che hanno avuto i nostri padri di sognare una società migliore ma è costretto al disincanto e alla rassegnazione.

Però da qualche giorno si avverte qualcosa di nuovo. I precari di Adrano non si sono rivolti ai potenti e ai politici, a coloro cioè, che hanno creato la loro condizione di subalterni, ma si organizzano, occupano l’aula consiliare non più “sorda e grigia” ma attenta, almeno per alcuni consiglieri d’opposizione, a recepire le loro istanze, costringono il sindaco ad uscire dalla “tana” di Palazzo Bianchi e a confrontarsi. I precari hanno capito che il prossimo passo sarà quello di strutturarsi, di organizzarsi per una forma di riscatto.   

I precari che lavorano da decenni in un Comune facendo funzionare gli uffici sono “lavoratori di fatto”, sono lavoratori “a tempo indeterminato” come gli altri lavoratori comunali stabilizzati molti anni fa.

Quale sarebbe l’alternativa, farli morire di fame sull’altare della spending review?

Questo non accadrà se la società tutta, i loro colleghi per primi, faranno sentire loro la vicinanza e la solidarietà a questi uomini e a queste donne che lottano non solo per i propri diritti ma anche per i diritti di tutti. Pertanto, da parte di tutti noi, prendere una posizione a loro favore è non solo doveroso ma d’obbligo.   

Antonio Cacioppo

Compleanni, querele annunciate e un “buco” di 27 milioni di euro al Comune di Adrano

in Antonio Cacioppo/Politica di

Siamo ormai nel bel mezzo di una crisi non più solo politica e sociale ma anche economica che sta mettendo in ginocchio Adrano.

E’ ormai certificato: il “buco” del Comune è di 27 milioni di euro. Avete capito bene: questa lungimirante classe dirigente non ha saputo gestire le risorse. Di fronte a questo disastro la nostra classe politica ancora tentenna, parla d’altro, fa il gioco delle 3 carte: colpa tua, colpa loro, colpa di chi ci ha preceduto.   Ma andiamo con ordine.

Nota n. 37972 del 30 novembre 2015, il Ministero dell’Interno risponde alla richiesta del Comune di Adrano di differimento del termine per la trasmissione della certificazione del bilancio di previsione 2015.

La risposta a tale richiesta è negativa. Le inadempienze dell’Ente sono state certificate dalla nota del Ministero.

ESCLUSIVO SYMMACHIA.IT

Nota Ministero

Perchè questi ritardi, perchè queste inadempienze? La risposta è ovvia, non ci dilungheremo più di tanto. Questa classe politica è peggiorata progressivamente, se questo è possibile, essa è ormai incapace di espletare compiti automatici e fondamentali come quello di rispettare le scadenze di atti come quello del bilancio, sia esso preventivo che consuntivo.

Potremmo approfondire queste considerazioni ma abbiamo promesso di non dilungarci. Bisogna, però, dire che mai e poi mai avremmo immaginato alcuni “veri” motivi del ritardo del Comune nell’approvare il bilancio preventivo 2015. Tutto quello che diremo è roba da non credere, ma è accaduto in una riunione ufficiale alla presenza del Sindaco e dei Consiglieri di maggioranza e d’opposizione. In quella riunione il Sindaco invitava i Consiglieri d’ opposizione ad “ad un forte gesto di responsabilità” e auspicava che “il terreno della corretta battaglia politica non sia rappresentata dalla negazione delle legittime aspettative dei soggetti deboli”.

Caspita che parole! I Consiglieri, tutti commossi, promettevano di riflettere per poi dare una risposta a cotanto appello. Anche in questo caso non stigmatizzeremo il fatto che la riunione fosse stata pretestuosa perchè aveva come scopo principale quello di scaricare sull’opposizione l’incapacità dell’Ente nel rispettare le scadenze e di nascondere l’entità della voragine debitoria. In detta riunione, improvvisamente, prendeva la parola l’Assessore che viene dai “monti”, l’Assessore Sapia. Cosa diceva la Sapia? Diceva che la colpa dei ritardi era da attribuire alla sfortuna: infatti, la data ultima indicata dal Ministero per ottenere i trasferimenti, era quella del 16 Novembrema un Consigliere compiva gli anni. Porca miseria, che sfortuna!

Per la cronaca, l’Assessore ha fatto pure nome e cognome del Consigliere ma a noi non interessa, perchè, conoscendo il Consigliere, non riteniamo possibile una simile vicenda. Noi non crederemo mai  ad una favola del genere, non è possibile, specialmente se il Consigliere in questione è una persona seria, giovane, studioso della Pubblica Amministrazione e competente come a noi risulta.

Ma ammesso e non concesso che il racconto della Sapia fosse vero, la “responsabilità” sarebbe da attribuire al consigliere giovincello o, piuttosto, ai vertici della macchina comunale? Gli stessi vertici che sono arrivati all’ultimo giorno possibile per l’approvazione del bilancio, senza peraltro rispettarne la scadenza?

E ammesso e non concesso che la Sapia abbia fatto quella narrazione (e l’ha fatta, come avrebbe tentato di ricordare anche il giovane consigliere Perni in Aula, l’8 dicembre scorso), perchè l’ha fatta? Per un eccesso di sincerità? Per stizza verso una situazione incresciosa? Per mettere in difficoltà un componente della sua stessa maggioranza? Non è dato sapere. Ma una cosa la sappiamo per certo: sulle teste dei cittadini di Adrano pende una spada di Damocle sotto forma di 27 milioni di euro. E di questo che, noi, continueremo a parlare: il gossip, le minacce più o meno velate, le lezioni di giornalismo, le lasciamo ad altri…

Antonio Cacioppo

Le dimissioni del presidente del consiglio. Una famelica schiera di eletti che al concetto di partecipazione democratica ha sostituito quella della spartizione delle poltrone

in Adrano/Antonio Cacioppo/Politica di

di Antonio Cacioppo

Al signor Sindaco, al segretario generale, al vicepresidente del consiglio comunale: …. Il sottoscritto con la presente comunica le immediate ed irrevocabili …. sapete cosa c’è scritto – dalla carica di Presidente Comunale … Siccome assieme a me questo percorso l’hanno fatto tanti amici miei … io ritengo che questa lettera (n.d.r. lettera di dimissione) la debbono avere gli amici … Solo che non li vedo in aula …. Non è un problema”. Sorvoliamo sulla forma , il neopresidente si confonde per l’emozione e si dimette , ma quello che impressiona di più è lo spregio alle istituzioni che dovrebbe rappresentare nel rimettere nelle mani dei suoi amici di cui ,come comica finale , fa nomi e cognomi , il mandato di Presidente del Consiglio di Adrano. Roba da non credere le istituzioni considerate come se si trattasse di “cosa loro” Ma questa è storia vecchia ,veniamo al presente. Dopo l’elezione del Presidente del Consiglio , la luna di miele con Ferrante dura poco, i rumors provenienti dal Palazzo narrano di un Zignale con i suoi amici ostile nei confronti del sindaco perché quest’ultimo non cambierebbe “passo” . La crisi scoppia il con l’uscita dei consiglieri comunali di Azione Civica dalla maggioranza. Le motivazioni addotte dagli “amici”, riguardano soprattutto i problemi della raccolta dei rifiuti. La verità, a nostro avviso, pensiamo stia altrove: il tanto auspicato “cambio di passo” non altro sia che l’alibi che servirebbe a nascondere l’esigenza di occupare altre POLTRONE. Il teatrino della politica si caratterizzerebbe come azione di certe congreghe di amici da bar che si aggregherebbero in base all’ottenimento di eventuali presidenze, posti nelle municipalizzate, delibere da esitare con molti zeri, esperti da nominare per saziare la fame di certi onorevoli di Catania. Siccome sembra che alcune di queste richieste non siano state, almeno finora, soddisfatte, si sarebbe aperta la crisi, ma siccome non è possibile ammettere pubblicamente il vero motivo ammanterebbero la loro azione con nobili motivi: “per il bene del paese”. Ma quello che colpisce di più è il silenzio del sindaco che non risponde, almeno pubblicamente, agli “amici” e non informa la città se risponde a verità, la tesi di Azione Civica e cioè che l’Amministrazione è incapace di affrontare il problema della raccolta dei rifiuti o piuttosto che l’altra possibile verità che non si riesce a placare la famelicità dei questuanti. Non spiegando e informando la città, il Sindaco si assume una grande responsabilità: tratta le istituzioni come se si trattassero di “cosa sua”.
Sembra di essere alle solite una muta di questuanti che circonda le istituzioni alla ricerca disperata di “posti”. Il Sindaco sotto assedio, resisterebbe disperatamente, perché forse si renderebbe conto che se li accontentasse, loro, i cacciatori compulsivi di poltrone sono come la lupa di Dante Alighieri nel primo canto dell’ Inferno : e ha natura sì malvagia e ria, ed ha una natura così malvagia e cattiva, che mai non empie la bramosa voglia, che mai non sazia la sua smodata avidità, e dopo ‘l pasto ha più fame che pria. e dopo il pasto ha più fame di prima. Solidarietà al Sindaco, verrebbe da dire, salviamo il soldato Ryan, se anch’egli non fosse “complice” di detta situazione. Le trattative segrete, ma note a tutti sembrerebbero riavviate, con da una parte Ferrante assediato nel suo fortino di palazzo Bianchi e dall’altra le truppe cammellate degli “amici” che forti della politica del ricatto (fare mancare la maggioranza in consiglio) contrattano dopo le dimissioni da una posizione di forza. Al di là dell’ilarità che questa storia potrebbe ingenerare o dei giudizi morali che in questa sede non ci interessano, questo mercimonio dovrebbe essere visto per quello che sembra essere : l’utilizzo del potere per il proprio tornaconto personale e di gruppo. Ma disgraziatamente sullo sfondo c’è una Adrano disperata (pericolo di dissesto finanziario, buche nelle strade, quartieri al buio, allarme criminalità, insicurezza nelle strade, uffici comunali fuori controllo) vale la pena affrontare seriamente il problema attraverso l’analisi di due momenti politici che servono a dare una visione più chiara della situazione: Il familismo amorale – clientelismo La mediocritas Familismo amorale – clientelismo Norberto Bobbio “ Familismo e clientelismo non sono retaggi di una società arcaica, anzi si reinventano continuamente”.
Antonio Gramsci “ Al partito politico e al sindacato moderni si preferiscono le cricche”. Quello che una volta veniva chiamato da Edward Banfield “ familismo amorale” che si caratterizzava nel perseguire “ unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare “ , si è oggi trasformato in becero clientelismo. Al grido di “tengo famiglia”(Leo Longanesi) e ”bisogna avere i santi in paradiso” che significa esaltare una mentalità di vassallaggio nei confronti di chi detiene il potere, gruppi di amici, consorteria danno vita a strutture opache che hanno la missione di mediare sempre posizioni. Si diceva che il giudizio morale non ci interessa, ma una riflessione va fatta. La politica si può fare o privilegiando la sua componente valoriale e ideale o al contrario sottolineando la politica volta all’interesse personale o dei propri amici. A questo proposito il gruppo di “amici” in esame si comporta “legittimamente” quando riduce al minimo la componente ideale della politica. Cioè è legittimo che gli “amici” diano il consenso, per esempio al sindaco per assicurargli una maggioranza in consiglio comunale in cambio di promesse concrete. Ma sembra altrettanto chiaro che potrebbe essere anche nell’assoluta legittimità, per esempio, nello sbloccare una delibera di pagamento, nominare assessori piuttosto che esperti per conto di politici catanesi o aspirare alla presidenza, sempre per esempio, del nucleo di valutazione, tutto ciò al posto dell’opzione valoriale. A nostro avviso tra una politica dello scambio e una dei valori è preferibile quest’ultima perché garantirebbe, nella peggiore delle ipotesi un bene inalienabile: la libertà. Ma allora perché questo comportamento non libero continua ad essere la costante per certi politici? Per rispondere a questa domanda non si può non partire dall’attuale crisi della politica, che non è una crisi in senso tradizionale ma qualcosa di più profondo. Si tratta di un crollo di sistema, dove tutti i presupposti che caratterizzavano la società sono venuti meno. E’ in crisi lo stesso concetto di democrazia. Democrazia come sistema di regole, appartenenza ad una idea di governo, lealtà nei confronti di un patto, ispirazione a valori condivisi. Questa crisi ci costringe a formulare altre domande, forse quelle giuste: come e perché certi personaggi vengono selezionati come classe dirigente? E questi personaggi hanno “colpe” personali? Secondo noi no, perché essi stessi sono le prime vittime di un clima politico nato dalla crisi della rappresentanza democratica che si è trasformata in un SISTEMA: La MEDIOCRITAS La mediocrità non nel senso latino di aurea mediocritas ,perché in quel caso Orazio esprimeva una condizione umana che si rifaceva alla filosofia epicurea: trovare la giusta misura in tutte le cose. Il termine è qui usato in riferimento ad un clima, ad un sistema e a delle persone che occupano posti di responsabilità pur non avendone le competenze. Così funziona il sistema oggi, infatti chi è al vertice sceglie la classe dirigente in base al sistema della “mediocritas”. Non potrebbe fare diversamente per la semplice ragione che il sistema funziona così perché, per esempio, un gruppo di ladri non può governare con gli onesti. Le istituzioni che dovrebbero indurre al cambiamento e al rinnovamento invece appiattiscono tutto verso il basso, per non alterare lo status quo, per mantenere in stato di coma vegetativo la comunità. E’ evidente che in una situazione del genere la politica e la burocrazia si arricchiscono di “maggiordomi”, ”vassalli” e “parvenu” che legano il loro destino al “feudatario” di turno. Più saranno obbedienti e più avranno possibilità di far “carriera”. La ricerca del potere per il potere genera mediocrità, perché favorisce la selezione della classe dirigente per cooptazione, per servilismo. Combattiamoli finche siamo in tempo, se non lo faremo diventeremo come loro. Questa è una guerra senza esclusioni di colpi, chi sta al potere ha creato un meccanismo di “persecuzione” per far tacere il” nemico”, per far cadere su di esso il silenzio, perché quello che i potenti odiano di più è la Meritocrazia e linciare i meritevoli è tipico dei mediocri. La rappresentanza, quella vera, è morta e con essa sta morendo Adrano che sprofonda sempre più. Di fronte a questo scempio non è possibile restare inerti. Reagire ad un sistema in decomposizione è un imperativo categorico, e bisogna farlo attraverso una rifondazione delle basi culturali e sociali di Adrano, attraverso il coinvolgimento di quella parte della città rimasta per troppo tempo esclusa. La reazione deve, però, avvenire dopo aver individuato chi veramente governa la città. Carl Scmitt ha scritto nel suo capolavoro “Le categorie del politico”: ”Sovrano è colui che decide nel caso di eccezione”. Purtroppo oggi la sovranità non sta più nei luoghi deputati dalle regole democratiche. Gli eletti vengono scelti in segrete stanze fuori Adrano e quelli che detengono il potere reale appartengono a conventicole extraistituzionali. Sono costoro che decidono che indirizzo devono prendere le risorse degli uffici, chi deve essere beneficiato. Nell’immediato il primo compito dovrebbe essere quello di restituire ai legali rappresentanti la possibilità di decidere in piena libertà. Meditate gente, meditate.

Altro che lasciare “l’impronta” sono semplicemente: i soliti ignoti

in Antonio Cacioppo/Politica di

di Antonio Cacioppo

Una banda sui generis ha messo le mani sull’amministrazione della città. Torna in mente la straordinaria definizione fatta da Rino Formica  all’Assemblea Nazionale del P.S.I. : “Corte dei miracoli di nani e ballerine”.  Allora come adesso i nani e le ballerine sono l’effetto collaterale della crisi della democrazia che porta alla  ribalta “impresentabili”, uomini senza rappresentanze se non le loro clientele, che si lanciano in esperienze amministrative e politiche di cui non si raccapezzano dando soluzioni cervellotiche, per cui alla fine la cura risulta peggiore della malattia.

  • Assessori Ombra che si occupano di bilancio comunale con il risultato di contribuire al fallimento dei comuni.
  • Coordinatori Politici che nel bel mezzo di una trattativa, al fine di pilotarne la soluzione voluta, si vedono beneficiati (legittimamente) di somme spettanti .
  • Assessori occultie pur palesi che sgovernano la città mentre gli assessori ufficiali restano senza deleghe per mesi e mesi.
  • Politici che si improvvisano esperti di rifiuti con il risultato di rimanerne seppelliti.
  • Faccendieri che scorazzano per la città per improbabili mediazioni.

Siamo nelle loro mani, nelle mani di nessuno. Non c’è da stare allegri. Bisogna sdramatizzare e per farlo si deve far ricorso ai grandi maestri del cinema italiano, perchè hanno saputo immortalare la tragicità comica dei costumi italiani.

Infatti più che “cambiare passo” sembra di tornare alla fine degli anni 50, ai protagonisti del capolavoro di Mario Monicelli: I SOLITI IGNOTI 

E come nel film, il clima attuale ci impone di affrontare i tragici momenti che viviamo con leggerezza, cercando un sorriso, anche se amaro, per le gesta degli antichi e moderni appartenenti alla banda del buco.

“Peppe er Pantera” Gasman

“Tiberio Braschi” Mastroianni

“Carmelina Nicosia” Cardinale

“Capanelle” Pisacane

e il più grande fra tutti il maestro “Dante Cruciani” Toto’, l’anziano del gruppo che deve insegnare alla banda come aprire “la Camera” cioè la cassaforte.

Ogni riferimento a fatti o persone di oggi è assolutamente voluto. 

I soliti ignoti

Il piano è infallibile: entrate nell’appartamento attiguo alla sede del Monte di Pietà, bucare il muro e rubare la cassaforte.

Il colpo finisce sui giornali perchè le autorità non riescono a spiegare come mai è stata scassinata una finestra, buttato giù un muro per sedere a tavola e mangiare un piatto di pasta e ceci.

Pasta e ceci, di questo si tratta. 

L’inettitudine emersa nel compiere la rapina da un lato riempie di tenertezza per questo gruppo di ladri scalcagnato e sprovveduto, dall’atro come un gruppo di disperati pensa a come dare una soluzione ai loro problemi.

I personaggi sono accompagnati dall’aurea del fallimento e la loro catastrofe tragicomica riflette la frustrazione del mancato adeguamento alle regole e ai valori ( lealtà- onore- legalità).

E’ incredibile come le assonanze tra ieri e oggi siano evidenti: allora la crisi economica come sfondo dei personaggi di Monicelli, oggi una nuova grave crisi economica che fa da sfondo alle gesta dei neoeroi della neobanda del buco.

Ma l’assonanza non si limita solo alla crisi economica, c’è da sfondo anche la crisi dei valori, drammatica e inesorabile.

Infatti i personaggi del grande regista erano dediti, per sopravvivere, al malaffare, quelli di oggi, sempre per sopravvivere, dediti alla prostituzione politica. 

L’unica differenza è che i primi sono vestiti con abiti laceri i secondi con abiti griffati.

Monicelli descrive dei poveracci, emarginati, reietti, oggi questi personaggi si sono trasformati in poveri di valori in giacca e cravatta, emarginati di principi, in reietti della politica in voltagabbana e traditori. 

Oggi come allora è questo il SEGNO DEI TEMPI. 

Altro che lasciare “l’Impronta” sono semplicemente:

” I SOLITI IGNOTI “

“Lo Stato e la mafia sono due poteri che occupano lo stesso posto. O si fanno la guerra, o si mettono d’accordo”

in Antonio Cacioppo/Bacheca di

di Antonio Cacioppo

Ho avuto, in questi giorni, la malaugurata idea di commentare su Facebook il post di un mio caro ex alunno che si esprimeva sulle tesi del prof. Fiandaca che, in un recente saggio, “La mafia non ha vinto”, sostiene la liceità della trattativa Stato-mafia. Questo ha innescato un dibattito tra coloro i quali sono pro e contro le tesi del Fiandaca.

Devo ammettere che i favorevoli alle tesi del professore palermitano hanno avuto la meglio perchè si sono dimostrati immediatamente più realisti, più moderati, più preparati e perché, depositari, come sono, della verità, hanno marchiato, nei fatti, gli “avversari” di moralismo e giustizialismo.

D’altro canto si tratta di giovani intellettuali ed esperti di diritto e prossimi a diventare classe dirigente… terrorizzante, vero? Per farla breve il dibattito finisce quando uno dei”giustizialisti” getta la spugna con questo commento: “forse voi avete la stoffa per fare gli statisti… io no, io sono un povero ragazzo stufo di vivere in un luogo dove la mafia ha più potere dello Stato… A questo punto Falcone e Borsellino sono dei coglioni: si sono fatti ammazzare per liberare dalla schiavitù mafiosa un popolo che crede legittima la trattativa”. Parole terribili, vere e pesanti come pietre che mi hanno amareggiato e indotto a delle riflessioni sulla condizione culturale dei giovani che, a mio avviso, è diventata una vera emergenza. Non voglio cadere nelle solite banalità, per cui i giovani di una volta erano migliori. Non è così.

La differenza sta, invece, nelle diverse opportunità e nei modelli di riferimento tra i giovani di ieri e di oggi. Non tutti ma una elite di ragazzi di ieri aveva buone opportunità per il proprio futuro, forti di una società che garantiva loro diritti e riferimenti e modelli valoriali come: Nietzsche, Mao, Maritain, Primo de Rivera, Che Guevara, Codreanu, Celine, Del Noce, Pasolini, Marx, Evola, De Benoist, a seconda se si militava a destra, a sinistra o al centro.

A prescindere dall’identità e dell’appartenenza (parole ormai desuete) tutti sognavano un mondo migliore da conquistare con una rivoluzione figlia di una carica utopica che caratterizzava quegli anni “incendiari”. Oggi i giovani hanno nuovi e più attuali modelli, cresciuti come sono a pane e “grande fratello”, ispirano la loro azione a degli intellettuali del calibro della De Filippi e a rivoluzionari come Giletti e si commuovono davanti alla televisione “del dolore” dell’eroina contemporanea Barbara D’Urso. Ma sembrerebbe, per fortuna, che non tutti siano così, i migliori tra i ragazzi di oggi sembra abbiano scelto nuovi riferimenti valoriali, eroi, maestri di pensiero e portatori del nuovo “Verbo anti-antimafia”: il prof. Fiandaca. Si!, avete capito bene da Falcone e Borsellino a Fiandaca. Ma chi è questo nuovo Maitre a penser per questi giovani?

E’ l’estensore di alcuni saggi dove l’autore sostiene che la trattativa Stato-mafia, se mai ci fosse stata, fu lecita anche perché, sostiene il giurista siciliano, servì a salvare molte vite dei cittadini oltre a quelle di alcuni politici. Peccato, però, che non salvo’ uno strenuo oppositore della trattativa: Borsellino.

Vorremmo tranquillizzare l’illustre studioso, in realtà non ci fu nessuna trattativa perché lo Stato aveva concesso in “comodato d’uso” la Sicilia a Cosa nostra in cambio di voti e protezione.

Incredibile l’eventuale trattativa Stato – mafia sarebbe, per questi giovani, lecita. E lo stato di diritto? E i morti ammazzati? Non importa. Ma la cosa più incredibile non è tutto questo, cioè che un candidato trombato alle elezioni europee come Fiandaca che si avvale, nella stesura dei suoi libri, dell’avvocato Enzo Musco, difensore di Mori, sostenga le tesi sopraddette ma che alcuni giovani stiano dalla sua parte. Questi giovani – dispiace dirlo – sono la prova provata di un decadimento intellettuale morale e culturale.

Viene da pensare che questi ragazzi fanno delle scelte simili per non pensare, sembrano vivere nell’attesa, in uno stato di sospensione. Non reagiscono al disfacimento morale e sociale, si adeguano al conformismo e all’egoismo, al pensiero unico e diventano “complici”dei loro carnefici, proprio così “complici dei loro carnefici o ancora meglio complici dei nostri carnefici.

In una realtà come quella italiana fatta di macerie morali, in assenza di conflitti e di reazioni alle iniquità e alla precarizzazione delle loro vite, questi giovani, terrorizzati dal loro stesso conformismo cercano una fuga, cercano di inventarsi nuovi “eroi” per allontanare le paure provenienti dall’incapacità di progettare il futuro. I giovani stanno male, sono fragili, il loro male, però, non è esistenziale il loro male è la mancanza di valori: il Nichilismo.

Il nichilismo provoca loro disorientamento, incertezza per l’avvenire, depressione. Non hanno sogni né speranze, né fiducia in sé stessi, appartengono ad un tempo che Miguel Benasayag ha definito “L’epoca delle passioni tristi”.

Ecco, forse, la loro caratterizzazione più specifica è la tristezza. Ma fino a quando ci saranno ragazzi ancora capaci di indignarsi, (“sono stufo di vivere in un luogo dove la mafia ha più potere dello Stato”), di stupirsi del fatto che altri giovani siano in preda al nichilismo, vale la pena impegnarsi per aiutare le nuove generazioni ad uscire dalle secche etiche in cui è precipitata la società. Fino a quando il salone di Villa delle Favare si riempirà di giovani per ricordare Falcone (leggi il post dell’iniziativa di Symmachia) e si percepirà forte, fortissima l’emozione, che alla fine della manifestazione si è trasformata in pianto di commozione e di rabbia, allora per quelle lacrime varrà la pena lavorare per creare le condizioni per una vera e rivoluzione culturale e generazionale. Io amo questi ragazzi. Io amo Falcone e Borsellino.

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