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Altro che lasciare “l’impronta” sono semplicemente: i soliti ignoti

in Antonio Cacioppo/Politica di

di Antonio Cacioppo

Una banda sui generis ha messo le mani sull’amministrazione della città. Torna in mente la straordinaria definizione fatta da Rino Formica  all’Assemblea Nazionale del P.S.I. : “Corte dei miracoli di nani e ballerine”.  Allora come adesso i nani e le ballerine sono l’effetto collaterale della crisi della democrazia che porta alla  ribalta “impresentabili”, uomini senza rappresentanze se non le loro clientele, che si lanciano in esperienze amministrative e politiche di cui non si raccapezzano dando soluzioni cervellotiche, per cui alla fine la cura risulta peggiore della malattia.

  • Assessori Ombra che si occupano di bilancio comunale con il risultato di contribuire al fallimento dei comuni.
  • Coordinatori Politici che nel bel mezzo di una trattativa, al fine di pilotarne la soluzione voluta, si vedono beneficiati (legittimamente) di somme spettanti .
  • Assessori occultie pur palesi che sgovernano la città mentre gli assessori ufficiali restano senza deleghe per mesi e mesi.
  • Politici che si improvvisano esperti di rifiuti con il risultato di rimanerne seppelliti.
  • Faccendieri che scorazzano per la città per improbabili mediazioni.

Siamo nelle loro mani, nelle mani di nessuno. Non c’è da stare allegri. Bisogna sdramatizzare e per farlo si deve far ricorso ai grandi maestri del cinema italiano, perchè hanno saputo immortalare la tragicità comica dei costumi italiani.

Infatti più che “cambiare passo” sembra di tornare alla fine degli anni 50, ai protagonisti del capolavoro di Mario Monicelli: I SOLITI IGNOTI 

E come nel film, il clima attuale ci impone di affrontare i tragici momenti che viviamo con leggerezza, cercando un sorriso, anche se amaro, per le gesta degli antichi e moderni appartenenti alla banda del buco.

“Peppe er Pantera” Gasman

“Tiberio Braschi” Mastroianni

“Carmelina Nicosia” Cardinale

“Capanelle” Pisacane

e il più grande fra tutti il maestro “Dante Cruciani” Toto’, l’anziano del gruppo che deve insegnare alla banda come aprire “la Camera” cioè la cassaforte.

Ogni riferimento a fatti o persone di oggi è assolutamente voluto. 

I soliti ignoti

Il piano è infallibile: entrate nell’appartamento attiguo alla sede del Monte di Pietà, bucare il muro e rubare la cassaforte.

Il colpo finisce sui giornali perchè le autorità non riescono a spiegare come mai è stata scassinata una finestra, buttato giù un muro per sedere a tavola e mangiare un piatto di pasta e ceci.

Pasta e ceci, di questo si tratta. 

L’inettitudine emersa nel compiere la rapina da un lato riempie di tenertezza per questo gruppo di ladri scalcagnato e sprovveduto, dall’atro come un gruppo di disperati pensa a come dare una soluzione ai loro problemi.

I personaggi sono accompagnati dall’aurea del fallimento e la loro catastrofe tragicomica riflette la frustrazione del mancato adeguamento alle regole e ai valori ( lealtà- onore- legalità).

E’ incredibile come le assonanze tra ieri e oggi siano evidenti: allora la crisi economica come sfondo dei personaggi di Monicelli, oggi una nuova grave crisi economica che fa da sfondo alle gesta dei neoeroi della neobanda del buco.

Ma l’assonanza non si limita solo alla crisi economica, c’è da sfondo anche la crisi dei valori, drammatica e inesorabile.

Infatti i personaggi del grande regista erano dediti, per sopravvivere, al malaffare, quelli di oggi, sempre per sopravvivere, dediti alla prostituzione politica. 

L’unica differenza è che i primi sono vestiti con abiti laceri i secondi con abiti griffati.

Monicelli descrive dei poveracci, emarginati, reietti, oggi questi personaggi si sono trasformati in poveri di valori in giacca e cravatta, emarginati di principi, in reietti della politica in voltagabbana e traditori. 

Oggi come allora è questo il SEGNO DEI TEMPI. 

Altro che lasciare “l’Impronta” sono semplicemente:

” I SOLITI IGNOTI “

“Lo Stato e la mafia sono due poteri che occupano lo stesso posto. O si fanno la guerra, o si mettono d’accordo”

in Antonio Cacioppo/Bacheca di

di Antonio Cacioppo

Ho avuto, in questi giorni, la malaugurata idea di commentare su Facebook il post di un mio caro ex alunno che si esprimeva sulle tesi del prof. Fiandaca che, in un recente saggio, “La mafia non ha vinto”, sostiene la liceità della trattativa Stato-mafia. Questo ha innescato un dibattito tra coloro i quali sono pro e contro le tesi del Fiandaca.

Devo ammettere che i favorevoli alle tesi del professore palermitano hanno avuto la meglio perchè si sono dimostrati immediatamente più realisti, più moderati, più preparati e perché, depositari, come sono, della verità, hanno marchiato, nei fatti, gli “avversari” di moralismo e giustizialismo.

D’altro canto si tratta di giovani intellettuali ed esperti di diritto e prossimi a diventare classe dirigente… terrorizzante, vero? Per farla breve il dibattito finisce quando uno dei”giustizialisti” getta la spugna con questo commento: “forse voi avete la stoffa per fare gli statisti… io no, io sono un povero ragazzo stufo di vivere in un luogo dove la mafia ha più potere dello Stato… A questo punto Falcone e Borsellino sono dei coglioni: si sono fatti ammazzare per liberare dalla schiavitù mafiosa un popolo che crede legittima la trattativa”. Parole terribili, vere e pesanti come pietre che mi hanno amareggiato e indotto a delle riflessioni sulla condizione culturale dei giovani che, a mio avviso, è diventata una vera emergenza. Non voglio cadere nelle solite banalità, per cui i giovani di una volta erano migliori. Non è così.

La differenza sta, invece, nelle diverse opportunità e nei modelli di riferimento tra i giovani di ieri e di oggi. Non tutti ma una elite di ragazzi di ieri aveva buone opportunità per il proprio futuro, forti di una società che garantiva loro diritti e riferimenti e modelli valoriali come: Nietzsche, Mao, Maritain, Primo de Rivera, Che Guevara, Codreanu, Celine, Del Noce, Pasolini, Marx, Evola, De Benoist, a seconda se si militava a destra, a sinistra o al centro.

A prescindere dall’identità e dell’appartenenza (parole ormai desuete) tutti sognavano un mondo migliore da conquistare con una rivoluzione figlia di una carica utopica che caratterizzava quegli anni “incendiari”. Oggi i giovani hanno nuovi e più attuali modelli, cresciuti come sono a pane e “grande fratello”, ispirano la loro azione a degli intellettuali del calibro della De Filippi e a rivoluzionari come Giletti e si commuovono davanti alla televisione “del dolore” dell’eroina contemporanea Barbara D’Urso. Ma sembrerebbe, per fortuna, che non tutti siano così, i migliori tra i ragazzi di oggi sembra abbiano scelto nuovi riferimenti valoriali, eroi, maestri di pensiero e portatori del nuovo “Verbo anti-antimafia”: il prof. Fiandaca. Si!, avete capito bene da Falcone e Borsellino a Fiandaca. Ma chi è questo nuovo Maitre a penser per questi giovani?

E’ l’estensore di alcuni saggi dove l’autore sostiene che la trattativa Stato-mafia, se mai ci fosse stata, fu lecita anche perché, sostiene il giurista siciliano, servì a salvare molte vite dei cittadini oltre a quelle di alcuni politici. Peccato, però, che non salvo’ uno strenuo oppositore della trattativa: Borsellino.

Vorremmo tranquillizzare l’illustre studioso, in realtà non ci fu nessuna trattativa perché lo Stato aveva concesso in “comodato d’uso” la Sicilia a Cosa nostra in cambio di voti e protezione.

Incredibile l’eventuale trattativa Stato – mafia sarebbe, per questi giovani, lecita. E lo stato di diritto? E i morti ammazzati? Non importa. Ma la cosa più incredibile non è tutto questo, cioè che un candidato trombato alle elezioni europee come Fiandaca che si avvale, nella stesura dei suoi libri, dell’avvocato Enzo Musco, difensore di Mori, sostenga le tesi sopraddette ma che alcuni giovani stiano dalla sua parte. Questi giovani – dispiace dirlo – sono la prova provata di un decadimento intellettuale morale e culturale.

Viene da pensare che questi ragazzi fanno delle scelte simili per non pensare, sembrano vivere nell’attesa, in uno stato di sospensione. Non reagiscono al disfacimento morale e sociale, si adeguano al conformismo e all’egoismo, al pensiero unico e diventano “complici”dei loro carnefici, proprio così “complici dei loro carnefici o ancora meglio complici dei nostri carnefici.

In una realtà come quella italiana fatta di macerie morali, in assenza di conflitti e di reazioni alle iniquità e alla precarizzazione delle loro vite, questi giovani, terrorizzati dal loro stesso conformismo cercano una fuga, cercano di inventarsi nuovi “eroi” per allontanare le paure provenienti dall’incapacità di progettare il futuro. I giovani stanno male, sono fragili, il loro male, però, non è esistenziale il loro male è la mancanza di valori: il Nichilismo.

Il nichilismo provoca loro disorientamento, incertezza per l’avvenire, depressione. Non hanno sogni né speranze, né fiducia in sé stessi, appartengono ad un tempo che Miguel Benasayag ha definito “L’epoca delle passioni tristi”.

Ecco, forse, la loro caratterizzazione più specifica è la tristezza. Ma fino a quando ci saranno ragazzi ancora capaci di indignarsi, (“sono stufo di vivere in un luogo dove la mafia ha più potere dello Stato”), di stupirsi del fatto che altri giovani siano in preda al nichilismo, vale la pena impegnarsi per aiutare le nuove generazioni ad uscire dalle secche etiche in cui è precipitata la società. Fino a quando il salone di Villa delle Favare si riempirà di giovani per ricordare Falcone (leggi il post dell’iniziativa di Symmachia) e si percepirà forte, fortissima l’emozione, che alla fine della manifestazione si è trasformata in pianto di commozione e di rabbia, allora per quelle lacrime varrà la pena lavorare per creare le condizioni per una vera e rivoluzione culturale e generazionale. Io amo questi ragazzi. Io amo Falcone e Borsellino.

L’istruzione non è una merce. La scuola non è un’azienda

in Antonio Cacioppo/Controcultura di

“Capetti improvvisati vogliono fare anche del preside un piccolo boss di paese. Senza insegnarli il comando,senza prepararlo alla leadership … gli danno infatti il potere e la responsabilità di assumere docenti per cooptazione e di premiare il merito e punire il demerito distribuendo denaro .E tutti capiscono che, solo per l’effetto annuncio, la famosa stanza del preside sta già diventando l’ufficio raccomandazioni e suppliche di quel proletariato intellettuale di cui parlava Salvemini”. (F. Merlo)

La scuola italiana sembra svegliarsi da un lungo torpore. Scioperi, assemblee, seminari, appelli. La mobilitazione del 5 Maggio ha mandato in tilt la scuola. Non poteva andare che così dopo che il ministro Giannini ha definito squadristi un gruppo di docenti che la contestavano. Sulla stessa lunghezza d’onda di dileggio il ministro Poletti, quello delle cene con i protagonisti diMafia-Capitale,che dichiara di volere diminuire le vacanze della scuola. Raro esempio di ignoranza da parte del ministro,infatti gli insegnanti sono impegnati fino a metà Luglio con gli esami e rientrano a scuola a fine Agosto per far riparare gli alunni rimandati.

Per non parlare del sotto segretario Faraone che parla dei docenti come di una “ minoranza chiassosa “. Dimenticando che è a questa minoranza che viene affidata la formazione delle nuove generazioni. Una categoria paziente, mite che non protesta nemmeno per la mancanza di un contratto di lavoro bloccato da sette anni,una categoria che per meno di mille e cinquecento euro al mese si occupa non solo di insegnamento ma di legalità,educazione stradale,psicologia,bullismo,assistenza sociale,alimentazione, rifiuti.

Oggi questa categoria decide di scendere in piazza per contestare una “riforma”che ha come obbiettivi:

1) L’aziendalizzazione della scuola.

2) La rimozione della cultura.

3) Il potenziamento della scuola privata.

4) Il concretizzarsi del Preside-manager.

L’aziendalizzazione della scuola.

Debiti formativi,crediti scolastici,sono espressioni desunte dal mondo della finanza e tipico del progetto neo-liberale della competizione di mercato che trasforma gli studenti in merce. La riforma prevede la possibilità di finanziamenti privati della scuola pubblica. E’ chiaro che le aziende potranno influenzare le scelte educative degli istituti creando di fatto scuole d’eccellenza, quelle del Nord e scuole ghetto, quelle del Sud per gli evidenti contesti economici delle due Italie. Ma il vero motore della riforma è il “piano di miglioramento”e di “qualità”,dietro cui si nasconde in realtà il subdolo tentativo di introdurre a scuola un sistema di controllo del “ management per obiettivi”.

Obiettivi, la parola magica , i docenti e i loro obbiettivi. Ma quali obiettivi? Chiaro! quelli delle aziende,quelli dei privati,quelli dei “portatori di interessi”. La riforma Thatcheriana che vuole trasformare la libertà d’insegnamento in formazione per le aziende.

La rimozione della cultura.

La logica del profitto distrugge dalle fondamenta la scuola che basa la sua essenza sul “ sapere in se”e non sulla capacità di produrre guadagni. Didattica,centralità dello studente e dell’insegnante,formazione umana sono valori spariti dall’orizzonte della scuola renziana.

La riforma manca di un asse culturale che di fatto nasconde il vuoto etico di chi l’ha pensata. Dietro pedagogismi,burocratismi,circolari,griglie di valutazione,quiz,relazioni e programmazioni chilometriche si nasconde il tentativo di svuotare la preparazione e le competenze dei professori,di distruggere il ruolo e la possibilità di formare i futuri cittadini a favore di pure logiche di mercato.

“Un paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi,perché le risorse mancano,o i costi sono eccessivi . Un paese che demolisce la scuola è già governato da quelli che della diffusione del sapere hanno solo da perdere”. (Italo Calvino).

Potenziamento della scuola privata.

Articolo 33 della Costituzione: “enti privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione,senza oneri per lo stato”. Ma come si può rispettare questo dettato costituzionale se si irridono i lavoratori della scuola, tagliando il personale e le risorse? Per contro si assicura alle scuole private la defiscalizzazione della retta con un tetto massimo di 400 euro ad alunno. Questo ci costerà cento milioni di euro.

Il tutto mentre le scuole pubbliche cadono a pezzi.

Presidi-manager.

Lo strapotere assegnato dal ddl ai presidi-podestà consiste nella sua capacità di assumere secondo un criterio di discrezionalità senza precedenti. I Presidi detteranno le linee a degli insegnanti che dovranno,obtorto collo,subire il pensiero unico e l’allineamento dei cervelli. E per chi non si allinea? Trasferito,non incentivato economicamente,ridotto al silenzio.

L’accentramento del potere nelle mani del Preside-caporale determinerà il restringersi drammatico degli spazi di democrazia e di libertà e lo svuotamento di fatto di tutti gli organismi di rappresentanza: collegio docenti,consigli di classe ecc. Sarà creato “un registro nazionale dei docenti”per tenerli sotto controllo in una specie di grande fratello di Orwelliana memoria, per controllare chi si allinea ai “piani di miglioramento”e chi,invece, è riottoso e non intende piegarsi. Ma perché non si ci può fidare dei Presidi-sceriffo?

Semplice,perché,per esempio in Sicilia, nell’ultimo concorso a preside, la commissione “riuscì”a correggere 1400 compiti,ognuno dei quali di dieci pagine per un totale di 14000 pagine in tre ore e “sorvolando” su orrori ortografici e grammaticali. Fioccarono i ricorsi e il concorso fu annullato. Tutto finito,neanche per sogno,i trecento promossi furono salvati da una “Manina amica”,una legge nazionale.

La barbarie è dietro l’angolo.

I docenti verranno piegati alle regole della scuola-azienda e della scuola-quiz. E’accettabile la versione che mette in discussione la libertà d’insegnamento,la collegialità delle decisioni? E’accettabile il ridimensionamento del collegio docenti nella sua capacità di progettare l’attività scolastica? E’accettabile riservare al manager-preside la valutazione del lavoro per quanto riguarda la qualità dell’intervento didattico dei professori? E’ accettabile la possibilità per i dirigenti scolastici di decidere la mobilità,la valutazione,il salario accessorio,fuori dalle legittime sedi contrattuali?

E’ accettabile che il Dirigente Scolastico sia valutatore, reclutatore,uomo forte circondato da uno staff acritico di maggiordomi?

Non è questa forse una sospensione della libertà? Non accettarlo è un imperativo categorico e spetta a noi.

Nel ricordo di Giovanni Falcone, raccontiamo Nino Di Matteo. Affinché la storia non si ripeta

in Blog/Calogero Rapisarda/Politica di

Giovanni Falcone non avrebbe voluto essere commemorato. Lui non voleva che si ricordasse la sua morte, ma quella della mafia. Invece ancora una volta “cosa nostra” ha vinto; ha vinto perché noi non abbiamo combattuto insieme a quelli che oggi chiamiamo eroi, ma li abbiamo lasciati soli. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano appena concluso una battaglia e quando lo stato avrebbe dovuto mettergli a disposizione le armi per vincere la guerra, ha preferito lasciarli soli, ha optato per la trattativa, ha decretato il loro martirio.

Oggi possiamo fare a meno di ricordare Falcone e faremmo meglio a sostenere coloro che ancora rischiano ciò che rischiò lui, affinché la storia non si ripeta. Per questo, oggi 23 Maggio, 23 anni dopo la strage di Capaci, voglio raccontarvi la storia di un grande uomo, fortunatamente in vita: Nino Di Matteo.

Nino Di Matteo ha 53 anni, un uomo alto e robusto. Siciliano. E’ cresciuto a Palermo, ha condotto processi contro boss, servizi segreti e mandanti di attentati mafiosi, ha fatto luce sugli omicidi di giudici. Conosce il DNA della mafia fin nella più minuscola molecola. Vive sotto scorta da 22 anni. Quando nacquero i suoi due figli le guardie del corpo lo accompagnarono fino in sala parto. Di Matteo è uno di quei giovani magistrati che vegliò la bara di Borsellino. Quel momento dell’estate del 1992 divenne un punto di svolta per un’intera generazione di magistrati antimafia italiani. Il sangue dei due giudici non era ancora asciutto, che lo Stato italiano aveva già capitolato e stava negoziando con la mafia.

Questo patto tra Stato e mafia aleggia ancora oggi sull’Italia come una nube tossica. Nino Di Matteo guida il processo che si pone come obiettivo di svelare il patto dietro al quale si cela il più sordido segreto di famiglia italiano. “L’accusa che noi muoviamo non è quella di aver trattato con la mafia. E’ eticamente riprovevole, ma penalmente non punibile”, dice Di Matteo in una intervista nel corridoio gelato dell’aula bunker. “Accusiamo gli imputati di aver fatto da ambasciatori per le richieste mafiose”. Quando parla del suo processo, non un battito di ciglia in Nino Di Matteo tradisce quanto gli sia costato derubare lui della sua libertà e la sua famiglia di una vita normale. Soppesa le parole oculatamente, perché sa che ciascuna di esse potrà essere usata contro di lui.

Ad ogni udienza i boss sotto accusa sono in collegamento video dai carceri di massima sicurezza: sui teleschermi disseminati per tutta la sala si vedono uomini anziani con occhiali da lettura e pullover di lana. I politici e i servitori dello Stato accusati inviano i loro legali. Perché se sedessero tutti insieme sul banco degli imputati, le connessioni tra Stato e mafia smetterebbero di essere invisibili, assumerebbero dei volti. Come il volto arrossato dell’ex ministro degli Interni Nicola Mancino. Oppure il viso un po’ pasciuto dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi, attualmente in carcere per concorso in associazione mafiosa. La faccia baffuta da topo del generale dei carabinieri Mario Mori.

Il suo collega Antonio Subranni serrerebbe ancor di più le sue labbra sottili. Tutti loro dovrebbero sedere sul banco degli imputati accanto a boss mafiosi come Totò Riina e suo cognato Leoluca Bagarella. E questo vogliono impedirlo a qualsiasi costo. Quando nel 2013 fu aperto il processo, i giornali titolavano: “Lo Stato processa se stesso”. Tuttavia continua ad esserci poco interesse.

Per molti italiani la trattativa è il peccato originale della Seconda Repubblica, che fu proclamata quando nel 1994 Berlusconi salì al potere. Il patto tra lo Stato e la mafia è il grembo da cui tutto ha avuto origine: l’inizio del predominio di una classe politica che aveva fraternizzato con la mafia. Il patto in Italia ha avuto come conseguenza un decadimento morale senza precedenti: la corruzione diventò un peccato veniale e l’ambiente fu distrutto senza scrupoli. E poiché questo patto tra Stato e mafia perdura ancora oggi, il magistrato competente Nino Di Matteo è sorvegliato da 42 guardie del corpo. “Probabilmente questo mi ha salvato la vita”, dice Nino Di Matteo.

Intanto il boss Totò Riina è stato intercettato nel cortile del carcere mentre raccontava ad un altro boss del progetto di esecuzione per Di Matteo, che deve essere fatto a pezzi “come un tonno”. Il boss detenuto Vito Galatolo, figlio di un’antica famiglia mafiosa, voleva alleggerirsi la coscienza e ha fatto sapere a Di Matteo che i preparativi per l’attentato contro di lui erano già in fase avanzata: i boss avrebbero raccolto 600.000 euro per acquistare 150 chili di esplosivo. Nino di Matteo dice: “Quando una cosa del genere diventa pubblica, occorre ovviamente tranquillizzare la famiglia.” Fa una lunga pausa e osserva: “Anche se non c’è proprio nulla di cui star tranquilli.”

In una giornata di udienza sul banco dei testimoni è salito anche un sacerdote: don Fabio Fabbri. Monsignor Fabbri era stato chiamato a depositare in quanto, si dice, conosceva bene Pertini, Giulio Andreotti e persino il Papa, ma quando si trovò a rispondere alle domande di Nino Di Matteo si capì subito che non poteva reggere il confronto. Infatti dopo qualche minuto in cui il parroco fece finta di essere tondo l’intera aula è raggelata quando il Monsignore fu costretto ad ammettere di essersi consigliato con un amico dei servizi segreti su come riuscire ad impedire la sua deposizione davanti alla corte. Già, i Servizi Segreti. Sono proprio questi i momenti in cui si percepisce quanto sia pericoloso questo processo per la rete di agenti segreti, di servitori infedeli dello Stato e di politici. E così nel corso delle indagini viene fuori che agenti dei servizi entravano ed uscivano dal carcere di massima sicurezza per controllare i boss detenuti e soffocare sul nascere possibili confessioni, come accadde per il boss Antonino Gioé, che fu trovato strangolato nella sua cella. E da quando nell’estate 2014 il procuratore generale di Palermo indaga su questo oscuro ruolo dei servizi segreti nel carcere di massima sicurezza, trova sulla sua scrivania del Palazzo di Giustizia una lettera di minacce, e non da parte della mafia.

Le caratteristiche formali della lettera lasciano intuire essere proveniente dall’ambito dei cosiddetti servizi segreti “deviati”. Non solo nella lettera viene descritta nei dettagli la sua casa, ma gli viene anche intimato di “rimettersi in riga” e di non sottovalutare “l’intelligenza altrui”. Perché “non facciamo eroi”, che sta a significare che oltre alla morte esistono altre possibilità per annientare una persona. Successivamente si viene a sapere che quando la lettera è stata messa sulla scrivania del procuratore le telecamere erano spente. Stasi all’italiana. A confronto con questa realtà “House of Cards” (serie tv statunitense che narra gli intrighi del potere ambientata a Washington) è un teatrino di marionette. Monsignor Fabbri non è l’unico che in questo processo cerca di impedire la propria deposizione. L’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino a questo scopo ha tirato in ballo nientemeno che l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. I nastri di questa telefonata si sono dovuti distruggere su ordine di Napolitano. Da allora aleggia il sospetto che non si sia trattato di tutelare la privacy del presidente, ma piuttosto di insabbiare il patto tra Stato e mafia. Tanto più che il suo consigliere giuridico in una missiva al presidente esprimeva il timore “di essere stato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi” negli anni degli attentati mafiosi. Da lì a poco il consigliere personale muore per infarto a soli 64 anni. “Mentre corteggiava la mafia, lo Stato ha ottenuto esattamente il contrario: non la fine degli attentati, bensì altre bombe”, dice Nino Di Matteo nel suo ufficio a Palazzo di Giustizia. Appese al muro, alle sue spalle, targhette in ricordo di indagini internazionali, un crocifisso e le foto dei magistrati uccisi Falcone e Borsellino. Parla in modo vistosamente lento, come qualcuno consapevole della fugacità dell’attimo.

Che il patto tra mafia e lo stato italiano non sia mai venuto meno, lo si può leggere non solo nelle minacce di morte a Di Matteo, anche il silenzio da parte dei politici al governo ha un che di spettrale. Senza sostegno politico a Nino Di Matteo non resta altro che affidarsi alle sue guardie del corpo, finché sarà possibile. Non può nemmeno andare a mangiare una pizza, fare una gita al mare con i suoi figli, andare al cinema. È prigioniero. “Spesso rifletto sul fatto che in Italia c’è un grande desiderio di giustizia che pesa sulle spalle di pochi”, dice Di Matteo. Alcuni (pochissimi) avrebbero visto bene Nino Di Matteo come Presidente della Repubblica. Ma il Consiglio Superiore della Magistratura gli nega la promozione che gli spetta e colleghi preoccupati per la sua ascesa prendono le distanze da lui. Questo accadde anche a Falcone e Borsellino, Nino Di Matteo lo sa. “Sì”, dice tranquillo, “è triste che non abbiamo imparato nulla dal passato.”

Calogero Rapisarda

“IL FRESCO PROFUMO DI LIBERTA’ – IN RICORDO DI GIOVANNI FALCONE, DELLA MOGLIE E DEGLI AGENTI DELLA SCORTA”

Pomeriggio, ore 18, Villa delle Favare, Biancavilla.

Ma quant’è bella Bruxelles! E io? Perchè devo lavorare?

in Ludovico Vitale di
Meno di un anno fa abbiamo scelto, democraticamente, i nostri “eurodeputati”. Oggi, sulla base di dati resi pubblici, facciamo un resoconto dei deputati che abbiamo eletto in Sicilia.
9500 elettori ad Adrano, 7500 elettori a Biancavilla, oltre che il resto degli elettori siciliani hanno scelto Caterina Chinnici, Salvatore Cicu, Ignazio Corrao, Michela Giuffrida, Giovanni La Via e Salvo Pogliese.
Costoro presentano un duplice requisito: sono stati eletti nella circoscrizione isole e, in quanto siciliani di nascita, fanno politica in Sicilia (motivo per cui escludiamo coloro eletti nella circoscrizione isole ma appartenenti, politicamente, alla Sardegna).
Li abbiamo messi in ordine meramente alfabetico onde evitare equivoci, accuse di imparzialità e quant’altro.
Come ho già detto si tratta di un’analisi sull’operato, sul lavoro svolto, chiamatelo un po’ come volete. Utilizzeremo dati pubblici consultabili, quindi, da chiunque.
Per quanto riguarda la partecipazione alle votazioni ufficiali d’assemblea (e non dunque di commissione) la media è generalmente alta. Andiamo dal 92% di La Via (NCD) al 99% della Chinnici (PD).
Se invece analizziamo il lavoro nelle commissioni la situazione muta eccome.
I più presenti in aula sono Cicu (Forza Italia), La Via, Giuffrida (PD) e Chinnici risultando, complessivamente, tra i primi 100 parlamentari più presenti. Nella media Corrao (M5S), quasi totalmente assente Pogliese (Forza Italia).
Il lavoro in commissione, come tutti sanno, non consta però solo di presenze. Gli atti che (quantitativamente) possono testimoniare un certo impegno e che dunque portiamo alla vostra attenzione saranno domande, mozioni ed opinioni.
In tal senso tra i parlamentari più attivi, non soltanto italiani, vi è Ignazio Corrao. Constatiamo un elevato ammontare di interventi anche per il professor La Via.
Una media decisamente bassa per quanto riguarda la Chinnici, la Giuffrida e Cicu.
Salvo Pogliese si rivelerebbe, invece, tra i “peggiori” europarlamentari. Pogliese risulta infatti tra gli ultimi posti per quanto riguarda le mozioni presentate. Non va troppo meglio su domande ed opinioni.
Da un analisi generale possiamo comunque desumere che, visto l’alto numero di presenze in votazione, questi signori che abbiamo eletto, chi più chi meno, vota esclusivamente su indicazione del gruppo parlamentare di appartenenza, senza dare troppa importanza alle voci di coloro che hanno contribuito alla loro elezione (gli elettori).
Questo dato, quello del voto pressoché inconsapevole, va accompagnato da un altro dato: quello del loro stipendio. Questo non lo faccio con la solita retorica di chi lamenta un alto stipendio del politico, ma con l’intenzione di aprire una riflessione. Nel mercato del lavoro di oggi una cosa è certa: più ore lavori più guadagni. Meno lavori e meno guadagni. Dovrebbe essere così, ed in realtà non lo è. E questi deputati sono la palese dimostrazione.
Ad uno stipendio base, di 7655€ per mensilità lavorativa deve aggiungersi un’indennità per ogni giorno di presenza (per votazione, lavoro in commissione e quant’altro) di 304€. Altri 4299€ al mese vanno loro di diritto purché vengano utilizzati per attività concernenti l’esercizio del loro mandato (trasmissione atti a Parlamento nazionale, acquisto computer, invio posta e così via). E ancora 4200 € al mese vincolati alle spese di viaggi entro i confini comunitari (aerei, taxi, treni).
I giorni di ferie non determinano in alcun modo diminuzione dello stipendio. Infine, oltre a poter utilizzare le autovetture ufficiali del Parlamento quando si trovano a Strasburgo e Bruxelles, i deputati hanno a disposizione anche un centro fitness con piscina, sale per massaggi, allenamento, squash, fisioterapia, solarium, saune, centro estetico aperto dal lunedì mattina fino al venerdì con corsi di yoga, body sculpt, kick boxing e zumba.
Non amo la retorica ma la situazione è sotto gli occhi di tutti. Lascio quindi liberi di commentare tutti i lettori.
Con la speranza che i nostri delegati primeggino nelle classifiche di produttività e sappiano portare all’attenzione di un organo troppo importante nelle dinamiche odierne (il Parlamento Europeo) tutte le problematiche che questa terra si porta addosso, problematiche sulle quali hanno condotto e vinto la loro campagna elettorale.

Non esistono eroi, esistono solo uomini. Non esistono regole, ma scelte. Difendi il tuo futuro

in Antonio Cacioppo di

Una generazione senza ideali e senza passione politica, in un contesto sociale in disfacimento e deprivato culturalmente.  Una generazione provata da una crisi economica di portata storica. Una generazione i cui componenti non lavorano e quando ci riescono si tratta di lavoro precario, dove lo sfruttamento bestiale è la regola. Ma il dramma per i giovani non è tanto e solo lo sfruttamento economico ma l’essere costretti a prostituirsi al potente per poter sopravvivere e sopportare la più oscena delle ingiustizie che si nasconde dietro l’infame ideologia inventata per emarginare ancora di più i giovani: il “Giovanilismo”.

I giovani vengono elogiati, branditi, coccolati, alcune volte amorevolmente rimproverati (bamboccioni) da certi padri che hanno escogitato questa ideologia. E sono proprio gli adulti che tengono ai margini i giovani, trasmettendo loro concetti lontani dalla politica nel significato più nobile del termine.

Gli adulti hanno trasformato i giovani in vecchi, incapaci di progettare, di sognare, di abbandonarsi alla sublimazione delle utopie.

Hanno trasformato i giovani in tanti piccoli ragionieri che pensano soltanto sulla base del concetto dare-avere.

E i giovani si sono arresi, per lungo tempo, e si sono fatti annientare da un’altra ideologia dominante, forse più pericolosa della precedente perché più subdola perché capace di ammaliarli, stregarli, conquistarli: l’ideologia della “Forma-Merce”.

Una volta si sognava la rivoluzione, un mondo migliore,nuove forme di giustizia sociale, più ampi spazi di libertà, oggi si sogna lo smartphone. Tutti si convertono all’unica religione rimasta quella del Mercato, incoronato dal liberismo capitalista, a nuovo dio che ha eretto le nuove cattedrali nei centri commerciali. Le vecchie teologie vengono sostituite da una nuova teologia: l’Economia.

Ma il dramma di una condizione simile si trasforma in tragedia per il fatto che i giovani, oggi, vivono questa situazione in forma ambivalente.

Da una parte la progressiva “precarizzazione” della loro vita e del loro futuro, la spoliazione di ogni loro diritto e dall’altra parte un male ancora, se possibile, più insidioso, l’incapacità di porre in essere forme di Rivolta al sistema.

Il mercato continua a massacrarli, la macelleria sociale è palese e in loro non si nota nessuna forma di reazione, quasi che si trattasse di una forma gigantesca di Sindrome di Stoccolma (“Gli uomini lottano per la loro schiavitù come se si trattasse della loro libertà”. Spinoza).

Delusi, arrabbiati, indifferenti o semplicemente disincantati e incapaci di ribellarsi, i giovani se la prendono con la politica.

Questo è un grave errore di prospettiva perché pensano che la politica sia quella  che certi loro papà hanno insegnato loro: Clientelismo – Vendersi -Tradire. Spesso, non sanno, forse, che c’è una politica buona, alta, nobile che pone le sue basi su fondamenti e valori spirituali.  Ma, per fortuna, non tutti i giovani la pensano alla stessa maniera.

Da qualche tempo a questa parte si incomincia a notare un cambiamento, lo si nota bene facendo certi lavori come l’insegnante: i ragazzi cominciano a partecipare, non si rifugiano più nel disimpegno. Chiedono, parlano esprimono opinioni, vibrano di fronte a certi concetti. Se chiedi loro  un progetto sulla legalità si entusiasmano, si commuovono.

Si mobilitano con entusiasmo, sciamano per gli svincoli della 284, esibiscono cartelli, parlano con la gente, raccolgono firme. Si entusiasmano per la vittoria di contrada Capici che qualche “furbetto del quartierino” voleva scippare, li vedi dialogare con gli abitanti del quartiere ,gli vedi brillare gli occhi e sogni che, finalmente, una nuova generazione stia prendendo forma.

Ma per capire la portata di questa inversione di tendenza bisogna guardare il luogo del nuovo dibattito politico. La morte delle ideologie novecentesche e la conseguente crisi della forma-partito ha liberato nuove forme della politica che si concretizza in una nuova forma-partito: la Rete e le Associazioni.

Nella rete e nelle associazioni si vede il nuovo interesse giovanile per la politica, l’attenzione per il territorio, il bisogno di occuparsi dei quartieri degradati.

Internet offre formidabili opportunità di conoscenza al servizio di una nuova politica, oltre alle opportunità organizzative per giovani che si pongono nella prospettiva della polis. E’ questa la strada giusta,bisogna proporre nuovi modelli.

La società mercantilistica sarà sconfitta da coloro i quali veicoleranno certe idee e valori nella rete.

Reagire. Protestare ora. Prima che sia troppo tardi.

– Contestare per impaurire i tiranni;

– Contestare per scuotere gli indifferenti;

– Contestare per destare i paurosi;

– Contestare gli utili idioti, servi sciocchi dei potenti.

Una protesta contro una società cloroformizzata dal consumismo.

Una protesta contro questo modello di sviluppo terribile.

Una protesta liberatoria che dia speranza per il futuro.

“La mia è una visione apocalittica. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che la produce,non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo,il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo,semplicemente non sarei qui,tra voi,a parlare.” Pier Paolo Pasolini

 

Il decalogo del venduto

in Antonio Cacioppo/Bacheca di

“E’ disprezzato il vile, il pauroso, il meschino, colui che pensa alla sua angusta utilità; similmente lo sfiduciato, col suo sguardo servile, colui che si rende abietto, la specie canina di uomini che si lascia maltrattare, l’elemosinante adulatore e soprattutto il mentitore”.

                                                                                            Nietzsche

 

Popolo di poeti, eroi e voltagabbana

DECALOGO DEL VENDUTO

  1. IL VENDUTO SI ALLEA CON IL VENDUTO.
  2. IL VENDUTO HA SEMPRE LA FACCIA DI CIRCOSTANZA, QUELLA DELL’IPOCRITA.
  3. IL VENDUTO NON HA MAI UNA POSIZIONE DEFINITA.
  4. IL VENDUTO NON DICE MAI QUELLO CHE PENSA, MA QUELLO CHE GLI CONVIENE.
  5. IL VENDUTO SORRIDE SE IL CAPO RACCONTA BARZELLETTE, ANCHE SE IDIOTE.
  6. IL VENDUTO SEGUE SEMPRE CHI HA IL POTERE E CI TIENE AD AVERE BUONI RAPPORTI CON TUTTI.
  7. IL VENDUTO HA COME FINE IL VENDERSI PER IL PURO PIACERE DI VENDERSI.
  8. IL VENDUTO SE SI ARRABBIA NON ATTACCA MAI, PERCHÉ È PAVIDO.
  9. IL VENDUTO SPARLA CON TE DEGLI ALTRI E CON GLI ALTRI DI TE.
  10. IL VENDUTO È SEMPRE IN UN POSTO NON PER LE SUE CAPACITÀ, MA PER LA SUA ABILITÀ DI FINGERE DI AVERNE.

 

Tipologia del Venduto

  1. Per bisogno;
  2. Per natura;
  3. Per molto;
  4. Per poco;
  5. Per paura.

 

Sinonimi

  1. Ambidestro;                                                                  11. Fedifrago;
  2. Multiuso;                                                                        12. Informatore;
  3. Transgenico;                                                                  13. Spergiuro;
  4. Bipartisan;                                                                      14. Delatore;
  5. Transfugo;                                                                       15. Assoldato;
  6. Prostituto;                                                                       16. Mercenario;
  7. Rinnegato;                                                                       17. Comprato;
  8. Traditore;                                                                         18. Pagato;
  9. Apostata;                                                                         19. Prezzolato;
  10. Disertore;                                                                         20. Salta fosso.

 

Ogni riferimento a fatti, persone o cose è assolutamente dovuto.

Svanito il sogno di non morire democristiani. Ma poteva finire peggio

in Antonio Cacioppo di

Il sogno di qualcuno di non morire democristiani svanisce con l’elezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica.

Su questo avvenimento si sprecano e si sprecheranno innumerevoli commenti, ma una cosa appare certa: l’inadeguatezza dei politici di oggi e l’assoluto bisogno di attingere dal passato politici degni di questo nome.

Oggi la classe dirigente è selezionata da poteri esterni alla politica o nel migliore dei casi nei Talk-show, mentre i politici della prima repubblica crescevano nelle giovanili dei partiti.

Ma entriamo nel merito della questione, bisogna essere onesti, anche i più grandi detrattori di Matteo Renzi devono ammettere che il premier esce da trionfatore in questa vicenda. In un sol colpo Renzi sbaraglia tutti i tavoli e manda a gambe in aria avversari e alleati.

Vediamo, nel dettaglio, una rapida valutazione da attribuire ai maggiori protagonisti:

Vincitori

Renzi: voto 10

– perché ha fatto eleggere una persona schiva che predilige restare nell’ombra e che non rischierà di oscurare la leader-ship del primo ministro;

perché ha ricompattato il PD. Infatti la minoranza è rimasta spiazzata: impossibile dire di no a un candidato come Mattarella;

perché è riuscito nel miracolo di incassare il sì di Sinistra Ecologia e Libertà di Vendola;

perché ha distrutto Berlusconi, come appare chiaro dalle parole di Fitto che chiede:”l’azzeramento totale nel partito e nei gruppi parlamentari dopo il totale fallimento politico del “Nazareno”.

Sconfitti

Berlusconi: voto 3

– perchè si è fidato di Renzi e confidato nel Patto del Nazareno;

– perchè adesso ha un per di più si ritrova nelle mani un partito in rivolta, con almeno 70 “franchi soccorritori” del Presidente;

Alfano: voto 1

– clamorsa figuraccia del Ministro dell’Interno. Prima il Nuovo Centrodestra, il suo partito e di cui è segretario, si accorda con Forza Italia, poi minaccia di non partecipare al voto, poi quella che sembrava essere la decisione finale: si vota scheda bianca. Infine, giro di valzer – immaginiamo dopo una chiamata di Renzi –  fa votare Mattarella;

Grillo: voto 4

– perchè non ha colto l’occasione per candidare Prodi o Bersani o lo stesso Mattarella. Avrebbe così messo alle corde il lacerato PD. Ma la “malattia del web” ha imposto le “quirinarie” dando il tempo a Renzi di presentare Mattarella. Risultato: ulteriore fuoriuscita di altri 10 parlamentari. Fallimento su tutta la linea.

Cosa accadrà adesso? Nulla.

Il Presidente è una brava persona (non volendo prendere in considerazione le voci su componenti della sua famiglia e i tre milioni di lire in buoni benzina che avrebbe preso dal costruttore Salamone in odore di mafia) e non ha nessun potere per cambiare le sorti di questo sventurato Paese.

Chiusi i giochi di palazzo sullo sfondo si intravede la sagoma dell’Italia maciullata da una economia in frantumi, un paese che ha perso la propria sovranità a favore della BCE, un paese che ha visto il prevalere di forze che hanno cancellato i diritti più importanti impoverendo milioni di cittadini. Bello è stato da parte del Presidente averlo ricordato.

Malgrado la sensazione che Mattarella sembri  un’immagine in bianco e nero rivista in 3D, auguri Presidente, ne ha proprio bisogno.

 

Brevi cenni sul nuovo Presidente

Come già ampiamente riportato nel pezzo biografico curato da Vincenzo Ventura e pubblicato ieri da Symmachia.it (leggi qui l’articolo), si ricordano alcune cenni del neo Capo dello Stato:

Sergio Mattarella classe 1941 è uno dei fondatori del PD,  di estrazione democristiana, della sinistra DC. Più volte deputato, fu uno dei ministri che nel 1990 si dimise per contrastare l’ascesa dell’ex Cavaliere come” padrone”delle TV private. E’ fratello di Piersanti, il presidente della Regione Siciliana ucciso dalla mafia.

Presterà giuramento in Parlamento come dodicesimo Presidente della Repubblica italiana martedì prossimo 3 febbraio.

Le “manovre” di Palazzo. Donna al volante pericolo costante

in Ludovico Vitale di

C’eravamo lasciati, un mese fa circa, con una rosa di nomi, la quale rosa, rispetto a quelle pervenute alľopinione pubblica in questi giorni, rimane pressocchè simile, con qualche nome in meno e qualcun altro in più.
Rosa, già, come il nome di una donna. Eccezion fatta per Anna Finocchiaro ed Emma Bonino che hanno possibilità minime di farcela, sono tutti uomini coloro che ambiscono a diventare capo di stato.
Tuttavia il sottoscritto non crede a quel proverbio, ragion per cui dopo le grandi manovre di palazzo si teme un incidente (o pericolo “costante”).
Provando a ricalcare ľimpostazione di chi sta giocando questa delicata partita possiamo difatti tirare le somme e giungere ad una scaletta di dinamiche che inizieranno con il primo voto e termineranno con il prossimo presidente.
Mattarella e Amato sembrano i favoritissimi, si aspettava solo il ‘si’ di Berlusconi, che ovviamente non è arrivato.
Renzi dichiara comunque che il nome verrà fuori al quarto scrutinio (quando la maggioranza richiesta si riduce).
Il Movimento 5 Stelle inserisce nella propria lista Prodi e Bersani (poco simpatici agli occhi delľex cavaliere).
Quel che resta delle opposizioni, interne ed esterne ai partiti che stanno giocando ďattacco, tifa contro ľasse tra Renzi e Berlusconi.
Tutto “normale”.
Sarà dunque normale se alle prime tre “chiame” i nemici del ‘Patto del Nazareno’ proveranno a dare forza a un nome che spiazzerebbe Renzi costringendolo a scegliere se mantenere o rompere il patto con Berlusconi. Sarà normale che i grandi elettori sfrutteranno questo voto per ringraziare qualcuno o vendicarsi per qualcosa.
Sarà normale se, ancora per una volta, non ci sarà una donna. Io mi auguro di no.
Quel che è quasi certo è che il prossimo capo di stato sarà una persona legata in qualche modo al PD. Sia che lo elegga Forza Italia, sia che non lo elegga.
Finocchiaro, Mattarella, Chiamparino, Fassino, Veltroni, Bassanini, Prodi e Bersani, con Amato asso nella manica in caso di empasse istituzionale.
Ma le manovre di palazzo non smettono mai di stupire, quindi aspettiamoci di tutto.
In fin dei conti chi si sta eleggendo, soltanto il Presidente della Repubblica, no?

Io NON sono Charlie

in Antonio Cacioppo di

I fatti di Parigi segnano un clima di anteguerra. Nei prossimi mesi si assisterà ad una escalation di atti terroristici, prove tecniche per una nuova guerra, preannunciata dai teorici dello scontro tra civiltà (Samuel P. Huntington).

Secondo questa scuola di pensiero, lo scontro vedrà da una parte i “nuovi barbari” arabo-musulmani, tagliatori di teste, kamikaze che si faranno esplodere al grido di “Allah Akbar” e, dall’altra, il mondo “libero”, per intenderci il mondo bianco, laico, protestante.

In questo clima di caccia alle streghe, tutti coloro che non si schiereranno tra un fondamentalismo retrogrado e violento e un Occidente malato, privo di valori, d’identità e unito solo dalla logica di mercato saranno emarginati e sospettati di intelligenza con il nemico.

Questo è il tempo degli avvoltoi, il tempo di chi dice:

“C’è una matrice religiosa negli attentati”;

“Il nemico è l’islam”;

“Non esiste l’islam moderato”;

“La religione, cristiana o musulmana, è fondamentalismo, pregiudizio, dogmatismo”;

“La società laica è, invece, pacifica” (ricordate le guerre laiche e umanitarie?);

e la più grottesca di tutti:

“L’immigrazione clandestina porta i terroristi in Europa”.

Idioti, i protagonisti degli ultimi attentati sono nati in Francia, sono nostri figli.

In questa gigantesca farsa si inserisce la strumentalizzazione delle recenti parole del Papa:

“Ognuno ha non solo la libertà o il diritto ma anche l’obbligo di dire quello che pensa se ritiene che aiuti il bene comune, un deputato, un senatore, se non dice qual è la buona strada non fa bene. Avere questa libertà, ma senza offendere, perché è vero che non si può reagire violentemente ma se il dottor Gasbarri, mio amico caro, dice una parolaccia contro la mia mamma, si aspetti un pugno. Perché non si può provocare, insultare, ridicolizzare, la fede degli altri”.

Apriti cielo. Per qualche idiota, il Papa avrebbe giustificato il terrorismo.

In realtà la verità è un’altra: non si capisce, o non si vuol capire, il profondo messaggio dietro quelle parole. Il Papa ha semplicemente condannato alcuni aspetti dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese: il laicismo innalzato a religione di stato, la perdita di ogni rapporto con il sacro e la condanna di un occidente secolarizzato e piegato su posizioni materialistiche, consumistiche, edonistiche.

Difendere la libertà di espressione, cari lor signori, non equivale ad offendere la religione altrui.

La satira critica, sbeffeggia, non offende.

Per finire vorrei fare un atto di fede:

– io sono il presepe;

– io sono la civiltà araba presente nel mio territorio;

– io sono la Chiesa Medioevale che salvò l’Europa dalle barbarie;

– io sono Al Saladin, tenace, coraggioso, magnanimo con i nemici;

– io sono Federico II, stupor mundi, protettore della cultura, fautore dell’incontro tra la cultura araba, greca e latina;

– io sono le duemila persone uccise dagli integralisti a Damaturre e che non hanno provocato cortei e proteste;

– io sono l’eroe musulmano che ha nascosto i francesi nella cella-frigorifera del negozio preso d’assalto;

IO SONO UN UOMO CHE NON SI PIEGA AL PENSIERO UNICO DELLA GLOBALIZZAZIONE .

IO NON SONO CHARLIE 

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