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Politica

Dedicato a Cancelleri: un uomo senza qualità

in Politica di

di Antonio Cacioppo

Non si dovrebbe sopravvivere alla morte dei propri figli, una ferita che non può rimarginare, la tragedia più grande, un senso di vuoto , di smarrimento, penso che nessuno sia in grado di capire cosa accade nell’anima di un padre “sopravvissuto”.

Io l’ho conosciuto un uomo così ferito, era maggio o giugno non ricordo bene del 2013, venne ad Adrano per sostenere una nostra candidatura.

Parlò Musumeci, questo lo ricordo bene, di buona politica e di mala politica e lo fece con una straordinaria carica di dignità aristocratica, tipica di chi ha fondato la propria vita su valori non negoziabili che gli hanno permesso di non essere piegato dal dolore.

Poi, non so come, il discorso lo portò a parlare di sentimenti, di affetti, di triste e malinconica nostalgia per ciò che non abbiamo più, le sue parole diventarono dolci e struggenti ad un tempo, lui sembrava accarezzare con il movimento delle mani qualcuno che non c’era ma che aleggiava.

Una lacrima apparve, tutti piansero quella sera, tutti capirono, nessuno osò proferir parola.

Questi ricordi sono riaffiorati perché l’altra sera sono andato ad ascoltare Nello a Belpasso e ho pensato alla fatica di questo uomo che deve sopportare sulle sue spalle un fardello di responsabilità pesantissimo, il dolore di una vita che lo ha provato pesantemente, il senso di responsabilità che gli proviene dall’amore incondizionato per la sua terra, gli attacchi degli avversari e le meschinità degli alleati.

Assorto in questi pensieri sono tornato a casa, apro facebook e vedo che Debora Borgese ha postato un video che vedeva Cancelliere intervistato.

Lo ascolto, resto ammutolito, interdetto, non riesco a capacitarmi, lo riascolto e leggo le parole della giornalista.

Questo essere abietto osa parlare di ciò che non si può dire, questo con parole spregevoli rompe un tabù che nessuno mai si era sognato di infrangere.

Credetemi non c‘entra la politica o la campana elettorale anche se aspra, si è andati oltre ogni limite della decenza umana.

Perché questo ideologo della Cretinocrazia si è comportato così? Perché questo cultore del Nulla si è permesso un simile comportamento? Perché questa bassezza morale, questa infinita cattiveria, questa infamità?

“Nulla sulla terra consuma un uomo più rapidamente che la passione del risentimento” Nietzsche.

Risentimento, ecco il motivo che ha spinto Cancelleri a tanto.

Il risentimento dell’uomo senza qualità “sospinto dal desiderio morboso di vendicarsi della vita”, il risentimento dell’uomo gregge contro l’uomo forte, il risentimento del politicamente inetto contro l’uomo consapevole della propria rettitudine, il risentimento del mediocre contro l’uomo d’eccellenza.

E non bisogna mai sottovalutare questa categoria umana degli” impresentabili morali”,come sostenuto fortemente dallo scrittore Cipolla nel suo celebre saggio “Le leggi fondamentali della stupidità umana”. Per questo mi appello a quanto sostenuto dallo stesso autore nella quarta legge sulla stupidita umana: le persone non stupide tendono a sottovalutare il potenziale nocivo delle persone stupide; e alla quinta: la persona stupida è il tipo di persona più pericolosa che ci sia.

Il grado di pericolosità è direttamente proporzionale al posto che lo stupido occupa nella società.

Immaginate per un attimo uno stupido al potere.

Aveva capito tutto Charles De Gaulle che rispondendo ad un cittadino che lo sollecitava a condannare i coglioni, il generale rispose con una frase fulminante: “è un programma ambizioso”.                                        

                                                   

Oggi a destra, domani a sinistra: la giornata-tipo di Angelino Alfano

in Politica di

di Roberto Puglisi

Vi proponiamo, a seguire, uno spassoso articolo del giornalista Roberto Puglisi, pubblicato su LiveSicilia.it, per sciogliere ogni dubbio su come trascorre le sue giornate Angelino Alfano.

Continuano gli scoop di LiveSicilia.it. Dopo la lettera di Crocetta al suo cerchio magico, grazie a un colonnello di Ncd, passato ad Ap, dopo una pausa nel Pd e una capatina con Fi (nel frattempo l’uomo è impazzito), siamo riusciti a mettere le mani sull’agenda-diario di Angelino Alfano. Qui è descritta una sua giornata tipo.Ore 6.30. Sveglia.

Ore 6.31. Scendere dal letto. Toccare il pavimento col piede destro, poi toccarlo col sinistro. Ripetere l’operazione all’inverso.

Ore 6.35. Caffè amaro.

Ore 6.37. Caffè zuccheratissimo (per non deludere nessuno).

Ore 7. Scherzo telefonico a Musumeci.

Ore 7.45. Telefonata con Delrio: “Caro Graziano, sono disponibile a trovare un accordo. Vediamoci”.

Ore 7.53. Telefonata con Schifani: “Caro Renato, sono disponibile a trovare un accordo. Vediamoci”.

Ps. Appuntarsi il testo col nome giusto per non sbagliare. L’altra volta ho chiamato Schifani ‘Graziano’. E lui si è incazzato. Mi sono dovuto giustificare: “Pensavo all’attaccante”.

Ore 8.22. Telefonare a Salvini per farsi spiegare cos’è una Ong, imitando la voce di Giorgia Meloni.

Ore 8.23. Quando Salvini dice: “Uè, Alfano!”, riattaccare precipitosamente.

Ore 9.12. Verificare la manutenzione di ‘Angelina’, la poltroncina portatile in pelle di democristiano che porto sempre con me.

Ore 10.10. Prendere un caffè con Davide Faraone.

Ore 10.11. Allontanarsi con una scusa per verificare se il mio sosia, Pinuccio Vadalà, sta prendendo un caffè con Miccichè.

Ore 11.30. Scherzo telefonico a Musumeci.

Ore 12. Rilasciare una dichiarazione al giornale radio: “Siamo corteggiatissimi, tutti ci cercano perché vogliono vincere”.

Ps. Sforzarsi di non sghignazzare.

Ore 12.20. Ricordare di assumere un ufficio di stampa per i giornali di destra e un ufficio stampa per i giornali di sinistra.

Ore 12.47. Telefonare a Rosario Crocetta per contrattare sedici gabinettisti, quattro posti auto a Palazzo d’Orleans e un biglietto scontato del traghetto per Filicudi.

Ore 12.52. Inviare alle agenzie un comunicato contro il governo Crocetta, denunciando l’urgenza della questione morale in Sicilia.

Ore 13.01. Mandare una cartolina a mio fratello Alessandro alle Poste. Lui ama comunicare così.

Ore 13.02. Chiedergli, via cartolina, se è disponibile, nei prossimi giorni, ad accompagnarmi alla sede del Pd, così mi aiuta a trattare, visto che lui di questione morale sa tutto e a sinistra ne vanno pazzi. Magari lascia pure un curriculum. Non si sa mai.

Ps. Nella sede del Pd, ricordarsi di non domandare: “Ma è il nonno di Renzi?”, guardando la grande foto nella stanza del segretario. Ogni volta rispondono: “Quello è Berlinguer!”.

Ore 13.21. Pausa pranzo e pennichella. Fare un sonnellino di destra e uno di sinistra.

Ore 15.14. Risveglio. No, non sono Marco Minniti. Sono Angelino Alfano. Prendere nota e riaversi dallo spavento. Ci vorrà un po’ di tempo.

Ore 17.42. Scherzo telefonico a Musumeci.

Ore 18. Appuntamento col centrosinistra. Ricordarsi di tirare fuori dal bagagliaio la poltroncina ‘Angelina’, per aprirla. Appuntarsi la fase: “Prima di tutto io ho bisogno della poltrona”. Così capiscono subito.

Ore 19. Ripetere la stessa operazione col centrodestra. Portare con me Simona Vicari e Giuseppe Castiglione, sanno tutto di questione morale e lì ne vanno pazzi. Magari lascio pure un curriculum. Non si sa mai.

Ore 20.12. Rincasare, salendo le scale, per mantenere la forma. Prima il piede destro, poi il piede sinistro. Riscendere e ricominciare tutto daccapo, in senso inverso.

Ore 20.16. Dare una lucidatina al pendolo di casa. Gli devo molto, perché da lui ho imparato a stare al mondo. Oscillando.

Ore 20.45. Filmone in tv sulla guerra di Troia. In fondo gli achei avevano ragione a incazzarsi, ma non è che i troiani avevano torto.

Ore 22. Ricordarsi di mandare qualcuno a prendere Pinuccio Vadalà che sta ancora trattando con Miccichè.

Ore 22.30. Prima di andare a nanna, annotare la frase del giorno: “Tutte le decisioni definitive sono prese in uno stato d’animo che non è destinato a durare”.

Ps. Però, mica male questo Proust, ricordo che era un grande pilota. Non immaginavo sapesse anche scrivere.

Caro Angelino, pure in questo caso ecco un falso giocoso, uno scherzo come per Saro Crocetta. Non avertene troppo a male: il sorriso è il modo in cui sarai ricordato, anche se non sappiamo che sorriso sarà. Non serve aggiungere altro, se non una breve chiosa, che tu l’abbia o non l’abbia, è proprio vero: il pendolo ti ha insegnato tutto.

Tutti pazzi per le (inutili) Primarie PD

in Politica di

Ad Adrano e Biancavilla, esponenti di Centrodestra ai seggi

I capicorrente hanno mobilitato le truppe. Mogli, mariti, cognati, anziani accompagnati, cugini fino al terzo, quarto grado di parentela: tutti in fila per votare alle primarie del Partito Democratico, per la riabilitazione politica di Matteo Renzi dopo il fallimento del referendum costituzionale del 4 dicembre. Al voto, si stanno recando pure soggetti che, notoriamente, non c’entrano nulla con la sinistra: ad Adrano hanno votato assessori e consiglieri comunali riconducibili al partito di Angelino Alfano, a Biancavilla esponenti di Centrodestra stazionano nella sede del PD.

Intanto, in serata, l’ex premier tornerà alla guida del Partito Democratico, farà i proclami all’unità del partito, per poi staccare la spina al governo Gentiloni e puntare a Palazzo Chigi, questa volta passando dal voto popolare. Tutto è già scritto, Renzi è sicuro di superare la soglia del 50% per essere immediatamente incoronato segretario. Dietro di lui, ci saranno i due sfidanti, nell’ordine di arrivo: Andrea Orlando, che incarna il mondo anti-renziano della sinistra, e, poi, Michele Emiliano che cercherà di strappare al leader una sfilza di posti nelle liste per le prossime elezioni, in cui troverà collocazione qualche fedelissimo del presidente della Regione, Crocetta.

Al di là delle prospettive nazionali del PD, a recitare un ruolo da protagonista nella farsa delle primarie sarà la Sicilia che – vedrete – farà registrare il boom in termini di partecipazione “libera e democratica” ai seggi. A Catania sono state stampate 40 mila schede, ma c’è chi è pronto a scommettere – o ad investire, fate voti – che non basteranno e bisognerà ricorrere alle fotocopiatrici. Numeri da capogiro, alle falde dell’Etna, con un PD che avrà più voti alle primarie che alle vere elezioni. Catania e i Comuni della provincia hanno sempre sonoramente bocciato il Partito Democratico, relegandolo a percentuali ridicole, con una classe dirigente mediocre e una dirigenza politicamente vergognosa e indecente, proprio come quella attuale.

Intanto, i numeri contano: a Biancavilla e ad Adrano hanno già votato più di 500 elettori. Un vero investimento – politico, si intende – con una flotta di soggetti politici di tutti gli schieramenti che devono dare (incomprensibili) “segnali” della loro esistenza e consistenza al capocorrente, al deputato di turno, fino a ridursi in campo strettamente locale per cercare di ritagliarsi un posto al sole. Ai politici di professione, si associano riciclati, trombati, affamati di ruoli e di poltrone, gente che non prenderebbe un voto nel proprio condominio.

E’ questo il gioco perverso delle primarie, il trionfo della inutilità, un becero strumento di ipocrisia, spacciato per democratico: altro che “sole dell’avvenire”.

Adrano assomiglia alla descrizione di Ficarra e Picone nel film l’Ora Legale?

in Politica di

di Antonio Cacioppo

“L’ora legale”, di Ficarra e Picone, è un film dove la risata non è fine a se stessa, ma è lo strumento per una riflessione sulla nostra società e lo fa nel solco della tradizione della commedia all’italiana, dove il sorriso si stempera fino a diventare ghigno, riso amaro. Il film è straordinario poiché descrive una società dove si è smarrito il senso del pudore, dove si è arrivati addirittura al paradosso tale che se un politico non è stato rinviato a giudizio o condannato la società lo ritiene inadatto a governare.

Nella nostra realtà adranita, come nel film, si è strutturata una rete di interessi, di aspettative che, si badi bene, non appartengono soltanto al mondo dei politici, ma anche agli apparati tecnici e alle imprese. Ed è difficile opporsi a questo sistema, d’altronde coloro che “tengono famiglia” sono numerosi, tante “le bocche da sfamare” e quindi in parecchi votano questi politici nella speranza di riceverne qualcosa in cambio. Questa è la denuncia del film, la complicità di tutti verso il malaffare, la ricerca della raccomandazione, del favore.
Il finale del film è terribile, ti disarma e capovolge le regole della commedia che prevede finali felici. La scena finale è nitida, non si presta ad interpretazioni: l’unico cittadino ribelle al pensiero unico viene legato ad una sedia dall’inviato della politica romana con l’assistenza compiaciuta di un carabiniere e di un mafioso.

Ma nella realtà della nostra Adrano si va ben oltre la finzione cinematografica, basti guardare chi vuole o dice di volersi opporre al sistema e si scopre che essi si rivelano, molte volte, una cura peggiore della malattia, manifestano un’incapacità nel costruire un progetto unitario per superare differenze politiche e caratteriali, incapacità di pensare una proposta autenticamente alternativa che vada al di là dei buoni propositi. Essi sognano soltanto, illudendosi che l’avversario abbia un “incidente di percorso” provocato da alchimie consiliari. La somma di queste “incapacità” sfocia in una gara tra oppositori o presunti tali, fra chi è più bravo, più furbo, più preparato. Essi non riescono nemmeno ad avere un visione oggettiva della realtà, tendono a sopravvalutarsi e a sottovalutare gli interlocutori, col risultato di rinchiudersi in un “loro” mondo fatto di piccole consorterie, sognando improbabili rivincite con motivazioni risibili, come velleitarie rivolte generazionali o inseguendo soluzioni miracolose al grido semplicistico di andare oltre Mancuso e Ferrante.

Così si corre verso il nulla. Chi pensa che le prossime elezioni siano l’obiettivo primario, ha un orizzonte minuscolo. Bisogna invece guardare alle nuove generazioni, non fraintendete, non è un problema di età ma culturale. E c’è chi ha già intrapreso da anni questa politica per il futuro, sbagliata o giusta che sia, con chiarezza di intendi:
– costruire una nuova base culturale d’opposizione nei confronti di coloro che posseggono questa visione errata di potere e di consenso;
– organizzare eventi, laboratori di idee, convegni, attività, dibattiti;
– diffondere, attraverso i social e giornali, idee e posizioni alternative;
– promuovere battaglie per difendere un territorio che è patrimonio incommensurabile di identità e bellezza.

Tutto questo patrimonio di idee ed esperienza, compresi gli errori commessi, è stato proposto ad alcuni “oppositori”, ma la risposta è stata, nella migliore delle ipotesi il silenzio, nella peggiore il tatticismo o la “tragidiuzza politica”. La sensazione di scoramento ti spinge a concludere che tutto è inutile. Poi arrivano flebili segnali, pietre lanciate nel putrido stagno della politica nostrana. Il giornalista Nicola Savoca scrive un pezzo che già nel titolo è significativo, “Una squadra di fenomeni e lo scimpanzé col mitra”. Ma la domanda, la domanda vera da porsi è: esistono “fenomeni” in una città come Adrano? Non lo sappiamo, ma ci rendiamo conto che, almeno un’ipotesi bisogna pur farla, bisogna sforzarsi di crederci, ad una condizione però, che questi fenomeni, qualora fossero presenti, debbano avere certe caratteristiche:
– dovrebbero essere sognatori, ma di sogni realizzabili;
– dovrebbero avere una strategia con responsabilità chiare e scadenze precise;
– dovrebbero avere un obiettivo senza cambiare idea durante il percorso.

Per fare tutto questo bisogna scegliere il “sentiero” in cui incamminarsi affinché ci si arricchisca, affinché si possano scegliere bene i compagni di viaggio. Obiettivo, progettazione, cammino, dovrebbero far parte del patrimonio comune e condiviso dei “fenomeni”. Senza trascurare il fatto, però, che si dovrebbe avverare la grande “Trasformazione dei fenomeni” in gente comune, gente ordinaria, capace di fare cose straordinarie, capace di anteporre il senso civico e il bene comune agli interessi personali, gente che sia capace di ascoltare gli altri, gente che stia dalla parte degli ultimi, gente in grado di dar voce a chi non ne ha perché vive nella povertà e nell’ingiustizia, gente vogliosa di dare voce alle periferie di Adrano abbandonate nell’incuria, gente desiderosa di mettere al centro del proprio progetto politico la dignità della persona, gente competente per trasformare i progetti in azioni concrete.

Sarà realizzabile tutto ciò? Se proviamo a guardarci intorno abbiamo una certa difficoltà ad intravedere uno  scenario così delineato. Troppi politicanti senza arte ne parte, troppi servi sciocchi, troppi che inquinano la città di pattume ideologico, troppi zombie che resuscitano dai loro putridi sepolcri dopo aver devastato la nostra città, troppi fannulloni del web che gracchiano e pontificano su tutti e tutto. Questi sembrano essere i segni del declino, ormai i minus habens imperversano, comandano, ti zittiscono. E in questa desolazione avanza una insostenibile voglia di lasciar perdere.
O no?

Dal Jobs Act ai Referendum della Cgil: come cambia il mondo del lavoro

in Politica di

di Gaetano Sant’Elena*

L’impatto della riforma sul mondo del lavoro non può certo essere valutato in tempi così rapidi (i primi decreti sono entrati in vigore a marzo, gli ultimi a fine settembre dello scorso anno), né va confuso con gli effetti – positivi, dicono i dati – dell’esonero per tre anni dei contributi INPS per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate nel 2015, stabilito con la Legge di Stabilità approvata a fine 2014, per coincidenza negli stessi giorni del Jobs Act, né tantomeno gli effetti meno agevolativi delle successive leggi di stabilità 2015 e 2016 che li hanno notevolmente ridotti.

La portata della riforma deve essere letta nei termini della semplificazione della materia lavoristica, in quanto essa è di facile lettura e cerca di uniformare le decisioni dei Tribunali, da un lato e dall’altro cerca sempre un accordo, anche se in sede protetta (soprattutto sindacale) delle vertenze fra datore di lavoro e lavoratore e non tanto sui numeri assoluti “di nuove assunzioni” che riguardano ampiamente la natura dell’economia italiana e più in generale mondiale. Tutti ormai comprendiamo che il vero problema dell’occupazione (in regola) è la non sostenibilità da parte delle aziende del costo del lavoro, sia in tema di retribuzioni che in tema di contribuzione. In momenti di crisi, forse le parti sociali avrebbero dovuto avere come obiettivo primario la crescita del sistema Paese ed in particolare delle aree più depresse della Nazione. Un esempio per tutti: con limiti aziendali sarebbe stata opportuna una deregulation della contrattazione collettiva nazionale e l’adozione di salari minimi garantiti di settore o contratti d’area accompagnati da una riduzione sensibile del costo della contribuzione. Ma su questi temi potremmo scrivere fiumi di parole e trattati, ma non è opportuno togliere spazio a quello che è la riforma del 2015.

I punti salienti della riforma, riguardano i temi dei licenziamenti, degli ammortizzatori sociali, i congedi per i genitori lavoratori, il nuovo codice dei contratti di lavoro, le politiche attive del lavoro e la riforma dei controlli.

Come cambiano i licenziamenti

Non cambia niente per chi è stato assunto prima del 7 marzo 2015. Per chi è stato assunto dopo il decreto esclude, per i licenziamenti economici, la possibilità della reintegrazione nel posto di lavoro e prevede un indennizzo economico crescente con l’anzianità di servizio. Il diritto alla reintegrazione è limitato ai licenziamenti nulli e discriminatori, e a particolari casi di licenziamento disciplinare ingiustificato. Il decreto prevede inoltre termini certi per l’impugnazione del licenziamento.

Come cambiano gli ammortizzatori sociali

Trattando di misure che hanno l’obiettivo di offrire sostegno economico alle persone che hanno perso il posto di lavoro, il decreto riscrive la normativa in materia di ammortizzatori sociali in caso di disoccupazione involontaria e di ricollocazione dei lavoratori disoccupati, introducendo nuovi strumenti e nuove sigle: ASPI, NASPI, ASDI e DIS-COLL, quelle che un tempo chiamavamo “assegni per la disoccupazione”.

Cosa cambia per i genitori che lavorano

Il decreto interviene principalmente sulle norme che regolano il congedo di paternità e maternità – cioè l’astensione obbligatoria dal lavoro al momento della nascita del figlio o dell’arrivo di un bambino in affidamento o in adozione – e poi il congedo parentale (facoltativo) e i diritti dei genitori che sono lavoratori autonomi o iscritti alla Gestione Separata INPS, introducendo anche alcune novità sul congedo per le donne vittime di violenza di genere e sul telelavoro.

Come cambiano i contratti di lavoro

È sicuramente la più corposa tra le norme approvate: modifica sia il codice civile che diverse leggi sul lavoro, abrogando due interi decreti e numerosi altri articoli. Il Jobs Act infatti riscrive la disciplina di molti contratti di lavoro – per esempio la collaborazione a progetto, la somministrazione, il lavoro a chiamata, il lavoro accessorio, l’apprendistato, il part-time – dando alcune indicazioni precise ma contemporaneamente lasciando aperte molte possibilità di deroga ai contratti collettivi nazionali. Tutto a partire dal fatto che “il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato costituisce la forma comune del rapporto di lavoro”: un’indicazione semplice ma importante, che definisce a quale tipo di lavoro vadano ricondotti i contratti più “leggeri” che non rispettano i limiti che la norma impone.

Come cambia la cassa integrazione

Il decreto riordina la normativa in materia di ammortizzatori sociali “in costanza di rapporto di lavoro”, abrogando oltre 15 leggi stratificatesi negli ultimi 70 anni, dal 1945 a oggi, con una sola norma che racchiude – quasi – tutto il settore. Le forme di cassa integrazione diventano due – ordinaria e straordinaria, sparisce la cassa integrazione in deroga – e possono essere utilizzate dalle imprese per eventi transitori che richiedono meno ore di lavoro, crisi aziendali e riorganizzazioni: dai dati del governo, complessivamente le misure coinvolgeranno circa 1.400.000 lavoratori e 150.000 imprese che prima ne erano escluse.

Come cambiano le politiche attive

Il nuovo decreto riordina la normativa in materia di servizi per il lavoro e di “politiche attive”, cioè le iniziative volte a promuovere l’occupazione: rinforza e riorganizza la rete degli enti coinvolti nel settore, vincola l’erogazione dei “contributi di sostegno al reddito” alla partecipazione attiva di chi dovrà percepirli, coinvolge stabilmente i soggetti privati che possono fare da intermediari, semplifica la possibilità di impiego dei lavoratori in cassa integrazione in lavori per la collettività e allarga la portata del cosiddetto “fascicolo elettronico” del lavoratore.

Come cambiano gli organi di controllo

Il DLgs 149/2015 istituisce un’agenzia unica per le ispezioni del lavoro, denominata Ispettorato del Lavoro, che svolge le attività ispettive finora compiute dalle Direzioni Territoriali del Lavoro, da INPS e INAIL. Tutto il personale ispettivo delle DTL confluisce nella nuova agenzia; il personale ispettivo di INPS e INAIL resta invece nei rispettivi enti “ad esaurimento”, ma segue le direttive e la programmazione dell’Ispettorato. Per una maggiore efficacia ispettiva, INPS, INAIL e Agenzia delle entrate sono tenuti a condividere con l’Ispettorato le proprie banche dati.

Sulla carta non è un cambiamento troppo significativo: qualcosa di più incisivo nel settore ispettivo sarebbe dovuta avvenire se si sarebbe portata a termine la riforma del Titolo V della Costituzione, con il ritorno allo Stato delle competenze in materia di sicurezza sul lavoro attualmente in gran parte di competenza regionale. Ma non è andata così. Per dovere di cronaca ad oggi la riforma in Sicilia non è applicata in quanto manca il decreto assessoriale.

Il DLgs 151/2015, l’ultimo dei decreti approvati, tratta invece aspetti puntuali di materie molto differenti: cambia perlopiù parti di singoli articoli, con modifiche volte alla “razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese e altre disposizioni in materia di rapporto di lavoro e pari opportunità”.

Le disposizioni contenute nel decreto possono essere suddivise in tre gruppi fondamentali:

– Semplificazioni di procedure e adempimenti in materia di inserimento mirato delle persone con disabilità, costituzione e gestione del rapporto di lavoro, salute e sicurezza sul lavoro e assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, revisione delle sanzioni in materia di lavoro e legislazione sociale.

– Disposizioni in materia di rapporto di lavoro, con una piccola revisione della disciplina dei controlli a distanza del lavoratore; la possibilità per i lavoratori di cedere, a titolo gratuito, ai colleghi, i riposi e le ferie maturati, al fine di assistere i figli minori; l’introduzione per i lavoratori del settore privato di ipotesi di esenzione dal rispetto delle fasce di reperibilità in caso di malattia; l’introduzione di modalità semplificate per effettuare le dimissioni e la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, esclusivamente con modalità telematiche.

– Disposizioni in materia di pari opportunità, rivedendo ampiamente la normativa sulle consigliere di parità.

I quesiti referendari della Cgil: firmano 3 milioni di italiani

La CGIL si è opposta alla riforma del mercato del lavoro. Più una presa di posizione per quanto riguarda le modifiche all’art. 18 della 300/1970 in tema di licenziamenti e difesa del “lavoratore”, che sulla portata della riforma in tema di occupazione e difesa del “diritto al lavoro”.

In quest’ambito avviene la raccolta delle firme per avviare l’iter abrogativo della neonata riforma concentrandosi fondamentalmente sul “contratto di lavoro a tutele crescenti” oltre che all’abolizione del “lavoro accessorio” (voucher lavoro) e sulla responsabilità del committente negli appalti (pubblici e privati) per il trattamento economico dei dipendenti.

Come ormai tutti sappiamo la Consulta non ha ritenuto approvare il quesito sui licenziamenti ammettendo in via residuale gli altri due.

A mio avviso non cambierà nulla sia se l’attuale Governo apporterà quel minimo di modiche che impediranno il referendum, sia se il Capo dello Stato decidesse di indire la consultazione. In quest’ultimo caso sarà difficile il superamento del quorum (come ormai avviene di regola) e quindi la riforma non subirà alcun cambiamento.

Cambierà invece, in termini negativi, la politica ed i rapporti sindacali: un sindacato più debole chiuso a riccio su principi ormai anacronistici e distante dei veri bisogni dei lavoratori che sono quelli della certezza del lavoro (anche se precario e flessibile) ma costante nel tempo.

 

consulente del lavoro | Studio Sant’Elena

I coglioni di Destra

in Politica di

Tempo fa, mi era impossibile pensare che a destra ci fossero persone scadenti. La colpa di questa distorsione della realtà era dovuta prima di tutto alla psicologia dell’escluso, di cui eravamo affetti tutti noi di destra.

In cosa consiste questa psicologia? L’escluso per compensare questo stato di disagio elabora questa sua marginalità: nel caso nostro quella politica, con un atteggiamento di superiorità che è alimentato dalla frequentazione del gruppo degli esclusi – politici appunto – e per quanto ci riguarda da letture e discussioni che esaltavano temi come la bellezza della sconfitta, i concetti romantici di titanismo e di morte per l’ideale, il senso aristocratico della formazione individuale. Io, è chiaro, non rinnego la mia formazione né le letture che ho fatto però per tanto tempo: diciamo sino a quando la destra ha assunto responsabilità di governo nazionale nel 1994 e quindi regionale, dove c’è stata, sino a giungere a quella nelle realtà locali, ho pensato al mio “mondo” come quello migliore, più puro, più competente. L’epilogo di quelle esperienze di governo e di quelle attuali, pur nelle eccezioni, ha dimostrato invece che gli uomini di destra sono nella maggioranza come tutti gli altri.

 

Ho cercato di capire il perché, partendo proprio da quella distorsione della realtà, dovuta alla psicologia dell’escluso, ed alla creazione di “miti” politici ed esistenziali, per giungere alla considerazione che il tempo svilisce tutto. Mi spiego meglio. Dopo la sconfitta militare e politica del fascismo, i reduci avevano ancora, vista la vicinanza con quegli eventi, quella tensione ideale e la voglia di battersi per realizzare l’idea che li aveva precedentemente animati. Tale tensione è stata forte, con alcune differenze politiche ed ideologiche, per tutti gli anni del dopoguerra sino agli anni ’80. Poi, il tempo ed i cambiamenti epocali l’hanno fatta scemare sino a diventare un semplice “pacchetto d’offerta politica”, mentre i “miti” – quando non erano mera coreografia – del saluto romano, del Presente! per onorare i nostri morti, dei ritiri comunitari servivano, quale forza animante e aggregante, a rafforzare lo spirito di gruppo.

La realtà, invece, palesò dilettantismo, velleitarismo ed una serie di brutte figure, dato che la destra non era usa di governo.

Queste prime delusioni indussero erroneamente la destra a fare politica “come gli altri” e così, anche per una legittima ricompensa degli anni patiti, molti nostri governi scopiazzarono il mal costume dei partiti dell’arco costituzionale. Ma ciò che costoro avevano dimenticato è il fondamento che ci faceva sostanzialmente “diversi”.

Tale fondamento non era rappresentato dai contenuti ovvero dai riferimenti storici e politici, dalla percezione agiografica e di “fascismo eterno” che lungamente ci aveva pervaso ma al sostrato intimo che sostanziò quelle scelte politiche e di vita come il concetto nicciano di uomini come costruttori di senso e di storia e l’anticonformismo comportamentale ed ideativo, residuo forse romantico ma pratica ed importante risorsa per qualsiasi comunità. Specie se in fase di stallo.

Chi, a destra, non ha più questo è come gli altri o addirittura un coglione.

 

I coglioni di destra si riconoscono facilmente anche perché sono notevolmente aumentati, specie se da “ecumenici” e “flessibili” come sono diventati hanno iniziato a frequentare altre parrocchie politiche, impensabili un tempo. Eppure riesco, nella mia munifica comprensione, a pensare che qualcuno di loro l’abbia fatto per poter incidere nella realtà politica e per non lasciare vuoti politici che altri in maniera malsana potevano occupare. Ma molti di loro non si distinguono per lo stile, per il senso profondo della “scommessa esistenziale”, dell’anticonformismo, della volontà grazie ai quali le cose si possono cambiare se si lotta anche se si perde, e mostrano invece un fare bulimico da Prima Repubblica.

 

Ho per molto tempo, come dicevo, evitato a me stesso di consumare una freudiana morte del padre: lo faccio ufficialmente ora e mi sento più onesto e più libero.

Certo, ciò non significa avere pentimenti e dimenticare il passato. Non posso, non voglio e non devo dimenticare i ragazzi che sono morti per difendere una bandiera che nessuno voleva, i sacrifici di una comunità che voleva battersi, esprimersi e che sottraeva risorse al borsellino domestico – di nascosto e senza pentimento –, le scarpe consumate e le notti in treno del giovane Almirante, i pasciuti democristiani, socialisti etc. che potevano dare ai loro iscritti e ai loro amici un lavoro, occasioni di vita, una vetrina sociale.

No, non mi pento per la mia scelta. Anzi, questa marginalità mi – ci – ha spinto a lottare e a non piegarmi – ci – dinanzi al potente politico di turno, a leggere libri di altra provenienza politica ed ideologica, a confrontarsi con filosofie e persone di orientamento politico diverso, ad indirizzarmi a vedere sotto una luce nuova argomenti per noi tabù come Marx, Freud o la Scuola di Francoforte, per esempio. Ciò ha reso tutti noi, abitati ancora da quel fondamento di cui parlavo, più forti, più determinati, più reattivi e paradossalmente più ironici e tolleranti.

Ringrazio i miei 11 anni, età in cui quasi istintivamente scelsi. Non rimpiango niente.

Non avrei voluto vedere, però, certe scene di rozzezza, di arrivismo e di pochezza caratteriale che sono circolati  e circolano anche a destra.

Non sempre noi siamo ciò che siamo stati.

Una squadra di fenomeni e lo scimpanzè con il mitra

in Politica di

Una squadra di fenomeni, ci vorrebbe una squadra di fenomeni per fare uscire Adrano dal pantano in cui è sprofondata. Non penso, però, a un catalogo Marvel di supereroi impegnati a cancellare l’immagine irrimediabilmente insudiciata di una città che era il fiore all’occhiello – assieme ad Acireale e Caltagirone – di tutta la provincia di Catania. No, penso ad un manipolo di adraniti di buona volontà che tolga allo scimpanzé la mitragliatrice che ha in mano.

Ora che tutti i nodi sono venuti al pettine, tanto vale fare uno sforzo di umiltà e disegnare uno scenario possibile per il futuro prossimo venturo.

A chi, ogni due per tre, invoca le dimissioni dei responsabili della cosa pubblica, va subito detto che in politica non è stato adottato come strumento di legge l’applausometro con il quale misurare il livello di gradimento e popolarità degli amministratori di una comunità. L’unico rimedio, legalmente riconosciuto, è l’istituto della sfiducia. Solo che ad utilizzarlo non sono, ahimè, cittadini disinteressati ma consiglieri comunali timorosi di abbandonare se stessi al proprio destino, una volta sancita la fermata al capolinea. Ecco perché, tutte le volte che ad Adrano è stato tentato un percorso del genere, esso si è sempre rivelato un fallimento. Ripetere l’esperimento mi pare cosa inutile, scatterebbe anche stavolta la chiamata alle armi di fronte alla quale chi detiene le leve del comando sa come destreggiarsi: rancio raddoppiato per i famelici più perplessi e poltrone tirate a nuovo per gli ingordi. Ci sarebbe, a dire il vero, l’opzione del “passo indietro”: il lancio della spugna per l’evidente difficoltà ad uscire dalle sabbie mobili nelle quali è scivolata una città intera. Chi è stato eletto democraticamente dal popolo, però, ha tutte le ragioni (oppure trova tutte le scuse, fate voi) per andare avanti. Basta tramutare la realtà in impostura e sostenere che tutto va per il verso giusto.

Quando la mala gestio intasa le fogne della pubblica amministrazione, il rimedio ultimo è quello di addossare la colpa agli altri.

Tutta colpa dell’uomo solo al comando che, una volta eletto, dimentica di essere stato scelto come “guardiano del faro” di una comunità e dà fuori di matto atteggiandosi, invece, a “faro” di tutta la città.

Perché il delirio di onnipotenza non sia la cifra dei prossimi chiamati a governare penso a una squadra di fenomeni che sappia dividere al proprio interno compiti e responsabilità e affronti il disperato tentativo di rimettere in piedi questo periclitante condominio chiamato Adrano. Lo so, è una missione difficile se non impossibile. Ma è l’ultima chance offerta a noi adraniti che abbiamo a cuore le sorti di questa città, se non vogliamo che un nuovo scimpanzé imbracci di nuovo il mitra e faccia strage del nostro futuro.

La peggiocrazia adranita

in Politica di

Diciamocelo pure chiaramente. Politici e amministratori locali sono lo specchio fedele della società che rappresentano. Uno straordinario esempio di corrispondenza tra rappresentati e rappresentanti. Ovviamente, esistono delle aree di non sovrapposizione che, però, non riescono a fare breccia in questo coerente schema. La nostra democrazia comunale, seppur con l’importante modifica dell’elezione diretta del sindaco (introdotta nel ’93), non ha certamente partorito esempi virtuosi. Se ciò non è avvenuto, la principale causa è da imputare all’incapacità dell’elettorato di scegliere per il meglio, pur nell’ambito della limitata offerta. D’altronde: “Si vuole sempre il proprio bene, ma non sempre lo si vede …” (J. J. Rousseau). La conquista del potere di scegliere direttamente la persona cui affidare le sorti della propria città, non ha prodotto gli effetti sperati, perché è mancata la capacità di valutare le reali qualità, l’affidabilità personale e il programma del candidato sindaco. Anzi, tali “carenze percettive”, unite alle condizioni di bisogno di tanti elettori, hanno favorito la personalizzazione della politica attorno al potere di soggetti dediti, talvolta in modo spregiudicato, alla creazione di strutture di consenso personale, con la promessa – peraltro raramente mantenuta – di alimentare gli appetiti di ogni possibile clientela. E, purtroppo, di fronte ad un corpo sociale e politico “acerbo”, chiuso a riccio sugli egoismi di ognuno, privo ancora del minimo sindacale di senso civico, non c’è legge, elettorale o non, che possa fare miracoli. In tal modo, non siamo riusciti ad avere un primo cittadino che abbia mai realmente assunto il ruolo di guida di un processo complesso di riconsiderazione della nostra identità e delle prospettive di sviluppo del nostro territorio.

I nostri amministratori non si sono mai posti, né avrebbero potuto, il dilemma della scelta: limitarsi a lasciar andare la barca, rispondendo alle emergenze, minimizzare i danni, e assicurarsi la piccola quota di autonomia decisionale e di risorse finanziarie necessarie per la propria sopravvivenza; oppure rinunciare a ciò e mettere le mani nella macchina amministrativa per migliorare l’efficienza degli apparati, vista la necessità del recupero di quote crescenti di risorse finanziarie direttamente da parte del Comune. E’ chiaro che, in quest’ultima ipotesi, sarebbero state necessarie delle capacità realizzative non indifferenti ed una forte volontà politica, visto lo scontro che si sarebbe generato con i burocrati e i mal di pancia di molti cittadini che non avrebbero capito, almeno nell’immediato, il perché di tale sommovimento. Non ci sono, infatti, abituati. Allora meglio darsi la mano e assecondare i propri istinti conservatori. Ognuno al posto suo. Al diavolo l’efficienza, i servizi e il risanamento finanziario. L’importante è prendersi cura delle proprie masserizie. Politici e burocrati uniti da un tacito patto di non belligeranza, contro ogni prospettiva futura.

La semplice presa d’atto del consiglio comunale, peraltro infarcita d’una retorica abominevole, della necessità di un piano di riequilibrio finanziario “suggerito” dalla Corte dei conti, che, di fatto, sancisce la nostra bancarotta, s’inserisce appieno nello scenario di perenne presentificazione in cui si muovono gli amministratori (il dissesto finanziario è sempre meglio farlo dichiarare da chi verrà). L’assenza di un progetto politico e l’ossessione per il loro immediato futuro, li pone, infatti, in una condizione di sudditanza rispetto ai vertici o ai semplici addetti delle strutture tecniche interne. E’ necessario l’appoggio dei tecnici per il proprio, personalissimo, futuro. E’ così che il non governo della cosa pubblica carica la collettività di ingenti costi finanziari e sociali riducendo, quasi azzerandoli, i margini di ogni azione amministrativa prossima.

In quest’abisso, però, la peggiocrazia potrebbe trovare degli ostacoli alla sua perpetuazione. La crisi finanziaria del Comune metterà, infatti, a rischio il finanziamento di molti piccoli privilegi che hanno alimentato il consenso sino a oggi. Se non ci sono incarichi da distribuire, se non è possibile favorire gli amici negli acquisti, nei piccoli lavori e nell’affidamento di servizi, a causa della necessità del contenimento della spesa, è probabile che il sostegno alla peggiocrazia venga meno. I due gruppi sociali che potrebbero essere, al tempo stesso, gli artefici e i primi beneficiari del cambiamento sono i giovani e le donne. I primi potrebbero essere motivati dal fatto di trovarsi a pagare il conto di un banchetto a cui non hanno partecipato. D’altronde, sanno di non poter più godere dei privilegi dei loro padri (a parte qualche giovane dalle tradizioni irriducibili). Lo stesso vale per le donne. La loro presenza non può più essere accettata come elemento decorativo. Grazie alle “quote rosa” potranno rivendicare con forza i loro diritti, ed entrare nel merito dei problemi. Le donne mostrano spesso più coraggio e capacità realizzative degli uomini. Entrambi, i giovani e le donne, hanno ben poco da perdere e tanto da guadagnare da un cambiamento di rotta. Proprio loro potrebbero spezzare il circolo vizioso del clientelismo che genera impoverimento e barbarie civile.

Gli insulti degli amici di Ferrante: so’ ragazzi!

in Bacheca/Politica di

Guardate che toni concilianti utilizza il Consigliere nei nostri confronti sulla nostra pagina, solo perchè abbiamo osato dire la verità e cioè che la Maggioranza sulla Sangiorgio-Gualtieri si è astenuta e si è frantumata e che il Sindaco, in Consiglio, ha politicamente insultato Angela Anzalone (che non fa parte del Consiglio e, ovviamente non ha i mezzi adeguati per replicare).
Anche le riprese televisive possono confermare. Ma non facciamoci caso: so’ ragazzi. Consigliamo un pò di Maalox.

maccarrone insulta symmachia

Precari del Comune di Adrano, Musumeci sblocca la vicenda: “garanzie da Palermo”

in Battaglie/News/Politica di

Potrebbe sbloccarsi già settimana prossima, la delicata vicenda dei ritardi dei pagamenti degli stipendi dei 113 dipendenti precari del Comune di Adrano che, nei giorni scorsi, hanno occupato l’Aula consiliare del Comune in segno di protesta: lamentano ben 5 mensilità. Ad intervenire, in modo decisivo, è stato il deputato regionale Nello Musumeci che, proprio questa mattina, ha incontrato l’assessore regionale alle Autonomie Locali Luisa Lantieri.

“L’Assessore – spiega Musumeci in una nota pubblicata da Video Star – si è consultata con gli Uffici e ha fornito ampie rassicurazioni sull’erogazione delle somme previste già settimana prossima in modo che si possano corrispondere alcune mensilità arrestate ai lavoratori in sciopero”.

L’ex presidente della Provincia di Catania e leader di “Diventerà bellissima”, ha già espresso ai lavoratori la “piena e convinta solidarietà e continuerà a seguire la vicenda per tentare di evitare intoppi o spiacevoli inadempienze“.

L’on. Nello Musumeci sarà ad Adrano questa domenica, 8 maggio, alle ore 18, su invito della presidente dell’Associazione Culturale Symmachia, Angela Anzalone, per l’inaugurazione della nuova sede politico-sociale di Symmachia in piazza Umberto.

Il caso dei contrattisti approderà anche in Consiglio comunale, lunedì prossimo, in una seduta urgente, richiesta dalle forze di Opposizione.

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