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Chi demolisce la cristianità, demolisce l’Europa

in Ludovico Vitale di
Appunti sulla libertà di stampa e sul ‘diritto di satira’. Ecco perché Nuzzi e Charlie non aiutano la lotta al terrorismo.

Teoreti teocon grideranno Allelujah alla lettura del titolo di quest’articolo ma si sbagliano di grosso. L’Europa non è sol figlia della cristianità, ma anche del paganesimo, dell’ellenismo, dell’illuminismo e così via. Non è un problema di “tradizione”. Anzi, semmai, è un problema che riguarda il futuro. Quale Europa lasceremo ai nostri figli? L’Europa della libertà, e del concetto cristiano di libertà (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”)? O

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La Torre di Babele

L’Europa dell’anarchia e del nichilismo?

Per intenderci: tutto ruota attorno al concetto di libertà. Se intesa in un’accezione sfrenata, incapace di tutelarne gli obbiettivi perseguiti dalla stessa si raggiungerà l’anarchia, il caos. Che, per definizione, non rende liberi ma prigionieri. Se intesa in un’accezione cristiana (la fede va testimoniata, non imposta) l’agere umano necessiterà di regole che tuteleranno gli obbiettivi perseguiti dalla stessa. Si, avete capito bene: LIBERTA’ = REGOLE. Come faccio a essere libero se non c’è regola che me lo consente, se non c’è tutela alcuna?
Lo stesso concetto va esportato e reso funzionale al tema della libertà di stampa. Si ricaverà così una risposta al quesito posto all’inizio. Quale Europa lasceremo ai nostri figli?
Il concetto di libertà di stampa non può essere trattato senza tener conto del diritto, perché non può trovare applicazione se non nella sua dimensione giuridica. Va da se che il solo articolo 21 della Costituzione della Repubblica non è bastevole a indicarne la disciplina, ragion per cui va citata la giurisprudenza nomofilattica.
Secondo la Cassazione il diritto di stampa è legittimamente esercitato se concorrono le seguenti condizioni: l’utilità sociale dell’informazione, la verità dei fatti esposti e la forma civile dell’esposizione. Il diritto di satira, invece (a parte qualche minoritaria ma non argomentata posizione dottrinale) non esiste nel diritto vivente, nel senso che non può essere invocata questa figura, come una figura autonoma, per la ragione che non v’è citata in nessun testo normativo. Vanno perciò applicate alla satira le medesime regole previste per la “stampa”, rivolgendo però non al deliberato e palese messaggio distorsivo della realtà ma alla comunicazione reale che essa vuol trasmettere. Concluse le precisazioni occorre tornare al tema di fondo: il futuro dell’Europa. Già, perché non si può sbandierare la lotta al terrorismo islamico se non ci si comporta di conseguenza. Invocare la libertà vuol dire praticarla. Chi la sconfessa aiuta coloro che vogliono demolirla. Non è un problema che riguarda, dunque, il merito dei messaggi che anticlericali e cristianofobi vari intendono trasmettere. E’ invece un problema che attiene all’esercizio del proprio ruolo, che, purtroppo, in alcuni casi non è in linea con un futuro di libertà.
Date dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.

Imparare dalla Francia

in Antonio Cacioppo di

La classe dominante è all’attacco del mondo del lavoro e dei diritti sociali, i francesi non ci stanno e si sollevano contro il totalitarismo del terzo millennio: il neoliberismo capitalistico.

La Francia è scossa da un movimento tellurico di popolo senza precedenti nella storia recente,la mobilitazione contro la Loi Travail è totale. Sembra essere tornati di colpo all’Autunno Caldo del 1968 in Italia,ma il parallelismo,almeno per ora,finisce qui. In Italia il Jobs Act è stato accettato supinamente, solo lamentele sul web, nessuna reazione significativa nei confronti di un sistema che ci sta letteralmente affamando. Niente bandiere e megafoni,cortei e comizi,meglio gustarsi una partita di calcio,meglio guardare le trasmissioni televisive d’accatto che dispensano dolore e lacrime a buon mercato,più adrenalinico, per gli italiani, è dividersi tra colpevolisti e innocentisti dell’ultimo efferato omicidio.

I francesi no, loro hanno capito l’assenza totale di sovranità dei governi nazionali che sono,ormai,al servizio di oligarchie mondiali e di opachi burocrati non eletti da nessuno ma che controllano lo stesso i bilanci delle nazioni. Viviamo in una realtà dove i popoli vengono sacrificati sull’altare degli interessi di lobby finanziarie. La parola d’ordine di queste oligarchie è”austerità”,parola che nel suo significato autentico indica la distruzione del Welfare con conseguente macelleria sociale. Una nuova democrazia si sta affermando,una democrazia minore,senza popolo,una democrazia surrogata da una nuova Elite Illuminata,si pensi al governo Monti,voluto dalle multinazionali finanziarie,al governo Renzi,premier non eletto in parlamento, che ci ha regalato il Jobs Act , la “buona scuola”,l’abrogazione dell’articolo 18. In questo contesto la Loi Travail e il Jobs Act rispondono alle logiche neoliberiste ,perché sono parte fondamentale di un processo di precarizzazione, di un attacco al mondo del lavoro e ai diritti che investe tutti i popoli europei.

Non c’è più niente da fare? Per nulla! La speranza c’è.

In Francia è scoppiata una nuova rivoluzione che viene portata avanti con nuove metodologie,non più sciopero tradizionale,settoriale che si sviluppava nei luoghi tradizionali del lavoro come le fabbriche e le scuole,ma sollevazione di popolo che investe tutti i settori della società in spazi aperti, piazze e strade dove svanisce la “classe” e si diventa popolo. Non è solo il rifiuto di una legge iniqua sulla riorganizzazione del lavoro ma è anche il rifiuto di un popolo nei confronti di poteri sovranazionali che tentano di opprimere i cittadini per meri scopi economici. Non è dato sapere il risultato finale di questa ribellione, ma visto l’impegno, la partecipazione corale di buona parte del popolo francese c’è da sperare. Anche in Italia c’è speranza, qualcosa sta cambiando.

Ci sono voluti molti anni per cancellare l’articolo 18 e molti anni per riformare le pensioni, il Jobs Act è stato disapplicato in molte aziende grazie alla reazione dei lavoratori,c’è soprattutto l’esempio francese.

 La speranza c’è, perché il potere ha gettato la maschera e tutti hanno capito che l’unico scopo degli attuali governi europei è quello di facilitare i licenziamenti e abbassare i salari facendo lavorare di più.  Ma ora siamo a un punto di svolta,la sollevazione in Francia ha mostrato che il sistema può essere messo in crisi da questo tipo di lotta che può determinare non tanto risultati immediati,ma può generare un patrimonio di idee,valori,esperienze da consegnare alle future generazioni. E nel presente la ribellione da sensazioni nuove,forti,esaltanti,la gente si rende conto che è possibile battere il nemico,in questo clima chi si ribella vive come in una dimensione magica di stupore per quello che si è riusciti a fare .Ma bisogna stare vigili perché il potere reagirà e lo farà con i soliti sistemi dei “contentini”,del “divide et impera” per scatenare la”lotta tra poveri”, lo farà con la coercizione e la forza .Di fronte a questo,chi lotta,non ha altro da fare che estendere la rivolta. Ma l’insegnamento più bello che viene da questa”primavera”francese consiste nella caduta di alcuni miti:

–          Non c’è alternativa all’ideologia del terzo millennio, il neoliberismo;

–          La ribellione non paga perché è meglio un approccio riformista;

–          E’inutile lottare  perché tanto non cambierà niente;

Questo momento storico contraddistinto dalla ribellione francese smentisce questi luoghi comuni, ammonisce i tiranni,dando a tutti quelli che hanno partecipato a queste giornate storiche la sensazione di non essere più le stesse persone,tanto da poter consegnare alle generazioni future un nuovo profumo di libertà.

Ciao Alessio, adesso ascoltiamo chi non la pensa come te

in Ludovico Vitale di

Controreplica al monologo, ormai virale, svolto in presenza del Ministro Boschi in visita a Catania da parte di uno studente catanese, Alessio Grancagnolo.

Ciao Alessio, mi vergogno di essere un tuo collega e ti spiego il perché. Non voglio assolutamente indossare i panni del cortigiano di turno, eppure il tuo intervento e la sua risonanza mediatica mi turbano un po’, dunque mi sento in dovere di intervenire e smorzare una retorica che si è fatta davvero pesante.

Ho ascoltato il tuo discorso e se negassi che certe argomentazioni sono condivisibili mi sbaglierei di brutto. Procediamo con ordine. Cominci col distinguere tra profili di metodo e profili di merito. Sui primi si rischia di parlare del sesso degli angeli.

In primo luogo perché, se è vero che vi è stato un impulso da parte del potere esecutivo è altrettanto vero che il Parlamento ha approvato (non una ma due volte) il testo di questa riforma. Perché non una critica nei confronti di Deputati e Senatori che hanno votato questo testo, posto che qualcuno li abbia costretti? Ma il vero punto non è questo. I costituenti, di cui ti riempi la bocca (alle volte a sproposito), ben conoscevano i rischi che una riforma costituzionale avrebbe potuto comportare se rimessa alla mera forza politica di maggioranza. Hanno così immaginato un sistema in cui, ove vi fosse un’ampia convergenza, espressione di più forze politiche che rappresentano una larga parte del Paese, il testo può considerarsi approvato; ove l’ampia convergenza non vi fosse (e vi fosse la maggioranza assoluta anziché quella dei due terzi) si procederebbe ad un referendum di tipo confermativo. I cittadini, cioè coloro che hanno mandato in Parlamento Deputati e Senatori, possono liberamente scegliere, senza alcun filtro di rappresentatività.

Se i parlamentari favorevoli alla riforma fossero stati davvero costretti, o fossero stati minoranza (in virtù della illegittimità del premio di maggioranza), non vedo perché temi che i rappresentati possano confermare la proposta In ogni caso, quale che sia l’esito del voto, è certamente più conforme a princìpi democratici il voto espresso da un’intera comunità piuttosto che da alcuni rappresentanti. Questo dovresti saperlo. E invece? Solo banale retorica. Quanto ai profili di merito ti riempi la bocca di parole come “deriva plebiscitaria”, “investitura” e termini che alludono a regimi totalitari. I regimi totalitari, sono il frutto di un non governo, sono il frutto della fame. Non sono il frutto di un sistema bicamerale in cui solo uno dei due collegi voterà la fiducia. Specie se il Senato rimane titolare della competenza legislativa in modo pieno, ancorché non esclusivo, su riforme e leggi costituzionali. Ciò che sparisce è dunque la cosiddetta navetta parlamentare, di cui ti lamentavi forse a tua insaputa. Infatti il Senato potrà richiedere alla Camera dei Deputati di poter modificare le leggi ordinarie, che non rimangono esclusiva né di una camera né del Presidente del Consiglio.

Il Senato, anziché essere composto da soggetti come Scilipoti, voluti pressoché da nessuno, verrà composto da soggetti che sono vera espressione della volontà popolare. Rimarrà titolare dei voti sulla nomina dei giudici costituzionali e sull’elezione del capo dello stato. Vengono inoltre introdotti limiti sui decreti legge, visto che, come tu stesso riconosci, v’è stata negli ultimi anni un effettiva ingerenza del Governo. Viene dato spazio (a proposito di democrazia plebiscitaria, di regimi e così via) al “Referendum propositivo e d’indirizzo”, che, come immagino tu sappia, non era precedentemente contemplato dalla nostra Carta.

Vedi? Mi vergogno di essere tuo collega perché ci sono tutte queste cose che non dici. O perché non le sai, e ciò toglie onore e prestigio ad un Corso di Laurea che fino ad ora mi ha fatto solo sgobbare, o perché deliberatamente le nascondi, e questo forse sarebbe più grave, perché le tue accuse sarebbero soltanto uno specchio che riflette il tuo pensiero. Non mi interessa trovare una risposta; spero che ce ne sia una terza e che me la possa offrire tu, nell’assoluta libertà di pensiero, libertà che fino ad ora non ti è stata tolta da nessuno, e che un voto invece ti darebbe.

Ludovico Vitale

IL VIDEO INTEGRALE.

L’INTERVENTO DELLO STUDENTE E LA REPLICA DEL MINISTRO

 

Il precariato in Sicilia, storia di abusi e di attese

in Antonio Cacioppo di

Ci siamo imposti un profilo basso per evitare di dare l’idea di strumentalizzare la vicenda dei precari di Adrano. Prendere carta e penna è, per chi scrive, difficile; trovare le parole ancora più difficile, ma non è più possibile restare in silenzio perché il problema va oltre la situazione contingente delle persone in questione e investe settori sempre più ampi della società.

Non si entrerà nel merito di questa vicenda da un punto di vista tecnico, ma si cercherà di capire cos’è il precariato e perché è così diffuso e se c’è un modo per uscirne.

Il contesto politico nazionale non è certo dei migliori per i precari in lotta. La Giannini, ministro della Repubblica, osserva che “dobbiamo tendere sempre di più verso un modello americano, in cui la flessibilità, che è sinonimo di precarietà, è la base di tutto il sistema economico”. Precario è bello, questo sembra essere il pensiero unico dei nostri governanti.

La parola precariato deriva dal latino Prex-Pregis-Preghiera, l’etimologia è la cifra dell’epoca in cui viviamo dove la distruzione dei diritti è la norma accettata e sancita anche dalle parole. Il precariato è anche la cifra della società liberalcapitalista che determina schiavitù e sfruttamento attraverso la istituzionalizzazione di due contrapposte posizioni. Da una parte i dominanti che impongono una condizione lavorativa precarizzata, utilizzando l’arma terroristica del taglio dei trasferimenti economici e dall’altro il soggetto debole, il precario, che non può contrattare a causa della spada di Damocle che pende sulla sua testa: il ricatto della eventuale stabilizzazione

Il precario viene,così,messo nelle condizioni di dover sperare che qualcuno lo aiuti in cambio di consenso politico: posti in cambio di voti.

Tutto questo fino ad oggi, perchè il problema è sempre stato rimosso e confinato all’interno di una minoranza di siciliani, poco più di ventimila persone che sono sopravvissute grazie ai trasferimenti regionali, ma il taglio di queste risorse ha fatto esplodere il problema in tutta la sua drammaticità.

Ad Adrano si parla, ormai, di forme di lotta estreme come lo sciopero della fame.    

Da questo momento in poi i problemi di una categoria travalicano i confini di classe e investono l’intera società. Assistere alla lotta dei precari è come intraprendere un viaggio nel futuro, il futuro dei nostri figli, destinati,se non si reagirà,ad essere una generazione senza diritti che subirà un sistema che fa della macelleria sociale il suo credo. Non difesa, quindi, di una minoranza, ma rivolta contro un sistemaNon difesa, quindi, d’ufficio ma lotta anche per i nostri figli.                                                                                                        

Il crimine più grande che un sistema può compiere è quello di privare gli uomini del proprio futuro. Il precario non potendo progettare non ha futuro. Non ha la possibilità che hanno avuto i nostri padri di sognare una società migliore ma è costretto al disincanto e alla rassegnazione.

Però da qualche giorno si avverte qualcosa di nuovo. I precari di Adrano non si sono rivolti ai potenti e ai politici, a coloro cioè, che hanno creato la loro condizione di subalterni, ma si organizzano, occupano l’aula consiliare non più “sorda e grigia” ma attenta, almeno per alcuni consiglieri d’opposizione, a recepire le loro istanze, costringono il sindaco ad uscire dalla “tana” di Palazzo Bianchi e a confrontarsi. I precari hanno capito che il prossimo passo sarà quello di strutturarsi, di organizzarsi per una forma di riscatto.   

I precari che lavorano da decenni in un Comune facendo funzionare gli uffici sono “lavoratori di fatto”, sono lavoratori “a tempo indeterminato” come gli altri lavoratori comunali stabilizzati molti anni fa.

Quale sarebbe l’alternativa, farli morire di fame sull’altare della spending review?

Questo non accadrà se la società tutta, i loro colleghi per primi, faranno sentire loro la vicinanza e la solidarietà a questi uomini e a queste donne che lottano non solo per i propri diritti ma anche per i diritti di tutti. Pertanto, da parte di tutti noi, prendere una posizione a loro favore è non solo doveroso ma d’obbligo.   

Antonio Cacioppo

Il contributo dello sport nei progressi della medicina, la storia della campionessa Simeoni

in Emanuele Alì di

Nell’ambito delle attività didattiche elettive che caratterizzano la vita accademica degli studenti di medicina e chirurgia dell’Università degli studi di Catania, Sabato 30 aprile 2016, alle ore 9.30, presso l’aula magna del Policlinico di Catania, si è tenuto un congresso dal titolo: “Cultura, opportunità, risorse e barriere nella medicina di genere”; che ha visto ospite e protagonista la campionessa olimpica di salto in alto, Sara Simeoni, medaglia d’oro alle XXII Olimpiadi di Mosca nel 1980, primatista del mondo con la misura di 2.01 metri.

I professori Guglielmo Trovato e Daniela Catalano in collaborazione con l’associazione Axada, si sono occupati dell’organizzazione dell’evento, spinti dalla carenza di informazioni e conoscenze che riguardano gli aspetti dell’alimentazione e dell’attività fisica, sia in prevenzione di malattie sia nella cura di malattie. Si parla molto di fitness, di diete salutari, senza dare il giusto peso agli aspetti strettamente professionali e alle barriere culturali che esistono per un’appropriata diffusione di metodologie tecniche e abitudini di attività fisica e alimentazioni vantaggiose per la salute.

Nel corso dell’incontro, hanno preso parola il Prof. Francesco Basile che ha portato i saluti della Scuola di Medicina, seguito dal Prof. Agostino Palmeri che ha approfondito le tematiche legate ai benefici e rischi derivati dall’attività fisica.

La professoressa Daniela Catalano ha cercato di definire, le differenze tra uomo e donna in ambito medico. Se parliamo di attività fisica come terapia o come prevenzione, sicuramente le differenze diventano importanti nella prescrizione di attività fisica; questa deve essere messa in relazione alle abitudini di vita in particolare a quelle alimentari, perché intervengono direttamente in maniera circolare sui metabolismi e sugli effetti dell’attività fisica. Le principali differenze sono essenzialmente genetiche, ormonali, anatomiche oltre che culturali. Solo all’inizio degli anni ’90 i medici, iniziarono a trattare lo stato di salute o la malattia in relazione al sesso, ad aspetti socio-economici e culturali, con la nascita della medicina di genere. Le differenti motivazioni che spingono l’uomo o la donna ad intraprendere una determinata attività fisica sono pressoché culturali. Un’alimentazione piuttosto simile ci accompagna fino ai 12 anni per poi modificarsi e sottolineare le differenze che portano l’uomo a preferire carni e cibi grassi, la donna frutta e verdura. Esiste una correlazione tra integratori anabolici, diete iperproteiche e alterazioni alimentari nell’uomo, e un’ossessione per le diete restrittive nella donna. Per lui il potenziamento della massa muscolare, per lei la ricerca di una dieta, rischia di portare ad escludere nutrienti necessari all’organismo. Oggi fortunatamente con la “Dieta mediterranea”, se seguita in maniera corretta, si concilia la perdita di peso al mangiare sano, prevenendo patologie aterosclerotiche e cardiovascolari. Le differenze metaboliche tra uomo e donna riguardano: la struttura muscolare, l’uso di glucosio, il metabolismo ossidativo degli acidi grassi e le azioni ormonali sul muscolo. Nelle donne si registra una maggiore sensibilità insulinica soprattutto nell’età riproduttiva. Il metabolismo muscolare è regolato da estradiolo, adipochine e dalla risposta metabolica all’esercizio fisico, maggiore lipolisi nelle donne, meno ossidazione del glucosio nella fase post-prandiale. Queste differenze che possono diventare importanti nella preparazioni dell’atleta, vanno tenute in considerazione della salute, del benessere e della malattia. Le medicina di genere non è una medicina femminile ma è una medicina che tiene conto della persona.

È stata la Prof.ssa Catalano ad introdurre la campionessa olimpica oggi docente all’Università di Chieti, Sara Simeoni che racconta la propria carriera sportiva, soffermandosi sulle differenze di genere, sul suo contributo allo scenario sportivo odierno e sui passaggi salienti che hanno portato la medicina ad una consapevolezza nel trattamento del paziente sportivo.

La sua prima partecipazione all’Olimpiade risale al 1972, aveva solo 19 anni. Tutti erano molto scettici sulle sue capacità. Dovettero ricredersi, perché ottenne un sesto posto. Parla di un’esperienza esaltante, ha avuto la possibilità di conoscere le avversarie stranire, capendo che la preparazione che aveva seguito non era indicata per un’olimpiade, per un’atleta che si preparava per il salto in alto. La cultura del movimento nei paesi esteri, a differenza dell’Italia, partiva fin dall’infanzia e accompagnava nella crescita i bambini. Ancora oggi  si lotta nelle scuole per mettere un’ora in più di ed. fisica.

Negli anni in cui gareggiava c’erano diverse barriere, una di queste era “La barriera 1.90m” segnava il limite oltre il quale le donne non potevano sconfinare oppure rischiavano di essere considerate “alieni”. Era un peso psicologico che comportava ansia e  paura. Sara, rincuorata dalla posizione ottenuta, ha capito che con un allenamento serio avrebbe potuto confrontarsi ad armi pari con le sue avversarie

Inizia a frequentare Ed.fisica a Bologna, e successivamente andò in un centro di preparazione olimpica a Formia. Dove ha trovato un ambiente frequentato da atleti che avevano le sue stesse motivazioni a migliorare.

La vita al Centro le ha permesso di pensare ad una metodologia di allenamento che fosse più efficace. Il lavoro non finiva alla fine degli allenamenti al campo, ma continuava al di fuori con una stile di vita condizionato al raggiungimento di determinati obiettivi.

La sua generazione non concepiva che le donne praticassero sport. Lei sceglie di diventare una professionista, in anni in cui non si parlava di professionismo. La vita sacrificata allo sport, non le ha permesso di iniziare a lavorare prima, costretta oggi a lavorare fino al 2019.

Decidendo di fare sport ha rinunciato a frequentare la scuola nei periodi giusti.

Le donne hanno dovuto lottare perché erano considerate il disturbo della quiete maschile, o peggio “La ruota di scorta”. Tutte le attenzioni erano destinate agli uomini. Anche dopo aver ottenuto dei risultati da podio le atlete venivano sminuite. Nell’olimpiade del 1976, Sara Simeoni è arrivata seconda, un risultato che non aveva minimamente previsto, unica medaglia dell’atletica. Nonostante ciò doveva dimostrare di meritare di stare lì, pur non avendo nessun rivale nazionale.

Racconta un aneddoto: “A Formia, nel centro nazionale era presente un staff composto da allenatore, massaggiatore,  ecc. Nel centro molte volte capitava di allenarmi con Pietro Mennea, lui sulle piste, io sulla pedana. Usufruivamo entrambi del massaggiatore, lo staff in generale per un’eventuale terapia. Un giorno Pietro decide di andare a Milano per le gare in-door, andare via un giorno prima. Ha portato con se tutto lo staff con l’attrezzatura, privandomi della possibilità di allenarmi nel centro”

Oggi si ritiene felice e orgogliosa perché i suoi risultati e il suo modo di fare sport, hanno contribuito in qualche modo a fare avere all’atletica e allo sport femminile una considerazione diversa.

Il Salto in alto è una specialità che si basa sul praticare un certo movimento fisico, sull’esercitare una certa forza. Doveva fare un allenamento che la salvaguardasse negli anni. Non esisteva metodologia di allenamento femminile. L’unica cosa data per assodato era che la donna non avendo la stessa forza dell’uomo doveva allenarsi il doppio. Adotta il neonato Stile Fosbury che dava importanza alla velocità della rincorsa e agli angoli di posizione durante i movimenti. Era un metodo che ha ricercato insieme al suo allenatore, oggi suo marito Erminio Azzaro. Erano anni in cui i fisiologi hanno iniziato a studiare l’organismo come rispondeva ad eventuali infortuni. I dietisti realizzavano le prime diete specifiche per gli atleti.

Le parole della Simeoni: “Perdere non piace a nessuno, ma nel momento in cui perdi, fai un esame di coscienza. Quando perdi, quando non raggiungi il risultato è lì che inizi a pensare e ti chiedi che cosa ho combinato? Sono andato a letto tardi? Ho bevuto un po’ troppo? Ho fatto baldoria? Non mi sono allenata bene? Cerchi le motivazioni che ti portano al miglioramento, per non incorrere di nuovo negli stessi errori. Quando da un errore ti rialzi e ottieni un risultato buono, allora sarà difficile ricadere.”

Il congresso si è concluso con un dibattito, fortemente voluto dal Prof. Trovato, con gli studenti, con i professori e l’ospite Sara Simeoni.

Emanuele Alì

ph. Alessio Platania

Sulla strada dell’identità sociale; storia di un cammino individuale

in Biancavilla/Gisella Torrisi/News di

Il 23 aprile, per la Giornata mondiale del Libro e del Diritto d’Autore, la biblioteca comunale “Gerardo Sangiorgio” di Biancavilla diventa salotto letterario, ma anche palcoscenico e nonché cuore pulsante di un riscatto culturale che va dalle pagine di un libro fino alle ali che librano la mente.

Chi legge vola! E’ questo lo slogan con cui inizia la giornata, con un innovativo flash mob letterario.

Sono le ore 18:00 e nel cortile un sole antico illumina il pomeriggio che si schiude davanti alle parole dei primi presenti ,tra cui dei poeti del paese. La dott.ssa Margherita Messina, consulente alla cultura, in un breve colloquio, pieno di entusiasmo, racconta le attività svoltesi durante la mattinata, in cui i protagonisti principali sono stati i ragazzi e gli insegnanti dell’istituto Branchina di Adrano e dei licei di Scienze Umane ed Industriale di Biancavilla. Vari momenti si sono susseguiti: dalle visite narrate alla rappresentazione di grandi classici con Pippo Ventura, con la proiezione finale di un video realizzato dai ragazzi del liceo, con l’aiuto della prof.ssa Giuseppina Rasà, dal titolo “I nemici dei libri”, per ricordare che spesso il potere dell’informazione (soprattutto oggi, aggiungerei) veicola la verità per nasconderla, occultandone così gli scritti di coloro che vengono considerati scomodi, nel video si ricordano ad esempio: Peppino impastato,Giuseppe Fava e altri ancora. La dott.ssa Messina ringrazia anche la prof.ssa Elsa Sangiorgio e la consulente all’istruzione Rosanna Bonanno, e aggiunge:

“ho deciso di chiedere a Cinzia Sciuto di essere presente in questo giorno, perché oltre al suo essere solare e emblema di sicilianità,è anche coinvolgente, e sono sicura che con il suo calore e la sua devozione alla cultura ci emozionerà.”

Sono le 18:45, classico quarto d’ora accademico, inizia l’incontro con l’autrice, esordisce facendo presente che non ha preparato alcuna scaletta e che leggendo, cantando e intrattenendosi con il pubblico costruirà lo spettacolo poetico-musicale.

Ecco il senso interiore di lettura: leggere è ricercarsi, dopo essere stati scritti da colore che, in stati di coscienza elevata, hanno visto la propria strada;

cancia lu ventu, come direbbe la prima silloge poetica che contiene anche un cd “Nel segno di Rosa” (tradizioni etnomusicali) della cantautrice Cinzia Sciuto, ospite d’onore in questo giorno di introspezione e memoria. Tre sono le dimensioni che si avvolgeranno: l’io dell’autore presente, l’io degli autori passati (dei canti di tradizione siciliana) e l’io degli ascoltatori.

Ricuciamo la scaletta della serata, riportando alcuni versi dalla silloge di Cinzia Sciuto:

La prima poesia è l’omonima del libro; Cancia lu ventu ha un significa profondo che riguarda il viaggio in senso metafisico, all’interno della riscoperta di vivere non l’individualismo della nostra realtà psicologia, ma la consapevolezza di abitare una terra, che poi sarebbe: la terra, per Cinzia. Si sottolinea l’importanza di ritrovare il proprio cammino interiore, inoltre, in quei versi si legge l’amore di fiamme che Cinzia ha per la propria isola

Cancia lu ventu,
e si porta d’appressu la me vita
pp’abbuffuniari la morte.

Morte in riferimento all’anima, spesa senza aver trovato la chiave per quella porta ,che una volta aperta dà passione e quiete, in quegli alti e bassi mai stonati.

La seconda poesia che segue è Petra dopu petra ed è un je accuse verso la criminalità e verso quella politica che costringe ancora la Sicilia in ginocchio.

Le emozioni non si possono vedere, ma insieme all’autrice siamo riusciti a toccarle. Quando Cinzia iniziò a narrare del pavimento in cui i lavoratori stagionali, per vendemmia o per la raccolta delle olive, appoggiavano le calde membra innamorate, anche noi abbiamo sentito lo stesso gelo che contrastava il rossore della nostra guancia. Pensando all’innamorata che dormiva sullo stesso pavimento, ma in un angolo diverso del magazzino che li ospitava, si cantava, la seconda canzone non in scaletta: mi votu e mi rivoto. All’improvviso eccoci nei campi, col sole alto a mezzogiorno, portare sacchi pesanti sulla schiena e dare il nostro canto in preghiera a Sant’Agata. Dopo questo secondo canto, Cinzia decide di cantare una dolce ninna nanna che coinvolge il pubblico in maniera più diretta, oltre ad emozionarlo: La Siminzina. Tutti i presenti hanno occhi commossi e felici, forse perché sono riusciti a tornare bambini.

Gli interventi del pubblico si fanno caldi, tutti hanno capito di essere in viaggio, Cinzia si dimostra un’ottima operatrice turistica, ops, onirica. Segue un’altra poesia: t’aspittava, i versi che la concludono credo che non abbiano bisogno di essere spiegati.

Cci nciumai vesti novi all’anima nuda,
e t’accuminciai a circari
ppi li vaneddi spirduti di lu cori.

13081986_10206001810473634_981329707_nQuella rabbia che troviamo nelle prime poesie lascia spazio all’azione, si trasforma in energia positiva e la porta a cambiare se stessa, giorno dopo giorno, per riuscire a cambiare la sua amata terra. Non serve lamentarsi, o ancora più stupidamente, pensare che nulla possa cambiare ed ecco altre due poesie: figghi e fermiti. La prima riconosce che non tutti hanno quell’amore che serve a cambiare la Sicilia e non è vero che tutti i figli amano la propria madre, la propria terra. La maggioranza vive una vita frenetica, la società ci offre zero rimedi e troppi inganni, il secondo testo si rivolge dunque a quella maggioranza e con un imperativo categorico (direbbe Kant) li obbliga quasi a fermarsi a riflettere dopo avergli messo davanti bellezza e dolore.

Seguirà ancora u cantu di lu carrittieri, che con il suo carretto siciliano ci condurrà verso un altro testo poetico: la differenza, qui il vento è cambiato, la consapevolezza è ormai matura:

Sugnu pirchì vogghiu essiri,
non pozzu non essiri

A conclusione della serata altri brani musicali; riflessioni sulla libertà fisica e di pensierio, sulla cultura spesso troppo repressiva, sulla storia degli immigrati siciliani, e in conclusione, nel segno di Rosa Balistrieri: cu ti lu dissi, il canto popolare più conosciuto che tutta la sala di rappresentanza della Biblioteca comunale di Biancavilla ha… la lalalala lalalala.

Comincia come Rosa
da corda a Cinzia in *lam
per concludersi in *min
accordi accordati prima,
lei, viva, passa dal cuore.

A Cinzia Sciuto, Gisella Torrisi.

Gisella Torrisi

Addio a Luigia Ferro, poetessa di 25 anni

in Gisella Torrisi/News/Notizie dal territorio di

Ieri, 25 aprile 2016, si è suicidata la poetessa gelese Luigia Ferro di venticinque anni. E’ stata trovata morta, per voluta impiccagione, in una villetta zona balneare che confina con Butera, a Desusino. Il 19 giugno avrebbe compiuto 26 anni. L’artista era una studentessa universitaria, appassionata di letteratura, filosofia, astrologia e storia dell’esoterismo. Domani si svolgeranno i funerali  presso la chiesa del Carmelo, a Gela, ore 15:00. Non ci sono altre notizie. Ne diamo il doloroso annuncio, gli amici poeti, che la ricorderanno sempre per la sua innata intelligenza, eleganza, bellezza e luminosità. La sua anima vivrà in eterno in ogni suo verso ed in qualsiasi angolo del nostro sognare. Condividiamo, in sua memoria, una delle sue più belle poesie:

 

QUADRATO NUMERO 38

Con il guanto liscio e inossidabile
della mano tua forte e materna
ti ho visto crearmi.

Di parole in preghiera
la favola serale dei baci
mi hai lasciato fame del tuo seno.

Nel corpo mio: ormai di donna
fetale al fianco tuo
cullato dagli Ave, trovo la pace.

Gli occhi ridenti, luminati di sacro dolore
m’accendano, al pensarli,
di orgoglio adorante.

Poco importa se il tuo tramonto
non lo misuro in passi,
la mente inganna: già mi manchi.

La grazia dell’omonima
stendardo al mio incedere
non sono degna ma benedetta.

Luigia Ferro

 

Gisella Torrisi

 

 

Etna a pagamento? Un biglietto d’ingresso di 4 euro per una passeggiata tra i sentieri del Vulcano

in Ambiente/Blog/News di

Saltati i tappi per festeggiare l’arrivo del nuovo anno, il 2016 reca con sé, per aree e parchi siciliani, la sorpresa del ticket d’ingresso.  È il Decreto 20 ottobre 2015 dell’Assessorato del Territorio e dellʼAmbienteIstituzione di biglietti e servizi a pagamento nelle aree naturali protette”, pubblicato il 31 dicembre 2015 sulla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana, a regolamentare la natura a pagamento nell’isola, dando attuazione a quanto già previsto dalla Legge Regionale 9/2015 (Legge di stabilità regionale). Sia ben chiaro, non è scandalosa l’idea di mettere a reddito il patrimonio naturalistico siciliano, sia per creare nuove opportunità occupazionali, sia per il reperimento di fondi necessari a migliorare la gestione, ma diversi aspetti del decreto meritano attenzione per capire chi, cosa e quando, e mettiamoci pure dove e perché completando il must delle 5W, sono sottoposti a sbigliettamento.

Andiamo a leggere quel che c’è scritto sul Decreto che, intanto, richiama la Legge 10/99: “le somme derivanti dalla vendita dei biglietti sono acquisite dagli enti parco, dai gestori delle riserve, delle oasi naturali e delle aree attrezzate e sono destinate alla manutenzione delle aree protette e all’incremento delle dotazioni dei servizi”, che lascia già intendere come il ticket sia un modo di destinare fondi agli enti parco ed alle riserve, ai quali la Regione Siciliana non è in grado di assicurare adeguati stanziamenti economici. Per cui, già dalla premessa, il rischio di scaricare il costo dei parchi sugli amanti della natura è concreto.
Nell’Articolo 1 del decreto si legge: “è istituito il biglietto di ingresso a pagamento per l’accesso in zone o lungo peculiari itinerari di visita dei parchi e delle riserve naturali ricadenti in aree appartenenti al demanio regionale, nonché in aree a qualsiasi titolo nella disponibilità degli enti gestori.” Cosa significa? È l’intero territorio a pagamento o solo alcune aree ben individuate? E, dunque, una domanda sorge spontanea: per una passeggiata lungo un sentiero bisognerà pagare il biglietto?

L’Articolo 3 entra nel merito delle tariffe:
biglietto intero € 4,00
biglietto ridotto € 2,00
biglietto gratuito € 0,00
abbonamento settimanale € 20,00
abbonamento settimanale ridotto € 10,00
Il biglietto ridotto viene riservato, fra gli altri, ai “cittadini residenti nei comuni in cui ricade l’area protetta”. Insomma, un residente a Catania dovrà pagare per intero; un nicolosita la metà.

L’Articolo 4 prevede che l’ente gestore può prevedere anche altri servizi aggiuntivi a pagamento quali: itinerari di visita in particolari zone, visite guidate, utilizzo di rifugi, noleggi, etc. Proprio questo articolo è quello che suscita le maggiori preoccupazioni per il provvedimento in generale. Sarebbe, infatti, logico prevedere che a pagamento siano solo certi servizi, fino ad oggi non offerti. Specificare, invece, che possono essere messi a reddito i servizi aggiuntivi, fa sorgere il timore è proprio l’ingresso nell’area protetta che si dovrà pagare.
Qualcuno cita, a sproposito, il Parco d’Abruzzo, Lazio e Molise; leggendo il Regolamento dei diritti e delle tariffe del Parco d’Abruzzo, si capisce, invece, che nel maggior parco italiano si pagano soltanto alcuni servizi (campeggio, rifugi, immagini, musei, centri visita etc.).

Saranno, adesso, gli enti gestori a dover dare piena attuazione al decreto e, dunque, attendiamo con ansia di scoprire per cosa dovremo uscire del denaro.
Da quel che il decreto lascia intuire, dovrebbero esserci delle aree per le quali si dovrà sborsare unbiglietto d’ingresso e lo dovranno fare anche i residenti (ridotto) e, comunque, i cittadini dell’area etnea che storicamente sono legati al loro vulcano.
Ma cosa verrà effettivamente sottoposto a ticket? Il solo pensiero di arrivare alla Pista Altomontana e vedere un box a Serra la Nave e un altro al Brunek (senza considerare che comunque si può accedere da tanti altri luoghi) fa venire i brividi, che aumentano se i box si ipotizzano all’inizio dei sentieri: Schiena dell’Asino, Zoccolaro, Serracozzo etc. E ancora, le piste da sci di fondo saranno soggette al ticket? E gli itinerari dello sci alpinismo?
Sono in tanti che, con regolarità, si recano sull’Etna, non solo i patiti del trekking, ma anche le famiglie. Ipotizzando un ticket per l’Altomontana, quattro persone che dal cancello forestale Filiciusa-Milia raggiungono il Rifugio Giacomini (meno di due chilometri) pagherebbero 16 euro per una giornata: più di quanto costa un ingresso al lido!

E il paradosso che compare all’orizzonte è quello di un’isola impotente dinanzi agli incivili che utilizzano i boschi dell’Etna come una discarica anche di materiale pericoloso come l’eternit, ma pronta a sbattere in faccia ad una famiglia di 4 persone un ticket da 16 euro.
Ci auguriamo che il buonsenso prevalga e che consigli di prevedere un biglietto soltanto per servizi mai erogati fino ad oggi; che si approntino aree attrezzate nelle quali affittare tavoli, sedie e barbecue; che si paghino i parcheggi; che si mettano in piedi centri visite e musei; si affittino rifugi e attrezzature; si conceda a pagamento l’emblema del parco. Ma che mai, e poi mai, si debba imporre un balzello per poter continuare a vivere in libertà la nostra “muntagna”. Pensateci bene: il rischio è quello di un boomerang che abbia l’effetto di una valanga e che, alla fine, travolga tutto e tutti.

Pietro Nicosia – Etnalife.it

Checco Zalone e la “nostalgia” della Prima Repubblica: tutto esaurito anche al cinema di Etnapolis

in Blog di

Il Capodanno 2016 è Checco Zalone. Un’uscita col botto, quella di “Quo vado?”, il quarto film dell’attore comico pugliese, prodotto da Pietro Valsecchi per Medusa, con la regia di Gennaro Nunziante.

Al botteghino tutto esaurito, nelle 1200 sale cinematografiche che, da ieri, 1° gennaio, diffondono la pellicola che ridimensionerà certamente il successo di “Star Wars” e, inevitabilmente, spazzerà via i “cine-panettoni” dal solito Boldi (“Matrimonio al Sud”) al pessimo-pessimo De Sica (“Vacanze ai Caraibi”), passando per il ritrovato e simpatico Pieraccioni (“Il Professor Cenerentolo”) e la comicità di Lillo e Greg (“Natale con il boss”) . Tra i cinema “sold out” anche il “The Space” di Etnapolis: venti proiezioni, dal pomeriggio alla tarda serata, che hanno registrato in gran parte il tutto esaurito. E già diverse sono le prenotazioni di posti per gli spettacoli in programma in questo week-end.

“Quo Vado?” porta alla ribalta l’attualità italiana, con chiari riferimenti alle cosiddette riforme: dal taglio delle Province che, come si vedrà anche nel film, non produrrà gli effetti desiderati, la trasformazione del Senato e il tramonto dell’agognato posto fisso, visto come un miraggio, comodo porto prima della pensione, con tutele-privilegi, stipendi (e la tredicesima) garantiti. Parla dell’Italia, dei suoi vizi e dei suoi vezzi, pur mostrandola poco rispetto ai precedenti film. Vizi e vezzi che trovano la culla perfetta nella Prima Repubblica di cui Zalone sembra avere una forte nostalgia. Si scontrano, infatti, certezza e incertezza. La certezza degli anni Sessanta-Settanta quando la Democrazia Cristiana ingrossava gli Uffici statali, alleviando la disoccupazione, ma, al contempo, alimentando il debito pubblico; l’incertezza del futuro, fatto di ricerca continua e disperata di idee e soluzioni per rimanere sul mercato del lavoro. Non a caso, il leit motiv è senz’altro: guai a perdere il posto fisso, un pensiero inculcato dai genitori e dal “saggio” senatore Binetto (Lino Banfi).

Checco Zalone ne vedrà delle belle, non si accontenterà delle briciole di una spietata burocrate dello Stato. Non demorde: accetterà gli incarichi più strampalati e girerà i luoghi più sperduti del mondo, toccando persino il Polo Nord, pur di difendere il suo “posto” con annessi e connessi. E’ in Norvegia che troverà l’amore, quell’amore che farà sciogliere l’uomo rude che è Zalone.

Involontariamente, Checco Zalone finirà per sdoganare l’italianità, “mafia, pizza e maccheroni”, facendo semplicemente l’Italiano, con uno spiccato senso di solidarietà nei confronti delle popolazioni africane che lo accoglieranno alla fine, quasi, di un naturale “processo di conversione”.

Con il suo nuovo film, studiato in due anni, Checco Zalone-Luca Medici sfida se stesso: il record di 51 milioni di euro del suo “Sole a catinelle” sembra invalicabile: è stato il film campione di incassi di sempre in Italia, superando “La vita è bella” di Benigni. Mai dire mai. Del resto, la sua canzone “La Prima Repubblica”, dai ritmi tipici del Molleggiato, è terza nei passaggi radiofonici, dopo Steve Wonder e Justin Bieber.

 

VIDEO. La prima repubblica (Official Music Video)

Compleanni, querele annunciate e un “buco” di 27 milioni di euro al Comune di Adrano

in Antonio Cacioppo/Politica di

Siamo ormai nel bel mezzo di una crisi non più solo politica e sociale ma anche economica che sta mettendo in ginocchio Adrano.

E’ ormai certificato: il “buco” del Comune è di 27 milioni di euro. Avete capito bene: questa lungimirante classe dirigente non ha saputo gestire le risorse. Di fronte a questo disastro la nostra classe politica ancora tentenna, parla d’altro, fa il gioco delle 3 carte: colpa tua, colpa loro, colpa di chi ci ha preceduto.   Ma andiamo con ordine.

Nota n. 37972 del 30 novembre 2015, il Ministero dell’Interno risponde alla richiesta del Comune di Adrano di differimento del termine per la trasmissione della certificazione del bilancio di previsione 2015.

La risposta a tale richiesta è negativa. Le inadempienze dell’Ente sono state certificate dalla nota del Ministero.

ESCLUSIVO SYMMACHIA.IT

Nota Ministero

Perchè questi ritardi, perchè queste inadempienze? La risposta è ovvia, non ci dilungheremo più di tanto. Questa classe politica è peggiorata progressivamente, se questo è possibile, essa è ormai incapace di espletare compiti automatici e fondamentali come quello di rispettare le scadenze di atti come quello del bilancio, sia esso preventivo che consuntivo.

Potremmo approfondire queste considerazioni ma abbiamo promesso di non dilungarci. Bisogna, però, dire che mai e poi mai avremmo immaginato alcuni “veri” motivi del ritardo del Comune nell’approvare il bilancio preventivo 2015. Tutto quello che diremo è roba da non credere, ma è accaduto in una riunione ufficiale alla presenza del Sindaco e dei Consiglieri di maggioranza e d’opposizione. In quella riunione il Sindaco invitava i Consiglieri d’ opposizione ad “ad un forte gesto di responsabilità” e auspicava che “il terreno della corretta battaglia politica non sia rappresentata dalla negazione delle legittime aspettative dei soggetti deboli”.

Caspita che parole! I Consiglieri, tutti commossi, promettevano di riflettere per poi dare una risposta a cotanto appello. Anche in questo caso non stigmatizzeremo il fatto che la riunione fosse stata pretestuosa perchè aveva come scopo principale quello di scaricare sull’opposizione l’incapacità dell’Ente nel rispettare le scadenze e di nascondere l’entità della voragine debitoria. In detta riunione, improvvisamente, prendeva la parola l’Assessore che viene dai “monti”, l’Assessore Sapia. Cosa diceva la Sapia? Diceva che la colpa dei ritardi era da attribuire alla sfortuna: infatti, la data ultima indicata dal Ministero per ottenere i trasferimenti, era quella del 16 Novembrema un Consigliere compiva gli anni. Porca miseria, che sfortuna!

Per la cronaca, l’Assessore ha fatto pure nome e cognome del Consigliere ma a noi non interessa, perchè, conoscendo il Consigliere, non riteniamo possibile una simile vicenda. Noi non crederemo mai  ad una favola del genere, non è possibile, specialmente se il Consigliere in questione è una persona seria, giovane, studioso della Pubblica Amministrazione e competente come a noi risulta.

Ma ammesso e non concesso che il racconto della Sapia fosse vero, la “responsabilità” sarebbe da attribuire al consigliere giovincello o, piuttosto, ai vertici della macchina comunale? Gli stessi vertici che sono arrivati all’ultimo giorno possibile per l’approvazione del bilancio, senza peraltro rispettarne la scadenza?

E ammesso e non concesso che la Sapia abbia fatto quella narrazione (e l’ha fatta, come avrebbe tentato di ricordare anche il giovane consigliere Perni in Aula, l’8 dicembre scorso), perchè l’ha fatta? Per un eccesso di sincerità? Per stizza verso una situazione incresciosa? Per mettere in difficoltà un componente della sua stessa maggioranza? Non è dato sapere. Ma una cosa la sappiamo per certo: sulle teste dei cittadini di Adrano pende una spada di Damocle sotto forma di 27 milioni di euro. E di questo che, noi, continueremo a parlare: il gossip, le minacce più o meno velate, le lezioni di giornalismo, le lasciamo ad altri…

Antonio Cacioppo

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