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Io NON sono Charlie

in Antonio Cacioppo di

I fatti di Parigi segnano un clima di anteguerra. Nei prossimi mesi si assisterà ad una escalation di atti terroristici, prove tecniche per una nuova guerra, preannunciata dai teorici dello scontro tra civiltà (Samuel P. Huntington).

Secondo questa scuola di pensiero, lo scontro vedrà da una parte i “nuovi barbari” arabo-musulmani, tagliatori di teste, kamikaze che si faranno esplodere al grido di “Allah Akbar” e, dall’altra, il mondo “libero”, per intenderci il mondo bianco, laico, protestante.

In questo clima di caccia alle streghe, tutti coloro che non si schiereranno tra un fondamentalismo retrogrado e violento e un Occidente malato, privo di valori, d’identità e unito solo dalla logica di mercato saranno emarginati e sospettati di intelligenza con il nemico.

Questo è il tempo degli avvoltoi, il tempo di chi dice:

“C’è una matrice religiosa negli attentati”;

“Il nemico è l’islam”;

“Non esiste l’islam moderato”;

“La religione, cristiana o musulmana, è fondamentalismo, pregiudizio, dogmatismo”;

“La società laica è, invece, pacifica” (ricordate le guerre laiche e umanitarie?);

e la più grottesca di tutti:

“L’immigrazione clandestina porta i terroristi in Europa”.

Idioti, i protagonisti degli ultimi attentati sono nati in Francia, sono nostri figli.

In questa gigantesca farsa si inserisce la strumentalizzazione delle recenti parole del Papa:

“Ognuno ha non solo la libertà o il diritto ma anche l’obbligo di dire quello che pensa se ritiene che aiuti il bene comune, un deputato, un senatore, se non dice qual è la buona strada non fa bene. Avere questa libertà, ma senza offendere, perché è vero che non si può reagire violentemente ma se il dottor Gasbarri, mio amico caro, dice una parolaccia contro la mia mamma, si aspetti un pugno. Perché non si può provocare, insultare, ridicolizzare, la fede degli altri”.

Apriti cielo. Per qualche idiota, il Papa avrebbe giustificato il terrorismo.

In realtà la verità è un’altra: non si capisce, o non si vuol capire, il profondo messaggio dietro quelle parole. Il Papa ha semplicemente condannato alcuni aspetti dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese: il laicismo innalzato a religione di stato, la perdita di ogni rapporto con il sacro e la condanna di un occidente secolarizzato e piegato su posizioni materialistiche, consumistiche, edonistiche.

Difendere la libertà di espressione, cari lor signori, non equivale ad offendere la religione altrui.

La satira critica, sbeffeggia, non offende.

Per finire vorrei fare un atto di fede:

– io sono il presepe;

– io sono la civiltà araba presente nel mio territorio;

– io sono la Chiesa Medioevale che salvò l’Europa dalle barbarie;

– io sono Al Saladin, tenace, coraggioso, magnanimo con i nemici;

– io sono Federico II, stupor mundi, protettore della cultura, fautore dell’incontro tra la cultura araba, greca e latina;

– io sono le duemila persone uccise dagli integralisti a Damaturre e che non hanno provocato cortei e proteste;

– io sono l’eroe musulmano che ha nascosto i francesi nella cella-frigorifera del negozio preso d’assalto;

IO SONO UN UOMO CHE NON SI PIEGA AL PENSIERO UNICO DELLA GLOBALIZZAZIONE .

IO NON SONO CHARLIE 

Chi sarà il prossimo inquilino del Quirinale?

in Ludovico Vitale di
Questa sera il presidente Giorgio Napolitano, nel consueto messaggio agli italiani, a reti unificate, confermerà l'intenzione di lasciare la presidenza della Repubblica entro metà gennaio.
A poche ore dal 2015, Ludovico Vitale della redazione di Symmachia.it ha elaborato anche per noi un toto-nomi per la "successione" al Quirinale, un pò come accade in molte redazioni giornalistiche.

Il collateralismo tra testate giornalistiche nazionali e l’elezione del Capo di Stato è oramai ben noto all’opinione pubblica. Sia perchè certi giornalisti tentano di indovinare il nome del successore, sia perchè dietro ai più grossi quotidiani nazionali ci stanno quei grossi imprenditori e gruppi di potere che condizionano i partiti (finanziandoli) ed il loro indirizzo politico. Prima di fare i nomi occorre dunque provare a distinguere 4 aree, quelle attualmente presenti in parlamento e quelle più rappresentative dei gruppi di potere giornalistici e non.

Se da un lato abbiamo il MoVimento 5 Stelle supportato da “Il Fatto Quotidiano”, dall’altro avremo il PD coadiuvato da Repubblica e Debenedetti, passando per Il Giornale, Libero e Il Foglio, quotidiani espressione del mondo vicino a Forza Italia per finire con i quotidiani figli di Confinfustria (Il Corriere, La Stampa, Il Mattino, Il Messaggero) dietro cui si celano i Caltagirone, gli Agnelli e tutta quell’imprenditoria dei salotti buoni che sostiene le forze parlamentari eredi della vecchia DC.

Procrdiamo con ordine. Ogni gruppo di potere ha il suo candidato ideale. Il gioco sta nel riuscire a individuare il candidato di maggiore gradimento tra di essi.

I candidati del centrosinistra sono Prodi, D’alema, Grasso Chiamparino e Bassanini. Per il primo sono poche le possibilità di vederlo al colle viste le precedenti elezioni. D’alema sarebbe più gradito a Berlusconi (e al Foglio) che non a Renzi. Pietro Grasso attualmente è Presidente del Senato e in passato è stato Procuratore nazionale Antimafia. Gradito a Repubblica, ai democristiani e malgrado un passato da magistrato anche ai quotidiani “berlusconiani”. Chiamparino potrebbe essere la sorpesa dell’ultima ora, in quanto gradito amministratore locale e un profilo non odiato da nessuno. Bassanini (a cui si deve molto quanto a liberalizzazioni) attualmente è il presidente della cassa depositi e prestiti. È un profilo veramente elevato per immaginarlo al Quirinale, ma chissà.

I candidati “berlusconiani”, liberali o craxiani che siano hanno poche possibilità di salire, visti i numeri in Parlamento. Essi sono Gianni Letta (sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri), Giuliano Amato (già due volte presidente del consiglio), Carlo Scognamiglio (ex ministro della difesa e Presidente del Senato) e Marcello Pera (filosofo, anch’egli fu Presidente del Senato).

I candidati “democristiani” invece si dividono tra profili istituzionali e profili internazionali. Spicca su tutti Sabino Cassese, ministro della funzione pubblica con Ciampi e poi presidente della Corte Costituzionale. È il nome più gradito (assieme ad Amato) di Napolitano. Mario Draghi (presidente della Banca Centrale Europea) sarebbe un profilo ideale, in quanto conosciutissimo a livello internazionale, preparatissimo in economia e si trova aldilà delle parti. Sarebbe un antitodo al vociferato commissariamento ma significa lasciare ad altri una poltrona importante per l’Italia e di prestigio per il “candidato”. Pier Carlo Padoan è l’attuale ministro dell’Economia, conosciuto e stimato a livello internazionale, ma non v’è certezza che il parlamento in seduta comune voti un uomo estraneo alla politica. Infine un nome che farebbe piacere a molti, quello di Piero Angela, giornalista, divulgatore scientifico ed economista. Un profilo alto e di gradimento nell’opinione pubblica ma slegato da tutti i gruppi di potere e forse per questo poco immaginabile al Colle.

Tra i candidati graditi al Movimento 5 Stelle e al Fatto Quotidiano i nomi che possono raccogliere più consensi in Parlamento sono quelli dei giuristi Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelski.

Una nota, infine, per i candidati “donna”. L’evergreen Emma Bonino, raccoglierebbe consensi trasversalmente, è stata commissario europeo e quindi ha un ottimo curriculum internazionale. Se ne parla sempre ma non si realizza mai, chissà. Poche chance invece per la giurista Marta Cartabia.

Con la speranza che non sia la redazione di Symmachia a bruciare i nomi fatti fin d’ora, vi assicuriamo che il prossimo inquilino del quirinale NON sarà nessuna di queste persone.

Ludovico Vitale

Usura. Contra natura ma ex lege

in Vincenzo Russo di

L’usura è sempre stata oggetto di condanna da parte di pensatori, scrittori e poeti. Aristotele, Dante, Shakespeare, Dostoevskij, Pound, Pirandello, sono solo alcuni tra quelli che hanno avuto qualcosa da ridire. A ciò si aggiunga la secolare tradizione cristiana che considera l’usuraio un ladro del tutto particolare: ladro di tempo. Il suo furto è particolarmente odioso perché ruba a Dio. Cosa vende in effetti l’usuraio, se non il tempo che intercorre tra il momento in cui presta e quello in cui viene rimborsato con l’interesse? Ma il tempo non appartiene che a Dio. Ladro di tempo, l’usuraio è un ladro del patrimonio di Dio. Grazie al purgatorio, però, anche l’usuraio che mostra un serio pentimento può salvarsi. E, d’altronde, la Chiesa non ha mai condannato tutte le forme d’interesse. La condanna assoluta dell’usura nel tredicesimo secolo fu essenzialmente dovuta all’elevatezza dell’interesse del prestito usuraio.

I grandi poeti hanno compreso e descritto la natura scandalosa dell’usura al pari o forse meglio dei teologi. Dante, che colloca gli strozzini tra bestemmiatori e sodomiti e li descrive come bestie accovacciate sulla sabbia resa incandescente da una pioggia di fiamme che tentano inutilmente di spegnere le fiammelle cadute, proprio nel secolo del trionfo dell’usura, dirà:

E perché l’usuriere altra via tene

per sé natura e per la sua seguace

dispregia, poi ch’in altro pon la spene.

In un tempo più vicino, nell’ombra dell’infame Shylock, ricco usuraio del “Mercante di Venezia” di Shakespeare, Ezra Pound afferma:

Usura soffoca il figlio nel ventre

arresta il giovane drudo,

cede il letto a vecchi decrepiti

si frappone tra i giovani sposi

                                   CONTRO NATURA.

Di solito si parla di usura al singolare. Ma l’usura ha molte facce. Già dal tredicesimo secolo appare in diversi documenti il termine al plurale: usurae; proprio a voler descrivere un mostro a più teste, un’idra. L’usura si presenta sotto forma di una molteplicità di pratiche, rendendo sempre difficile la fissazione di limiti giuridici tra il lecito e l’illecito nelle operazioni di prestito con interessi. Ed è per questo che nel 1996 intervenne nel nostro paese un’apposita legge; il lodevole intento era di mettere ordine e di stabilire dei limiti in una materia complessa e perfida come quella dell’usura.

Peccato che, nonostante la secolare, poderosa, levata di scudi contro l’usura, nonché una sempre maggiore presa di coscienza della società e delle istituzioni, il nostro legislatore ha avuto la spudoratezza di mettere il cappello su una perversa normativa. Il D. L. 70/2011 (che ha modificato la legge del ’96, mitigandone in parte gli effetti distorsivi) definisce, infatti, il tasso di usura come quello medio maggiorato di una certa percentuale. Con esattezza, dal 14 maggio 2011 il limite è pari al tasso medio segnalato dagli intermediari aumentato di un quarto, cui si aggiungono quattro punti percentuali. La differenza tra il limite e il tasso medio non può essere superiore a otto punti percentuali.

Ora, la conseguenza di tale automatismo è che se le banche decidono autonomamente (anche in modo subdolo e collusivo) di alzare i tassi, quello di usura viene spostato sempre più in alto con il solo limite dell’otto per cento rispetto a quello medio precedente. Il rischio è che le banche possano scegliere di fissare gli interessi sulla base del tasso soglia dell’usura (sensibilmente più alto di quello di mercato) magari diminuito di qualche punto, alimentando così continui rialzi. E stando a un articolo del prof. Beppe Scienza (pubblicato su il Fatto Quotidiano del 9 ottobre 2013) pare che una tale sciagurata prassi sia già adottata da qualche istituto di credito.

Probabilmente, i “vigili” parlamentari che hanno votato il testo di legge non si sono accorti (o cosa?) di essere complici di quel banchiere boia descritto da Pirandello nel frangente in cui con “la tremante delicatezza delle sue grosse mani” abbottona la camicia bianca intorno al collo del suo figliolo. Le stesse mani che domani strozzeranno il malcapitato.

                                                                                               http://lavocedellidiota.wordpress.com

 

Vorrebbero metterci il bavaglio, vorrebbero metterlo ai cittadini. Ma non ci riusciranno

in Calogero Rapisarda di

Non dar spazio alla protesta significa non dar spazio all’opinione altrui.

Il sindaco (degli amici, solo dei suoi amici, a quanto pare) ha espressamente fatto capire che non dà alcuna importanza al pensiero dei cittadini, cercando di scoraggiare chi vuol far sentire forte e chiara la sua voce.

In pratica vuole calpestare uno dei diritti fondamentali della nostra costituzione, sancito all’art.21(“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”). 

Egli non ha rispetto dei suoi “datori di lavoro” e noi abbiamo tutto il dovere (oltre che il diritto, non calpestabile suo malgrado) di non arrenderci e di fare sentire ancora più forte le nostre opinioni, le nostre proposte, le nostre critiche, perché amministrare significa prendersi cura della cosa pubblica, della cosa di tutti, anche di chi non è suo amico.

Per questo farebbe bene ad aprire le orecchie e ricevere le istanze altrui, invece di tapparle e parlare a vanvera.

Adrano abusiva, Adrano abusata

in Ludovico Vitale di

Quando si parla di abusivismo, e lo si fa con riferimento ad Adrano, vengono in mente svariate circostanze.
Si pensa, ad esempio, agli abusi edilizi, che potevano essere “sanati” mediante una dazione di danaro, la quale spesso (e volentieri) veniva, e viene tutt’ora, condonata.
Si pensa alle micro-discariche abusive, frutto in primis dell’inciviltà, regnante sovrana, ed anche dell’incapacità di trovare un rimedio al problema rifiuti.

Quasi mai si pensa ai mercati rionali (per intenderci, il mercato nel quartiere di San Leo il martedì ed il venerdì mattina).
Lì dovrebbero essere assegnate delle postazioni che permettono ai singoli rivenditori di poter sistemare la propria roba. Ed in effetti, nella maggior parte dei casi avviene ciò.
Tuttavia, mediante testimonianze orali (che rimangono tali, fin quando non si potrà avere una prova migliore), e non per questo frutto di immaginazione, siamo giunti a conoscenza di un episodio (che sia circoscritto o che sia d’abitudine questo non si sa) parecchio spiacevole.
Un ragazzo di colore stava appostandosi nella propria postazione regolarmente assegnata. Solo che degli ignoti adraniti, approfittando della sua condizione, con atti intimidatori e (si direbbe) violenti hanno fatto si che il ragazzo si togliesse per far posto a loro. E quando ci si è chiesti se ciò fosse possibile, quando qualcuno ha provato a capire cosa stava succedendo, chi di dovere non ha svolto il suo compito. In totale silenzio, quasi a voler giustificare gli attori dell’ignobile gesto. Un silenzio assenso. Un silenzio assordante.
Un silenzio indice che il mancato rispetto delle regole, da parte di chi dovrebbe rispettarle e di chi dovrebbe farle rispettare, porta ad abusi. Abusi, intesi come errori, come distorsioni di ciò che dovrebbe essere.

Ed è per questo che, forse, le cose non cambiano. Non è un discorso moralista o giustizialista, anzi.
Nell’eterna guerra dei due mondi, tra i buoni e i cattivi, tra i sedicenti onesti e i disonesti, si è prodotto poco o nulla. Sterilità, frutto (contingente) di una guerra. Perché non si è mai fatta una distinzione tra moralità pubblica e moralità privata. Perché a casa propria si può lasciar la spazzatura dove si vuole (dubito che lo si faccia), mentre fuori da casa propria, cioè a casa di tutti, la si deve lasciare quando e dove le regole generali (giuste o sbagliate che siano) stabiliscono.
Perché se si è chiamati a svolgere un ruolo di comando e si è a casa propria si può fare, nei limiti del normale, ciò che si vuole (un  padre di famiglia può educare il figlio a questo piuttosto che a quell’altro valore).
Ma se si è classe dirigente, se si è, dunque, amministrazione comunale, amministrazione territoriale, amministrazione dei servizi, bisogna comportarsi in una certa maniera. Il dovere di adempiere ai propri doveri non si può sintetizzare in una mera operazione di facciata, nell’apparire belli, con un auto modesta, con l’aria sicura.

Si deve stare con la schiena dritta, senza farsi mettere sotto scacco, senza sentirsi (o essere) ricattati.
Compito di tutti, compito, quindi, di nessuno. Mentre persone, quartieri, servizi vengono abusati.

Il sistema di potere, i corpi estranei e la battaglia delle idee

in Antonio Cacioppo di

La retorica dell’impegno per il bene comune non inganna più. La politica ha perso la capacità di far sognare e di far emergere le passioni.

E’ ormai convinzione di tutti che le motivazioni che spingono i politici sono il desiderio di conquistare una posizione migliore per se stessi.

Se a questo si aggiunge l’improvvisazione e l’impreparazione, il quadro è completo.

Pessimismo, esasperazione, collera sono ormai le parole d’ordine.

Per tutto questo, Symmachia ha deciso di esserci, di scendere in campo affinché si potesse arginare il declino di Adrano.

Il risultato elettorale – per alcuni lusinghiero – ha messo Symmachia e Azione civica in una condizione di ago della bilancia.

Si scelse – si disse allora – il “male minore” (Ferrante) per arginare il ritorno di una opzione politica (Mancuso) che tanto danno ha fatto alla nostra comunità.

L’elezioni si sono concluse con una vittoria schiacciante che ha visto decisive le forze di Symmachia e Azione Civica. Ma la presenza di queste due realtà nella nuova Amministrazione ha determinato l’allarme rosso, lanciato dalla vecchia classe dirigente.

I sette Consiglieri comunali e i due Assessori vengono percepiti come un’armata “populista” pronta a far irruzione nel Palazzo.

I guastatori “Symmachi” sono lì per turbare la consociativa gestione del potere.

Una nuova figura: il Burocrate-Politico

Una lettura superficiale della situazione burocratica-amministrativa può portare a delle considerazioni sbagliate, come quella per cui vi è una netta distinzione tra politici e burocrati.

Secondo noi, invece, oggi non vi è nessuna differenza. Anzi, la commistione tra i due ruoli, un tempo distinti, è tale che ad Adrano è nata una nuova figura: il Burocrate-Politico.

E’ risaputo da tutti che alcuni politici, alcuni consiglieri comunali, i cosiddetti “assessori ombra”, stazionano negli Uffici comunali, “controllano”, in sinergia, la macchina amministrativa, “consigliano” le decisioni, “scelgono” le priorità degli interventi.

Questo “sistema” di potere capillare (oserei dire, maniacale), grazie al quale esiste un controllo puntuale degli Uffici, viene giustificato con l’alibi della presunta inefficienza degli impiegati comunali.

E’ probabile che un sistema di potere di questo tipo preveda che i burocrati non vengano selezionati e scelti sulla base della meritocrazia, ma attraverso la relazione tra gli stessi e i politici. I dirigenti così scelti “dipendono” esclusivamente dai politici.

Naturalmente una simile burocrazia, che deve tutto alla politica, non avrà mai l’interesse ad ostacolare, ma diventerà schiava, e nello stesso tempo padrona, perché queste due anime del governo della città avranno tutto l’interesse a perseguire i propri disegni.

Questo innaturale connubio ha dato vita ad una nuova oligarchia che sta uccidendo Adrano. Ora si comprende come Symmachia rappresenti un corpo estraneo per questo vecchio e arrugginito potere che deve passare alle contromisure perché:

  • “Questi sono scemi”;
  • “Pretendono efficienza”;
  • “Pretendono velocità”;
  • “Che cosa si sono messi in testa?”;
  • “Girano a vuoto”.

Gli “anticorpi” contro le forze del cambiamento

Il Burocrate-Politico cerca di mettere in circolo gli anticorpi contro le forze del cambiamento, alimentando una campagna propagandistica agevolata dal controllo, quasi totale, dei mezzi di comunicazione.

L’apparato oligarchico a questo punto non ha altra scelta: rovesciare sui nuovi arrivati la responsabilità dei problemi, con delle invettive di questo tono: “non sono capaci”, “non hanno pazienza”, “non hanno cultura di governo”.

Symmachia e Azione civica sono così costrette a difendersi, con una serie di documenti, di interrogazioni in  Consiglio comunale e ulteriori perplessità che verranno palesate mediante prossimi interventi per mettere in rilievo alcune drammatiche realtà:

  • Enel sole;
  • Piano Regolatore Generale;
  • Allagamento di Contrada Naviccia;
  • Commissariato di Polizia;
  • Contrada Capoci;
  • Mercato Ortofrutticolo.

La reazione non si fa attendere i Burocrati-Politici, minacciati dalle forze del cambiamento, indossano le vesti che gli sono proprie: l’arroganza.

Il Burocrate-Politico più in alto (il Sindaco) si reca in Tv e, con fare supponente, scarica sui dimissionari assessori ogni responsabilità, facendo trapelare la sensazione che le dimissioni sono state da lui vissute con un gran sospiro di sollievo. Adesso – spiega in parole semplici il Sindaco – ci penso io, “vediamo se la Anzalone ha dalla sua tutti i Consiglieri”.

Si da il via a contatti di tutti i tipi, telefonati, ammiccamenti, aperture, faccendieri che fanno ambasciate.

Niente. I consiglieri non cedono.

Cosa fare? A questo punto i Burocrati-Politici sono nel panico. Ma la campagna elettorale per le Europee li distoglie dal problema: devono cercare i voti per il grande burocrate politico brontese.

Catastrofe, una manciata di voti, utili, forse, ad eleggere un Consigliere comunale.

Un Sindaco, un Presidente del consiglio, otto Consiglieri comunali, quattro Assessori ufficiali, e almeno quattro ombra, associazioni, circoli, cooperative partoriscono il topolino di 600 voti circa.

Una domanda sorgono spontanea: il Sindaco e i suoi sodali hanno capito perché malgrado si detenga il potere non si raccoglie il consenso?

No, non lo hanno evidentemente capito.

Tutte le questioni poste da Symmachia vengono derubricate a irresponsabilità e sfascismo.

E’ evidente che questa classe dirigente al potere nega l’evidenza, vive in una dimensione irreale, dove la distanza tra Palazzo e gente è grandissima.

Si arriva al paradosso di pensare di essere bravi amministratori, di aver fatto miracoli, come quello di aver tinto di blu il cielo di Adrano con orribili tensostrutture per propagandate per Palazzetti dello Sport.

Questa classe dirigente tenta di rimuovere l’atmosfera che serpeggia nella città: la rabbia. La rabbia, è un sentimento pericoloso perché, da un lato, certifica il fallimento di una classe dirigente e, dall’altro, se non convogliata bene, potrebbe aprire la strada al ritorno di vecchi soggetti, ormai mandati in pensione dal voto popolare. Ma c’è chi vorrebbe calcare la paura della gente di tornare negli schemi politico-amministrativi del recente passato. Infatti, la paura del ritorno dell’ex Maresciallo viene utilizzata come arma di pressione, ma questa volta il giochetto non funzionerà.

La paura non ci impedirà di schierarci perché questo è un dovere morale,  prima che politico.

Il progetto per Adrano

Symmachia parte da un programma per il governo della città. Non eravamo e non saremo un’accozzaglia di persone, semplicemente perché si proviene da lontano, con un’Associazione che si è impegnata nel territorio e per il territorio ed è riuscita a creare un progetto fatto di uomini e di idee.  Costruire l’alternativa è l’obiettivo primario. Le idee si stanno facendo pian piano strada.

“La conquista del potere politico passa attraverso la presa del potere culturale delle idee”, diceva Antonio Gramsci.

Infatti, se non si è beneficiati di un consenso sui valori e di idee una forza politica può agire solo provvisoriamente.

Da ciò si deve dedurre che l’azione a breve scadenza è destinata al fallimento perché solo un’azione ideale-culturale, profonda e duratura nel tempo può dare buoni risultati.

Nell’organizzare l’opposizione al sistema, le idee devono rivestire il ruolo principale. La battaglia per le idee deve essere prioritaria.

Ma le idee e i progetti non devono restare solo intenzioni, perché questo porterebbe le idee allo stadio di buone intenzioni.

E’ un’impresa di lungo respiro alla quale pochi all’inizio avranno il coraggio di cimentarsi.

Ma se questa “attraversata nel deserto” avrà successo per pochi, alla fine anche i più timorosi e scoraggiati si convinceranno e i Burocrati-Politici avvertiranno il pericolo per la perdita della battaglia.

“Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario”, dice George Orwell.

Dire che la verità è rivoluzione significa porsi come punto di riferimento, come indica la strada giusta, riprendersi la speranza per un nuovo inizio uscire dalle sabbie mobili del presente è l’idea fissa che ci farà andare avanti.

Pubblicato nell’edizione di maggio del periodico d’informazione Symmachia

 

Pensare Adrano: un progetto percorribile

in Sergio Pignato di

Ogni progetto di crescita comunitaria passa dalla strutturazione del tessuto sociale. E come dire che prima di allocare una pianta bisogna preparare il terreno e prima ancora analizzarlo per verificare se esso è recettivo a quel tipo di coltura.

Adrano, pur nelle sue specificità, vive le caratteristiche ed i problemi della civiltà occidentale, assieme alla diffidenza e alla sfiducia nei confronti delle Istituzioni, al fatalismo e alla mancanza di speranza nel cambiamento, al familismo sociale che rappresentano l’eredità culturale e storica delle terre di Sicilia.

Se a questo aggiungiamo, ciò che deriva dal life style liberaldemocratico, che nasconde dietro i suoi vantaggi (l’iniziativa privata, la libertà di pensiero, il pluralismo politico, il diritto alla privacy) i suoi vizi strutturali come il particolare individualismo conseguente all’esaltazione dell’iniziativa individuale economica e sociale in genere – degenerazione del motto che saluta l’età moderna: Homo faberfortuna suae ovvero l’uomo è artefice della propria sorte – la specializzazione del ruolo lavorativo causata dalle rivoluzioni industriali e poi estesa a tutti i tipi di lavoro che ha prodotto a lungo andare una deresponsabilizzazione sociale e anche politica, dato che esisterà sempre una figura, un ente che si occupano di un determinato problema a posto mio, in maniera tale che possa godermi in santa pace il mio tempo libero, la mia famiglia: ciò ha allentato il senso comunitario e acuito il senso di estraneità e a volte di avversione nei confronti del potere pubblico. E infine il consumismo – da cui derivano l’inquinamento ambientale e l’annoso problema dello smaltimento dei rifiuti – che è legato all’economia capitalista, che sopravvive grazie alla disponibilità di risorse economiche da parte dei potenziali acquirenti, continuamente allettati e addomesticati: pensate all’ “industria” che si muove dietro il legittimo diritto al tempo libero, da quella “culturale” a quella che spinge inesorabilmente a socializzare con una birra in mano o facendo saltelli in luoghi rumorosi ed acomunicativi.

1. Il cambiamento della concezione della storia e una nuova mentalità politica.

Prima di approntare qualsiasi progetto, bisogna chiedersi se il nostro modo di pensare sia capace di dare una lettura esauriente della realtà e di trasformarla.

Anche se non tutti possiedono una identificabile filosofia, una concezione della storia, esse sono presenti in forma implicita in qualsiasi uomo. Per esempio, si “crede” che la storia proceda inesorabilmente verso un progresso (politico, sociale, di costume), per cui diventa antistorico e reazionario opporsi al cosiddetto progresso: opposizione che, nella maggior parte dei casi, non si rende pubblicamente visibile per il timore della pressione cognitiva e fisica della maggioranza. Gli ultimi avvenimenti invece testimoniano come la nozione di progresso sia una costruzione ideologica e non lo specchio del divenire degli eventi.

Pensate all’Europa, che in un’ottica progressista, rappresenta la fine dei particolarismi nazionali mentre, proprio ora, vi è un esplodere del sentimento nazionale se non nazionalistico. In verità, la storia è orientata dal credere alla nozione di progresso da parte degli uomini, specie dalla classe dirigente, che crea aspettative e letture degli eventi in quel senso. Mentre, in realtà, la storia non è determinata da un intrinseco progetto ma dall’abitudine a percepirla in quella maniera, perpetuando così un modello che non ha nessuno riscontro reale. La storia, praticamente, non esiste.

Per questo, il soggetto politicamente significativo deve svincolarsi da questo modo di percepire la storia ed essere esso stesso produttore di una nuova storia, che è come cera che può modellarsi in base ad un progetto.

Quindi, anche nel nostro piccolo bisogna che il politico, i soggetti d’interesse culturale e sociale vedano i fatti in maniera diversa ed abbiano consapevolezza che le cose possono cambiare, perché nessun destino le anima e le muove.

Il politico, quindi, deve essere un nuovo costruttore di senso e per essere tale deve vincere personali resistenze culturali e psicologiche. Avere anticonformismo ideativo.

2. L’identità di una città.

È chiaro che il destino della nostra città è legato al destino della civiltà occidentale, che è bene che riveda i suoi orientamenti per la sua stessa sopravvivenza e per l’offerta di una migliore qualità di vita, ma bisogna pur intervenire e a mio parere si può fare, considerando la praticabilità delle proposte e agendo con una buona dose di pragmatismo.

Per costruire un tessuto sociale che abbia le caratteristiche del riscatto e del cambiamento sociali e politici occorre un’idea di collante sociale che dia identità e orgoglio di appartenenza, senza la quale una città è un mero luogo di produzione e un dormitorio, come sta divenendo Adrano. Sapere chi si è, permette di pensare ad un futuro, di progettare, di proiettarsi nella storia attraverso l’azione collettiva. Un’identità solitamente è data: da un’attività economica (per es. il pistacchio per Bronte), da eventi (per es. il carnevale per Acireale), dalle risorse naturali (per es. il mare o la montagna; le terme), dal patrimonio artistico (per es. le città d’arte), da promozioni culturali (per es. il Premio Ara di Giove per Pedara), dalle sagre (per es. l’Ottobrata per Zafferana), dalla tipicità dei mercati (per es. il mercato dell’antiquariato per Mascalucia), dalle abilità artigianali (per es. i carpentieri per Alberobello) e infine da un tema (città della legalità, denuclearizzata etc.).

Non essendo Adrano nelle condizioni di esprimere chiaramente una vocazione, è opportuno che le proposte affiorino dal dibattito e dall’emergere di nuove dinamiche sociali, anche di confronto tra i diversi soggetti. Per cui il mio contributo si è limitato nell’individuazione di ambiti, il cui invito alla loro esplorazione però è abbastanza indicativo.

3. La pianificazione politica.

Anche ad Adrano, le dimensioni d’interesse politico e sociale si rappresentano secondo uno schema classico: gli organi di esercizio del potere politico (sindaco e consiglio comunale), gli organi di controllo istituzionale (forze dell’ordine, tribunale), le agenzie di socializzazione e di inculturazione (scuola, parrocchie, partiti (?), centri di aggregazione), le agenzie di aiuto sociale come i

sindacati e infine i governati. Dicevo uno schema classico ma che qui non funziona. Lo si capisce dalla pochezza degli effetti delle azioni di queste dimensioni sul tessuto sociale: permane, anzi è aumentata, la mancanza di senso civico, del senso comunitario di appartenenza, di individuale responsabilità politica. Sicuramente manca un coordinamento politico, che eviti un’azione tentacolare e dispersiva e a volte contraddittoria.

Per attivare un buon coordinamento, il potere politico deve pianificare un intervento corale e chiedere ai soggetti interessati, nel rispetto della loro autonomia, una cooperazione specifica, magari contribuendo economicamente. Per esempio, può chiedere alle scuole delle attività (campagne) di formazione, e nel contempo inibitorie, su problemi importanti come l’alcol, la droga, il fumo, il cibo spazzatura, sui pericoli della sedentarietà e del suo rapporto con il sovrappeso, l’obesità e la malattia. Chiedere agli artigiani e ai coltivatori diretti, al fine di una educazione integrale, la disponibilità per attività di apprendimento sul campo per gli studenti: la buona e vecchia abitudine di andare nu mastru.

4. Il Senato cittadino.

Una democrazia virtuosa deve sapere utilizzare le sue risorse e considerare i talenti e il merito anche al fine dell’utilità sociale. Per esempio, l’istituzione di un Senato cittadino potrebbe costituire per i politici eletti una buona risorsa. Esso, in virtù delle competenze maturate e dei vari talenti (lo immagino costituito dagli ex sindaci e dagli adraniti che hanno dato con la loro attività lustro alla nostra città) può essere un buon organo consultivo istituzionale. Un organo consultivo – che non deve percepire nessuna indennità, quindi senza alcun onere per il Comune – dentro il quale l’esperienza e la cultura possono contribuire alla risoluzione dei problemi.

5. La Casa sociale.

Sebbene siano presenti nella nostra città le varie dimensioni d’interesse sociale e politico, esse non riescono ad incidere sul tessuto sociale. La mancanza di effetti se da un lato rimanda all’assenza di una pianificazione ed un coordinamento politici, dall’altro rende visibile la mancata recettività popolare e quindi il divario che esiste tra governanti e governati. Per motivare la recettività bisogna responsabilizzare attraverso meccanismi di partecipazione popolare (democrazia partecipata).

Avere senso della comunità significa pensare che l’azione dell’altro è anche una mia azione e che il destino di un popolo è comune.

A mio avviso, l’istituzione di una Casa sociale è la strada maestra per recuperare lo spirito comunitario e stemperare i conflitti sociali.

Immagino la Casa sociale, luogo di partecipazione sociale funzionale e senza alcun onere per il Comune, in cui è rappresentata la società civile nelle sue varie articolazioni: area produttiva (agricoltura, edilizia, artigianato, manufatto, commercio), area dei servizi (pubblico impiego, professioni), area funzionale (Chiesa, polizia, cultura, sport, associazioni), area sociale (giovani, disoccupati, donne, anziani, portatori di handicap).

Essa sarebbe, per il politico, luogo ideale per la lettura dei bisogni economici e sociali e quindi utile per avviare una realistica politica di sintesi e perseguire l’interesse generale. Nel contempo, i vari soggetti della società civile “imparano a conoscersi”, a sviluppare empatia nei confronti dell’altro, punti di vista differenti.

La casa sociale sarebbe un esempio di democrazia permanente. L’aggettivo “permanente” vuole indicare che la

democrazia “continua” anche dopo le elezioni.

6. La democrazia virtuosa.

Cosa vuol dire democrazia virtuosa? Facciamo un esempio: ricordate quando la Simeto Ambiente effettuava uno sconto in base alla quantità di plastica, vetro, carta etc. conferita all’isola ecologica del nostro comune? La democrazia virtuosa è questa. Premiare il comportamento virtuoso, meritevole perché solitamente le leggi, attraverso cui si esprime la democrazia, considerano solo il comportamento “vizioso” e non quello positivo: Se fai questo becchi questa sanzione! Così si genera paura ed avversione nei confronti dello Stato e demotivazione civile.

Se uno vive all’interno della comunità deve poter avere una vita sociale gratificante attraverso riconoscimenti e premi. L’ente pubblico, in questo caso il Comune, deve istituire un osservatorio per individuare i meriti dei suoi cittadini (piccoli e grandi), gratificandoli con sconti sulle tasse di competenza comunale o premi in denaro o bonus da spendere in esercizi commerciali della nostra città.

Le cerimonie pubbliche rappresenterebbero occasione di rito e di riflessione comunitarie, che favorirebbero coesione ed emulazione sociali.

7. Il podere sociale.

Pur essendo fautore dello Stato sociale, comprendo che esso ha i suoi costi (davvero elevati), per cui una nuova concezione di esso deve coniugare priorità politiche e mercato.

Se da un lato bisogna garantire un minimo a tutti e l’occupazione, dall’altro non bisogna farsi irretire dall’assistenzialismo improduttivo. È necessario dare la possibilità al privato di intraprendere un’attività economica con incentivi fiscali ed in una logica di flessibilità del lavoro, purché vi sia un sistema sociale e politico che garantisca al disoccupato continuità nei progetti di vita e possibilità di accesso a questi.

Ciò può avvenire se i costi, a livello statale, sostenuti per pagare indennità e cassa integrazione, vengono dirottati per rilevare terreni incolti ed abbandonati e quindi per creare un’agricoltura non competitiva ma di sussistenza e di solidarietà sociale, mediante l’istituzione dei poderi sociali che possono accogliere e mantenere il lavoratore che si trova fuori momentaneamente dal ciclo produttivo.

Il Comune potrebbe realizzare questo progetto, richiedendo fondi alla Regione, allo Stato e all’Europa.

 

8. Conclusioni.

Ho superato da tempo l’illusione politica, per cui non credo più in un modello politico e sociale giusto, ideale. So però, che bisogna impegnarsi. E lo dico per formazione politica, per il rispetto dei giovanili entusiasmi miei e di coloro che sono e mi sono stati compagni. E di chi non c’è più.

Una collettività a cui vengono dati stimoli ed equi riconoscimenti è una collettività motivata. Una collettività motivata diventa comunità nel momento in cui il destino di ognuno di noi è legato al destino di tutti.

Allora, vivere ad Adrano avrà un senso.

Sergio Pignato

Pubblicato nell’edizione di maggio del periodico d’informazione Symmachia.

 

 

 

Quei falsi-giovani e il loro agire mediocre in politica

in Calogero Rapisarda di

Non basta avere trent’anni per essere giovani, e questo (specialmente) in politica è più di una semplice verità.

Ci sono giovani che da anni militano nei partiti senza avere mai espresso nulla di concreto; ci sono giovani che per anni hanno guidato la macchina e portato la valigetta al potentato-politico di turno e questo è stato il loro migliore esercizio di militanza politica; ci sono giovani che sono cresciuti all’ombra dei soliti marpioni padri-padrini-padroni-politici acquisendo la loro stessa mentalità, la loro stessa “grettezza” politica, il loro stesso agire “furbesco” che, a trent’anni, (alcuni anche meno) li ha resi già vecchi.

Vecchi come i loro maestri che il tempo ha reso, politicamente parlando, come impresentabili al cospetto degli elettori e, dunque, hanno dovuto passare il testimone.

La parola “giovani”, che sempre di più viene strattonata di qua e di là, da destra, da centro, da sinistra, da movimenti trasversali finisce non solo per essere strumentalizzata da queste “entità politiche” per un mero fine elettoralistico, ma viene sbeffeggiata, inverosimilmente, in nome del proprio tornaconto politico, e, quindi, usata in modo speculativo, proprio dai giovani, quei giovani che scalpitano e bramano per il potere.

Questi sono i giovani che sono cresciuti, per tanti anni, alla corte del potere politico plaudendo i loro mentori.

Questi giovani, pur avendo trent’anni, non sono giovani ma vecchi; vecchi nell’anima, nel loro muoversi, nel loro atteggiarsi da leader, nel loro pensare arguto, nel loro agire mediocre.

Questi giovani-vecchi non sognano, non sono capaci di sognare.

L’unica cosa che sono capaci di sognare è il potere, e non ambiscono a nulla se non alla mera fama incoronata dal semplice successo personale, anche a costo di perdere la loro dignità, vendendosi per un gruzzolo di pane, per una manciata di paglia.

Quanta delusione nei volti di chi li ha votati, quanta delusione nei volti di chi li ha appoggiati con le proprie forze, quanta delusione in chi si è contrapposto politicamente a loro, credendo di aver di fronte un valido giovane avversario che, comunque sarebbe andata, avrebbe potuto rappresentare un cambiamento; ma loro non sono giovani, non possono rappresentare nessuna svolta, nemmeno la più piccola di quelle paventate. Questi giovani vecchi, capaci di vivere la movida, magari cavalcarla politicamente (questa è l’eredità lasciataci dai grandi politici festaioli), capaci di raccomandare e farsi raccomandare senza competenze specifiche, dopo che sono passati sui cadaveri dei loro maestri, possono rappresentare e incarnare al meglio solo il grande inganno che gli è stato tramandato, finendo per passare anche sui nostri cadaveri. Ebbene, in molti si sono fatti ingannare, votando magari proprio per quei giovani che fino a ieri criticavano i partiti e di cui oggi, sfruttando la bufera di polvere, il caos che qualcuno ha artatamente sollevato in qualche segreteria di partito, non solo ne fanno parte ma qualcuno ne è anche diventato rappresentante (capogruppo) in consiglio comunale. Smaltita la delusione, però, i veri giovani, quelli che per dimostrare di esserlo non hanno bisogno della carta d’identità, non possono lasciare la scena a questi politicanti, non possono affidare il loro futuro a questi personaggi, non possono non far tramutare la delusione in rabbia e la rabbia in impegno, perché come diceva un grande Berlinguer: “Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”.

Pubblicato nell’edizione di maggio del periodico d’informazione Symmachia

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