Category archive

Sergio Pignato

Pensare Adrano: un progetto percorribile

in Sergio Pignato di

Ogni progetto di crescita comunitaria passa dalla strutturazione del tessuto sociale. E come dire che prima di allocare una pianta bisogna preparare il terreno e prima ancora analizzarlo per verificare se esso è recettivo a quel tipo di coltura.

Adrano, pur nelle sue specificità, vive le caratteristiche ed i problemi della civiltà occidentale, assieme alla diffidenza e alla sfiducia nei confronti delle Istituzioni, al fatalismo e alla mancanza di speranza nel cambiamento, al familismo sociale che rappresentano l’eredità culturale e storica delle terre di Sicilia.

Se a questo aggiungiamo, ciò che deriva dal life style liberaldemocratico, che nasconde dietro i suoi vantaggi (l’iniziativa privata, la libertà di pensiero, il pluralismo politico, il diritto alla privacy) i suoi vizi strutturali come il particolare individualismo conseguente all’esaltazione dell’iniziativa individuale economica e sociale in genere – degenerazione del motto che saluta l’età moderna: Homo faberfortuna suae ovvero l’uomo è artefice della propria sorte – la specializzazione del ruolo lavorativo causata dalle rivoluzioni industriali e poi estesa a tutti i tipi di lavoro che ha prodotto a lungo andare una deresponsabilizzazione sociale e anche politica, dato che esisterà sempre una figura, un ente che si occupano di un determinato problema a posto mio, in maniera tale che possa godermi in santa pace il mio tempo libero, la mia famiglia: ciò ha allentato il senso comunitario e acuito il senso di estraneità e a volte di avversione nei confronti del potere pubblico. E infine il consumismo – da cui derivano l’inquinamento ambientale e l’annoso problema dello smaltimento dei rifiuti – che è legato all’economia capitalista, che sopravvive grazie alla disponibilità di risorse economiche da parte dei potenziali acquirenti, continuamente allettati e addomesticati: pensate all’ “industria” che si muove dietro il legittimo diritto al tempo libero, da quella “culturale” a quella che spinge inesorabilmente a socializzare con una birra in mano o facendo saltelli in luoghi rumorosi ed acomunicativi.

1. Il cambiamento della concezione della storia e una nuova mentalità politica.

Prima di approntare qualsiasi progetto, bisogna chiedersi se il nostro modo di pensare sia capace di dare una lettura esauriente della realtà e di trasformarla.

Anche se non tutti possiedono una identificabile filosofia, una concezione della storia, esse sono presenti in forma implicita in qualsiasi uomo. Per esempio, si “crede” che la storia proceda inesorabilmente verso un progresso (politico, sociale, di costume), per cui diventa antistorico e reazionario opporsi al cosiddetto progresso: opposizione che, nella maggior parte dei casi, non si rende pubblicamente visibile per il timore della pressione cognitiva e fisica della maggioranza. Gli ultimi avvenimenti invece testimoniano come la nozione di progresso sia una costruzione ideologica e non lo specchio del divenire degli eventi.

Pensate all’Europa, che in un’ottica progressista, rappresenta la fine dei particolarismi nazionali mentre, proprio ora, vi è un esplodere del sentimento nazionale se non nazionalistico. In verità, la storia è orientata dal credere alla nozione di progresso da parte degli uomini, specie dalla classe dirigente, che crea aspettative e letture degli eventi in quel senso. Mentre, in realtà, la storia non è determinata da un intrinseco progetto ma dall’abitudine a percepirla in quella maniera, perpetuando così un modello che non ha nessuno riscontro reale. La storia, praticamente, non esiste.

Per questo, il soggetto politicamente significativo deve svincolarsi da questo modo di percepire la storia ed essere esso stesso produttore di una nuova storia, che è come cera che può modellarsi in base ad un progetto.

Quindi, anche nel nostro piccolo bisogna che il politico, i soggetti d’interesse culturale e sociale vedano i fatti in maniera diversa ed abbiano consapevolezza che le cose possono cambiare, perché nessun destino le anima e le muove.

Il politico, quindi, deve essere un nuovo costruttore di senso e per essere tale deve vincere personali resistenze culturali e psicologiche. Avere anticonformismo ideativo.

2. L’identità di una città.

È chiaro che il destino della nostra città è legato al destino della civiltà occidentale, che è bene che riveda i suoi orientamenti per la sua stessa sopravvivenza e per l’offerta di una migliore qualità di vita, ma bisogna pur intervenire e a mio parere si può fare, considerando la praticabilità delle proposte e agendo con una buona dose di pragmatismo.

Per costruire un tessuto sociale che abbia le caratteristiche del riscatto e del cambiamento sociali e politici occorre un’idea di collante sociale che dia identità e orgoglio di appartenenza, senza la quale una città è un mero luogo di produzione e un dormitorio, come sta divenendo Adrano. Sapere chi si è, permette di pensare ad un futuro, di progettare, di proiettarsi nella storia attraverso l’azione collettiva. Un’identità solitamente è data: da un’attività economica (per es. il pistacchio per Bronte), da eventi (per es. il carnevale per Acireale), dalle risorse naturali (per es. il mare o la montagna; le terme), dal patrimonio artistico (per es. le città d’arte), da promozioni culturali (per es. il Premio Ara di Giove per Pedara), dalle sagre (per es. l’Ottobrata per Zafferana), dalla tipicità dei mercati (per es. il mercato dell’antiquariato per Mascalucia), dalle abilità artigianali (per es. i carpentieri per Alberobello) e infine da un tema (città della legalità, denuclearizzata etc.).

Non essendo Adrano nelle condizioni di esprimere chiaramente una vocazione, è opportuno che le proposte affiorino dal dibattito e dall’emergere di nuove dinamiche sociali, anche di confronto tra i diversi soggetti. Per cui il mio contributo si è limitato nell’individuazione di ambiti, il cui invito alla loro esplorazione però è abbastanza indicativo.

3. La pianificazione politica.

Anche ad Adrano, le dimensioni d’interesse politico e sociale si rappresentano secondo uno schema classico: gli organi di esercizio del potere politico (sindaco e consiglio comunale), gli organi di controllo istituzionale (forze dell’ordine, tribunale), le agenzie di socializzazione e di inculturazione (scuola, parrocchie, partiti (?), centri di aggregazione), le agenzie di aiuto sociale come i

sindacati e infine i governati. Dicevo uno schema classico ma che qui non funziona. Lo si capisce dalla pochezza degli effetti delle azioni di queste dimensioni sul tessuto sociale: permane, anzi è aumentata, la mancanza di senso civico, del senso comunitario di appartenenza, di individuale responsabilità politica. Sicuramente manca un coordinamento politico, che eviti un’azione tentacolare e dispersiva e a volte contraddittoria.

Per attivare un buon coordinamento, il potere politico deve pianificare un intervento corale e chiedere ai soggetti interessati, nel rispetto della loro autonomia, una cooperazione specifica, magari contribuendo economicamente. Per esempio, può chiedere alle scuole delle attività (campagne) di formazione, e nel contempo inibitorie, su problemi importanti come l’alcol, la droga, il fumo, il cibo spazzatura, sui pericoli della sedentarietà e del suo rapporto con il sovrappeso, l’obesità e la malattia. Chiedere agli artigiani e ai coltivatori diretti, al fine di una educazione integrale, la disponibilità per attività di apprendimento sul campo per gli studenti: la buona e vecchia abitudine di andare nu mastru.

4. Il Senato cittadino.

Una democrazia virtuosa deve sapere utilizzare le sue risorse e considerare i talenti e il merito anche al fine dell’utilità sociale. Per esempio, l’istituzione di un Senato cittadino potrebbe costituire per i politici eletti una buona risorsa. Esso, in virtù delle competenze maturate e dei vari talenti (lo immagino costituito dagli ex sindaci e dagli adraniti che hanno dato con la loro attività lustro alla nostra città) può essere un buon organo consultivo istituzionale. Un organo consultivo – che non deve percepire nessuna indennità, quindi senza alcun onere per il Comune – dentro il quale l’esperienza e la cultura possono contribuire alla risoluzione dei problemi.

5. La Casa sociale.

Sebbene siano presenti nella nostra città le varie dimensioni d’interesse sociale e politico, esse non riescono ad incidere sul tessuto sociale. La mancanza di effetti se da un lato rimanda all’assenza di una pianificazione ed un coordinamento politici, dall’altro rende visibile la mancata recettività popolare e quindi il divario che esiste tra governanti e governati. Per motivare la recettività bisogna responsabilizzare attraverso meccanismi di partecipazione popolare (democrazia partecipata).

Avere senso della comunità significa pensare che l’azione dell’altro è anche una mia azione e che il destino di un popolo è comune.

A mio avviso, l’istituzione di una Casa sociale è la strada maestra per recuperare lo spirito comunitario e stemperare i conflitti sociali.

Immagino la Casa sociale, luogo di partecipazione sociale funzionale e senza alcun onere per il Comune, in cui è rappresentata la società civile nelle sue varie articolazioni: area produttiva (agricoltura, edilizia, artigianato, manufatto, commercio), area dei servizi (pubblico impiego, professioni), area funzionale (Chiesa, polizia, cultura, sport, associazioni), area sociale (giovani, disoccupati, donne, anziani, portatori di handicap).

Essa sarebbe, per il politico, luogo ideale per la lettura dei bisogni economici e sociali e quindi utile per avviare una realistica politica di sintesi e perseguire l’interesse generale. Nel contempo, i vari soggetti della società civile “imparano a conoscersi”, a sviluppare empatia nei confronti dell’altro, punti di vista differenti.

La casa sociale sarebbe un esempio di democrazia permanente. L’aggettivo “permanente” vuole indicare che la

democrazia “continua” anche dopo le elezioni.

6. La democrazia virtuosa.

Cosa vuol dire democrazia virtuosa? Facciamo un esempio: ricordate quando la Simeto Ambiente effettuava uno sconto in base alla quantità di plastica, vetro, carta etc. conferita all’isola ecologica del nostro comune? La democrazia virtuosa è questa. Premiare il comportamento virtuoso, meritevole perché solitamente le leggi, attraverso cui si esprime la democrazia, considerano solo il comportamento “vizioso” e non quello positivo: Se fai questo becchi questa sanzione! Così si genera paura ed avversione nei confronti dello Stato e demotivazione civile.

Se uno vive all’interno della comunità deve poter avere una vita sociale gratificante attraverso riconoscimenti e premi. L’ente pubblico, in questo caso il Comune, deve istituire un osservatorio per individuare i meriti dei suoi cittadini (piccoli e grandi), gratificandoli con sconti sulle tasse di competenza comunale o premi in denaro o bonus da spendere in esercizi commerciali della nostra città.

Le cerimonie pubbliche rappresenterebbero occasione di rito e di riflessione comunitarie, che favorirebbero coesione ed emulazione sociali.

7. Il podere sociale.

Pur essendo fautore dello Stato sociale, comprendo che esso ha i suoi costi (davvero elevati), per cui una nuova concezione di esso deve coniugare priorità politiche e mercato.

Se da un lato bisogna garantire un minimo a tutti e l’occupazione, dall’altro non bisogna farsi irretire dall’assistenzialismo improduttivo. È necessario dare la possibilità al privato di intraprendere un’attività economica con incentivi fiscali ed in una logica di flessibilità del lavoro, purché vi sia un sistema sociale e politico che garantisca al disoccupato continuità nei progetti di vita e possibilità di accesso a questi.

Ciò può avvenire se i costi, a livello statale, sostenuti per pagare indennità e cassa integrazione, vengono dirottati per rilevare terreni incolti ed abbandonati e quindi per creare un’agricoltura non competitiva ma di sussistenza e di solidarietà sociale, mediante l’istituzione dei poderi sociali che possono accogliere e mantenere il lavoratore che si trova fuori momentaneamente dal ciclo produttivo.

Il Comune potrebbe realizzare questo progetto, richiedendo fondi alla Regione, allo Stato e all’Europa.

 

8. Conclusioni.

Ho superato da tempo l’illusione politica, per cui non credo più in un modello politico e sociale giusto, ideale. So però, che bisogna impegnarsi. E lo dico per formazione politica, per il rispetto dei giovanili entusiasmi miei e di coloro che sono e mi sono stati compagni. E di chi non c’è più.

Una collettività a cui vengono dati stimoli ed equi riconoscimenti è una collettività motivata. Una collettività motivata diventa comunità nel momento in cui il destino di ognuno di noi è legato al destino di tutti.

Allora, vivere ad Adrano avrà un senso.

Sergio Pignato

Pubblicato nell’edizione di maggio del periodico d’informazione Symmachia.

 

 

 

Go to Top