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Emanuele Alì

Il contributo dello sport nei progressi della medicina, la storia della campionessa Simeoni

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Nell’ambito delle attività didattiche elettive che caratterizzano la vita accademica degli studenti di medicina e chirurgia dell’Università degli studi di Catania, Sabato 30 aprile 2016, alle ore 9.30, presso l’aula magna del Policlinico di Catania, si è tenuto un congresso dal titolo: “Cultura, opportunità, risorse e barriere nella medicina di genere”; che ha visto ospite e protagonista la campionessa olimpica di salto in alto, Sara Simeoni, medaglia d’oro alle XXII Olimpiadi di Mosca nel 1980, primatista del mondo con la misura di 2.01 metri.

I professori Guglielmo Trovato e Daniela Catalano in collaborazione con l’associazione Axada, si sono occupati dell’organizzazione dell’evento, spinti dalla carenza di informazioni e conoscenze che riguardano gli aspetti dell’alimentazione e dell’attività fisica, sia in prevenzione di malattie sia nella cura di malattie. Si parla molto di fitness, di diete salutari, senza dare il giusto peso agli aspetti strettamente professionali e alle barriere culturali che esistono per un’appropriata diffusione di metodologie tecniche e abitudini di attività fisica e alimentazioni vantaggiose per la salute.

Nel corso dell’incontro, hanno preso parola il Prof. Francesco Basile che ha portato i saluti della Scuola di Medicina, seguito dal Prof. Agostino Palmeri che ha approfondito le tematiche legate ai benefici e rischi derivati dall’attività fisica.

La professoressa Daniela Catalano ha cercato di definire, le differenze tra uomo e donna in ambito medico. Se parliamo di attività fisica come terapia o come prevenzione, sicuramente le differenze diventano importanti nella prescrizione di attività fisica; questa deve essere messa in relazione alle abitudini di vita in particolare a quelle alimentari, perché intervengono direttamente in maniera circolare sui metabolismi e sugli effetti dell’attività fisica. Le principali differenze sono essenzialmente genetiche, ormonali, anatomiche oltre che culturali. Solo all’inizio degli anni ’90 i medici, iniziarono a trattare lo stato di salute o la malattia in relazione al sesso, ad aspetti socio-economici e culturali, con la nascita della medicina di genere. Le differenti motivazioni che spingono l’uomo o la donna ad intraprendere una determinata attività fisica sono pressoché culturali. Un’alimentazione piuttosto simile ci accompagna fino ai 12 anni per poi modificarsi e sottolineare le differenze che portano l’uomo a preferire carni e cibi grassi, la donna frutta e verdura. Esiste una correlazione tra integratori anabolici, diete iperproteiche e alterazioni alimentari nell’uomo, e un’ossessione per le diete restrittive nella donna. Per lui il potenziamento della massa muscolare, per lei la ricerca di una dieta, rischia di portare ad escludere nutrienti necessari all’organismo. Oggi fortunatamente con la “Dieta mediterranea”, se seguita in maniera corretta, si concilia la perdita di peso al mangiare sano, prevenendo patologie aterosclerotiche e cardiovascolari. Le differenze metaboliche tra uomo e donna riguardano: la struttura muscolare, l’uso di glucosio, il metabolismo ossidativo degli acidi grassi e le azioni ormonali sul muscolo. Nelle donne si registra una maggiore sensibilità insulinica soprattutto nell’età riproduttiva. Il metabolismo muscolare è regolato da estradiolo, adipochine e dalla risposta metabolica all’esercizio fisico, maggiore lipolisi nelle donne, meno ossidazione del glucosio nella fase post-prandiale. Queste differenze che possono diventare importanti nella preparazioni dell’atleta, vanno tenute in considerazione della salute, del benessere e della malattia. Le medicina di genere non è una medicina femminile ma è una medicina che tiene conto della persona.

È stata la Prof.ssa Catalano ad introdurre la campionessa olimpica oggi docente all’Università di Chieti, Sara Simeoni che racconta la propria carriera sportiva, soffermandosi sulle differenze di genere, sul suo contributo allo scenario sportivo odierno e sui passaggi salienti che hanno portato la medicina ad una consapevolezza nel trattamento del paziente sportivo.

La sua prima partecipazione all’Olimpiade risale al 1972, aveva solo 19 anni. Tutti erano molto scettici sulle sue capacità. Dovettero ricredersi, perché ottenne un sesto posto. Parla di un’esperienza esaltante, ha avuto la possibilità di conoscere le avversarie stranire, capendo che la preparazione che aveva seguito non era indicata per un’olimpiade, per un’atleta che si preparava per il salto in alto. La cultura del movimento nei paesi esteri, a differenza dell’Italia, partiva fin dall’infanzia e accompagnava nella crescita i bambini. Ancora oggi  si lotta nelle scuole per mettere un’ora in più di ed. fisica.

Negli anni in cui gareggiava c’erano diverse barriere, una di queste era “La barriera 1.90m” segnava il limite oltre il quale le donne non potevano sconfinare oppure rischiavano di essere considerate “alieni”. Era un peso psicologico che comportava ansia e  paura. Sara, rincuorata dalla posizione ottenuta, ha capito che con un allenamento serio avrebbe potuto confrontarsi ad armi pari con le sue avversarie

Inizia a frequentare Ed.fisica a Bologna, e successivamente andò in un centro di preparazione olimpica a Formia. Dove ha trovato un ambiente frequentato da atleti che avevano le sue stesse motivazioni a migliorare.

La vita al Centro le ha permesso di pensare ad una metodologia di allenamento che fosse più efficace. Il lavoro non finiva alla fine degli allenamenti al campo, ma continuava al di fuori con una stile di vita condizionato al raggiungimento di determinati obiettivi.

La sua generazione non concepiva che le donne praticassero sport. Lei sceglie di diventare una professionista, in anni in cui non si parlava di professionismo. La vita sacrificata allo sport, non le ha permesso di iniziare a lavorare prima, costretta oggi a lavorare fino al 2019.

Decidendo di fare sport ha rinunciato a frequentare la scuola nei periodi giusti.

Le donne hanno dovuto lottare perché erano considerate il disturbo della quiete maschile, o peggio “La ruota di scorta”. Tutte le attenzioni erano destinate agli uomini. Anche dopo aver ottenuto dei risultati da podio le atlete venivano sminuite. Nell’olimpiade del 1976, Sara Simeoni è arrivata seconda, un risultato che non aveva minimamente previsto, unica medaglia dell’atletica. Nonostante ciò doveva dimostrare di meritare di stare lì, pur non avendo nessun rivale nazionale.

Racconta un aneddoto: “A Formia, nel centro nazionale era presente un staff composto da allenatore, massaggiatore,  ecc. Nel centro molte volte capitava di allenarmi con Pietro Mennea, lui sulle piste, io sulla pedana. Usufruivamo entrambi del massaggiatore, lo staff in generale per un’eventuale terapia. Un giorno Pietro decide di andare a Milano per le gare in-door, andare via un giorno prima. Ha portato con se tutto lo staff con l’attrezzatura, privandomi della possibilità di allenarmi nel centro”

Oggi si ritiene felice e orgogliosa perché i suoi risultati e il suo modo di fare sport, hanno contribuito in qualche modo a fare avere all’atletica e allo sport femminile una considerazione diversa.

Il Salto in alto è una specialità che si basa sul praticare un certo movimento fisico, sull’esercitare una certa forza. Doveva fare un allenamento che la salvaguardasse negli anni. Non esisteva metodologia di allenamento femminile. L’unica cosa data per assodato era che la donna non avendo la stessa forza dell’uomo doveva allenarsi il doppio. Adotta il neonato Stile Fosbury che dava importanza alla velocità della rincorsa e agli angoli di posizione durante i movimenti. Era un metodo che ha ricercato insieme al suo allenatore, oggi suo marito Erminio Azzaro. Erano anni in cui i fisiologi hanno iniziato a studiare l’organismo come rispondeva ad eventuali infortuni. I dietisti realizzavano le prime diete specifiche per gli atleti.

Le parole della Simeoni: “Perdere non piace a nessuno, ma nel momento in cui perdi, fai un esame di coscienza. Quando perdi, quando non raggiungi il risultato è lì che inizi a pensare e ti chiedi che cosa ho combinato? Sono andato a letto tardi? Ho bevuto un po’ troppo? Ho fatto baldoria? Non mi sono allenata bene? Cerchi le motivazioni che ti portano al miglioramento, per non incorrere di nuovo negli stessi errori. Quando da un errore ti rialzi e ottieni un risultato buono, allora sarà difficile ricadere.”

Il congresso si è concluso con un dibattito, fortemente voluto dal Prof. Trovato, con gli studenti, con i professori e l’ospite Sara Simeoni.

Emanuele Alì

ph. Alessio Platania

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