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Politica - page 4

Le dimissioni del presidente del consiglio. Una famelica schiera di eletti che al concetto di partecipazione democratica ha sostituito quella della spartizione delle poltrone

in Adrano/Antonio Cacioppo/Politica di

di Antonio Cacioppo

Al signor Sindaco, al segretario generale, al vicepresidente del consiglio comunale: …. Il sottoscritto con la presente comunica le immediate ed irrevocabili …. sapete cosa c’è scritto – dalla carica di Presidente Comunale … Siccome assieme a me questo percorso l’hanno fatto tanti amici miei … io ritengo che questa lettera (n.d.r. lettera di dimissione) la debbono avere gli amici … Solo che non li vedo in aula …. Non è un problema”. Sorvoliamo sulla forma , il neopresidente si confonde per l’emozione e si dimette , ma quello che impressiona di più è lo spregio alle istituzioni che dovrebbe rappresentare nel rimettere nelle mani dei suoi amici di cui ,come comica finale , fa nomi e cognomi , il mandato di Presidente del Consiglio di Adrano. Roba da non credere le istituzioni considerate come se si trattasse di “cosa loro” Ma questa è storia vecchia ,veniamo al presente. Dopo l’elezione del Presidente del Consiglio , la luna di miele con Ferrante dura poco, i rumors provenienti dal Palazzo narrano di un Zignale con i suoi amici ostile nei confronti del sindaco perché quest’ultimo non cambierebbe “passo” . La crisi scoppia il con l’uscita dei consiglieri comunali di Azione Civica dalla maggioranza. Le motivazioni addotte dagli “amici”, riguardano soprattutto i problemi della raccolta dei rifiuti. La verità, a nostro avviso, pensiamo stia altrove: il tanto auspicato “cambio di passo” non altro sia che l’alibi che servirebbe a nascondere l’esigenza di occupare altre POLTRONE. Il teatrino della politica si caratterizzerebbe come azione di certe congreghe di amici da bar che si aggregherebbero in base all’ottenimento di eventuali presidenze, posti nelle municipalizzate, delibere da esitare con molti zeri, esperti da nominare per saziare la fame di certi onorevoli di Catania. Siccome sembra che alcune di queste richieste non siano state, almeno finora, soddisfatte, si sarebbe aperta la crisi, ma siccome non è possibile ammettere pubblicamente il vero motivo ammanterebbero la loro azione con nobili motivi: “per il bene del paese”. Ma quello che colpisce di più è il silenzio del sindaco che non risponde, almeno pubblicamente, agli “amici” e non informa la città se risponde a verità, la tesi di Azione Civica e cioè che l’Amministrazione è incapace di affrontare il problema della raccolta dei rifiuti o piuttosto che l’altra possibile verità che non si riesce a placare la famelicità dei questuanti. Non spiegando e informando la città, il Sindaco si assume una grande responsabilità: tratta le istituzioni come se si trattassero di “cosa sua”.
Sembra di essere alle solite una muta di questuanti che circonda le istituzioni alla ricerca disperata di “posti”. Il Sindaco sotto assedio, resisterebbe disperatamente, perché forse si renderebbe conto che se li accontentasse, loro, i cacciatori compulsivi di poltrone sono come la lupa di Dante Alighieri nel primo canto dell’ Inferno : e ha natura sì malvagia e ria, ed ha una natura così malvagia e cattiva, che mai non empie la bramosa voglia, che mai non sazia la sua smodata avidità, e dopo ‘l pasto ha più fame che pria. e dopo il pasto ha più fame di prima. Solidarietà al Sindaco, verrebbe da dire, salviamo il soldato Ryan, se anch’egli non fosse “complice” di detta situazione. Le trattative segrete, ma note a tutti sembrerebbero riavviate, con da una parte Ferrante assediato nel suo fortino di palazzo Bianchi e dall’altra le truppe cammellate degli “amici” che forti della politica del ricatto (fare mancare la maggioranza in consiglio) contrattano dopo le dimissioni da una posizione di forza. Al di là dell’ilarità che questa storia potrebbe ingenerare o dei giudizi morali che in questa sede non ci interessano, questo mercimonio dovrebbe essere visto per quello che sembra essere : l’utilizzo del potere per il proprio tornaconto personale e di gruppo. Ma disgraziatamente sullo sfondo c’è una Adrano disperata (pericolo di dissesto finanziario, buche nelle strade, quartieri al buio, allarme criminalità, insicurezza nelle strade, uffici comunali fuori controllo) vale la pena affrontare seriamente il problema attraverso l’analisi di due momenti politici che servono a dare una visione più chiara della situazione: Il familismo amorale – clientelismo La mediocritas Familismo amorale – clientelismo Norberto Bobbio “ Familismo e clientelismo non sono retaggi di una società arcaica, anzi si reinventano continuamente”.
Antonio Gramsci “ Al partito politico e al sindacato moderni si preferiscono le cricche”. Quello che una volta veniva chiamato da Edward Banfield “ familismo amorale” che si caratterizzava nel perseguire “ unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare “ , si è oggi trasformato in becero clientelismo. Al grido di “tengo famiglia”(Leo Longanesi) e ”bisogna avere i santi in paradiso” che significa esaltare una mentalità di vassallaggio nei confronti di chi detiene il potere, gruppi di amici, consorteria danno vita a strutture opache che hanno la missione di mediare sempre posizioni. Si diceva che il giudizio morale non ci interessa, ma una riflessione va fatta. La politica si può fare o privilegiando la sua componente valoriale e ideale o al contrario sottolineando la politica volta all’interesse personale o dei propri amici. A questo proposito il gruppo di “amici” in esame si comporta “legittimamente” quando riduce al minimo la componente ideale della politica. Cioè è legittimo che gli “amici” diano il consenso, per esempio al sindaco per assicurargli una maggioranza in consiglio comunale in cambio di promesse concrete. Ma sembra altrettanto chiaro che potrebbe essere anche nell’assoluta legittimità, per esempio, nello sbloccare una delibera di pagamento, nominare assessori piuttosto che esperti per conto di politici catanesi o aspirare alla presidenza, sempre per esempio, del nucleo di valutazione, tutto ciò al posto dell’opzione valoriale. A nostro avviso tra una politica dello scambio e una dei valori è preferibile quest’ultima perché garantirebbe, nella peggiore delle ipotesi un bene inalienabile: la libertà. Ma allora perché questo comportamento non libero continua ad essere la costante per certi politici? Per rispondere a questa domanda non si può non partire dall’attuale crisi della politica, che non è una crisi in senso tradizionale ma qualcosa di più profondo. Si tratta di un crollo di sistema, dove tutti i presupposti che caratterizzavano la società sono venuti meno. E’ in crisi lo stesso concetto di democrazia. Democrazia come sistema di regole, appartenenza ad una idea di governo, lealtà nei confronti di un patto, ispirazione a valori condivisi. Questa crisi ci costringe a formulare altre domande, forse quelle giuste: come e perché certi personaggi vengono selezionati come classe dirigente? E questi personaggi hanno “colpe” personali? Secondo noi no, perché essi stessi sono le prime vittime di un clima politico nato dalla crisi della rappresentanza democratica che si è trasformata in un SISTEMA: La MEDIOCRITAS La mediocrità non nel senso latino di aurea mediocritas ,perché in quel caso Orazio esprimeva una condizione umana che si rifaceva alla filosofia epicurea: trovare la giusta misura in tutte le cose. Il termine è qui usato in riferimento ad un clima, ad un sistema e a delle persone che occupano posti di responsabilità pur non avendone le competenze. Così funziona il sistema oggi, infatti chi è al vertice sceglie la classe dirigente in base al sistema della “mediocritas”. Non potrebbe fare diversamente per la semplice ragione che il sistema funziona così perché, per esempio, un gruppo di ladri non può governare con gli onesti. Le istituzioni che dovrebbero indurre al cambiamento e al rinnovamento invece appiattiscono tutto verso il basso, per non alterare lo status quo, per mantenere in stato di coma vegetativo la comunità. E’ evidente che in una situazione del genere la politica e la burocrazia si arricchiscono di “maggiordomi”, ”vassalli” e “parvenu” che legano il loro destino al “feudatario” di turno. Più saranno obbedienti e più avranno possibilità di far “carriera”. La ricerca del potere per il potere genera mediocrità, perché favorisce la selezione della classe dirigente per cooptazione, per servilismo. Combattiamoli finche siamo in tempo, se non lo faremo diventeremo come loro. Questa è una guerra senza esclusioni di colpi, chi sta al potere ha creato un meccanismo di “persecuzione” per far tacere il” nemico”, per far cadere su di esso il silenzio, perché quello che i potenti odiano di più è la Meritocrazia e linciare i meritevoli è tipico dei mediocri. La rappresentanza, quella vera, è morta e con essa sta morendo Adrano che sprofonda sempre più. Di fronte a questo scempio non è possibile restare inerti. Reagire ad un sistema in decomposizione è un imperativo categorico, e bisogna farlo attraverso una rifondazione delle basi culturali e sociali di Adrano, attraverso il coinvolgimento di quella parte della città rimasta per troppo tempo esclusa. La reazione deve, però, avvenire dopo aver individuato chi veramente governa la città. Carl Scmitt ha scritto nel suo capolavoro “Le categorie del politico”: ”Sovrano è colui che decide nel caso di eccezione”. Purtroppo oggi la sovranità non sta più nei luoghi deputati dalle regole democratiche. Gli eletti vengono scelti in segrete stanze fuori Adrano e quelli che detengono il potere reale appartengono a conventicole extraistituzionali. Sono costoro che decidono che indirizzo devono prendere le risorse degli uffici, chi deve essere beneficiato. Nell’immediato il primo compito dovrebbe essere quello di restituire ai legali rappresentanti la possibilità di decidere in piena libertà. Meditate gente, meditate.

Altro che lasciare “l’impronta” sono semplicemente: i soliti ignoti

in Antonio Cacioppo/Politica di

di Antonio Cacioppo

Una banda sui generis ha messo le mani sull’amministrazione della città. Torna in mente la straordinaria definizione fatta da Rino Formica  all’Assemblea Nazionale del P.S.I. : “Corte dei miracoli di nani e ballerine”.  Allora come adesso i nani e le ballerine sono l’effetto collaterale della crisi della democrazia che porta alla  ribalta “impresentabili”, uomini senza rappresentanze se non le loro clientele, che si lanciano in esperienze amministrative e politiche di cui non si raccapezzano dando soluzioni cervellotiche, per cui alla fine la cura risulta peggiore della malattia.

  • Assessori Ombra che si occupano di bilancio comunale con il risultato di contribuire al fallimento dei comuni.
  • Coordinatori Politici che nel bel mezzo di una trattativa, al fine di pilotarne la soluzione voluta, si vedono beneficiati (legittimamente) di somme spettanti .
  • Assessori occultie pur palesi che sgovernano la città mentre gli assessori ufficiali restano senza deleghe per mesi e mesi.
  • Politici che si improvvisano esperti di rifiuti con il risultato di rimanerne seppelliti.
  • Faccendieri che scorazzano per la città per improbabili mediazioni.

Siamo nelle loro mani, nelle mani di nessuno. Non c’è da stare allegri. Bisogna sdramatizzare e per farlo si deve far ricorso ai grandi maestri del cinema italiano, perchè hanno saputo immortalare la tragicità comica dei costumi italiani.

Infatti più che “cambiare passo” sembra di tornare alla fine degli anni 50, ai protagonisti del capolavoro di Mario Monicelli: I SOLITI IGNOTI 

E come nel film, il clima attuale ci impone di affrontare i tragici momenti che viviamo con leggerezza, cercando un sorriso, anche se amaro, per le gesta degli antichi e moderni appartenenti alla banda del buco.

“Peppe er Pantera” Gasman

“Tiberio Braschi” Mastroianni

“Carmelina Nicosia” Cardinale

“Capanelle” Pisacane

e il più grande fra tutti il maestro “Dante Cruciani” Toto’, l’anziano del gruppo che deve insegnare alla banda come aprire “la Camera” cioè la cassaforte.

Ogni riferimento a fatti o persone di oggi è assolutamente voluto. 

I soliti ignoti

Il piano è infallibile: entrate nell’appartamento attiguo alla sede del Monte di Pietà, bucare il muro e rubare la cassaforte.

Il colpo finisce sui giornali perchè le autorità non riescono a spiegare come mai è stata scassinata una finestra, buttato giù un muro per sedere a tavola e mangiare un piatto di pasta e ceci.

Pasta e ceci, di questo si tratta. 

L’inettitudine emersa nel compiere la rapina da un lato riempie di tenertezza per questo gruppo di ladri scalcagnato e sprovveduto, dall’atro come un gruppo di disperati pensa a come dare una soluzione ai loro problemi.

I personaggi sono accompagnati dall’aurea del fallimento e la loro catastrofe tragicomica riflette la frustrazione del mancato adeguamento alle regole e ai valori ( lealtà- onore- legalità).

E’ incredibile come le assonanze tra ieri e oggi siano evidenti: allora la crisi economica come sfondo dei personaggi di Monicelli, oggi una nuova grave crisi economica che fa da sfondo alle gesta dei neoeroi della neobanda del buco.

Ma l’assonanza non si limita solo alla crisi economica, c’è da sfondo anche la crisi dei valori, drammatica e inesorabile.

Infatti i personaggi del grande regista erano dediti, per sopravvivere, al malaffare, quelli di oggi, sempre per sopravvivere, dediti alla prostituzione politica. 

L’unica differenza è che i primi sono vestiti con abiti laceri i secondi con abiti griffati.

Monicelli descrive dei poveracci, emarginati, reietti, oggi questi personaggi si sono trasformati in poveri di valori in giacca e cravatta, emarginati di principi, in reietti della politica in voltagabbana e traditori. 

Oggi come allora è questo il SEGNO DEI TEMPI. 

Altro che lasciare “l’Impronta” sono semplicemente:

” I SOLITI IGNOTI “

Nel ricordo di Giovanni Falcone, raccontiamo Nino Di Matteo. Affinché la storia non si ripeta

in Blog/Calogero Rapisarda/Politica di

Giovanni Falcone non avrebbe voluto essere commemorato. Lui non voleva che si ricordasse la sua morte, ma quella della mafia. Invece ancora una volta “cosa nostra” ha vinto; ha vinto perché noi non abbiamo combattuto insieme a quelli che oggi chiamiamo eroi, ma li abbiamo lasciati soli. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano appena concluso una battaglia e quando lo stato avrebbe dovuto mettergli a disposizione le armi per vincere la guerra, ha preferito lasciarli soli, ha optato per la trattativa, ha decretato il loro martirio.

Oggi possiamo fare a meno di ricordare Falcone e faremmo meglio a sostenere coloro che ancora rischiano ciò che rischiò lui, affinché la storia non si ripeta. Per questo, oggi 23 Maggio, 23 anni dopo la strage di Capaci, voglio raccontarvi la storia di un grande uomo, fortunatamente in vita: Nino Di Matteo.

Nino Di Matteo ha 53 anni, un uomo alto e robusto. Siciliano. E’ cresciuto a Palermo, ha condotto processi contro boss, servizi segreti e mandanti di attentati mafiosi, ha fatto luce sugli omicidi di giudici. Conosce il DNA della mafia fin nella più minuscola molecola. Vive sotto scorta da 22 anni. Quando nacquero i suoi due figli le guardie del corpo lo accompagnarono fino in sala parto. Di Matteo è uno di quei giovani magistrati che vegliò la bara di Borsellino. Quel momento dell’estate del 1992 divenne un punto di svolta per un’intera generazione di magistrati antimafia italiani. Il sangue dei due giudici non era ancora asciutto, che lo Stato italiano aveva già capitolato e stava negoziando con la mafia.

Questo patto tra Stato e mafia aleggia ancora oggi sull’Italia come una nube tossica. Nino Di Matteo guida il processo che si pone come obiettivo di svelare il patto dietro al quale si cela il più sordido segreto di famiglia italiano. “L’accusa che noi muoviamo non è quella di aver trattato con la mafia. E’ eticamente riprovevole, ma penalmente non punibile”, dice Di Matteo in una intervista nel corridoio gelato dell’aula bunker. “Accusiamo gli imputati di aver fatto da ambasciatori per le richieste mafiose”. Quando parla del suo processo, non un battito di ciglia in Nino Di Matteo tradisce quanto gli sia costato derubare lui della sua libertà e la sua famiglia di una vita normale. Soppesa le parole oculatamente, perché sa che ciascuna di esse potrà essere usata contro di lui.

Ad ogni udienza i boss sotto accusa sono in collegamento video dai carceri di massima sicurezza: sui teleschermi disseminati per tutta la sala si vedono uomini anziani con occhiali da lettura e pullover di lana. I politici e i servitori dello Stato accusati inviano i loro legali. Perché se sedessero tutti insieme sul banco degli imputati, le connessioni tra Stato e mafia smetterebbero di essere invisibili, assumerebbero dei volti. Come il volto arrossato dell’ex ministro degli Interni Nicola Mancino. Oppure il viso un po’ pasciuto dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, braccio destro di Berlusconi, attualmente in carcere per concorso in associazione mafiosa. La faccia baffuta da topo del generale dei carabinieri Mario Mori.

Il suo collega Antonio Subranni serrerebbe ancor di più le sue labbra sottili. Tutti loro dovrebbero sedere sul banco degli imputati accanto a boss mafiosi come Totò Riina e suo cognato Leoluca Bagarella. E questo vogliono impedirlo a qualsiasi costo. Quando nel 2013 fu aperto il processo, i giornali titolavano: “Lo Stato processa se stesso”. Tuttavia continua ad esserci poco interesse.

Per molti italiani la trattativa è il peccato originale della Seconda Repubblica, che fu proclamata quando nel 1994 Berlusconi salì al potere. Il patto tra lo Stato e la mafia è il grembo da cui tutto ha avuto origine: l’inizio del predominio di una classe politica che aveva fraternizzato con la mafia. Il patto in Italia ha avuto come conseguenza un decadimento morale senza precedenti: la corruzione diventò un peccato veniale e l’ambiente fu distrutto senza scrupoli. E poiché questo patto tra Stato e mafia perdura ancora oggi, il magistrato competente Nino Di Matteo è sorvegliato da 42 guardie del corpo. “Probabilmente questo mi ha salvato la vita”, dice Nino Di Matteo.

Intanto il boss Totò Riina è stato intercettato nel cortile del carcere mentre raccontava ad un altro boss del progetto di esecuzione per Di Matteo, che deve essere fatto a pezzi “come un tonno”. Il boss detenuto Vito Galatolo, figlio di un’antica famiglia mafiosa, voleva alleggerirsi la coscienza e ha fatto sapere a Di Matteo che i preparativi per l’attentato contro di lui erano già in fase avanzata: i boss avrebbero raccolto 600.000 euro per acquistare 150 chili di esplosivo. Nino di Matteo dice: “Quando una cosa del genere diventa pubblica, occorre ovviamente tranquillizzare la famiglia.” Fa una lunga pausa e osserva: “Anche se non c’è proprio nulla di cui star tranquilli.”

In una giornata di udienza sul banco dei testimoni è salito anche un sacerdote: don Fabio Fabbri. Monsignor Fabbri era stato chiamato a depositare in quanto, si dice, conosceva bene Pertini, Giulio Andreotti e persino il Papa, ma quando si trovò a rispondere alle domande di Nino Di Matteo si capì subito che non poteva reggere il confronto. Infatti dopo qualche minuto in cui il parroco fece finta di essere tondo l’intera aula è raggelata quando il Monsignore fu costretto ad ammettere di essersi consigliato con un amico dei servizi segreti su come riuscire ad impedire la sua deposizione davanti alla corte. Già, i Servizi Segreti. Sono proprio questi i momenti in cui si percepisce quanto sia pericoloso questo processo per la rete di agenti segreti, di servitori infedeli dello Stato e di politici. E così nel corso delle indagini viene fuori che agenti dei servizi entravano ed uscivano dal carcere di massima sicurezza per controllare i boss detenuti e soffocare sul nascere possibili confessioni, come accadde per il boss Antonino Gioé, che fu trovato strangolato nella sua cella. E da quando nell’estate 2014 il procuratore generale di Palermo indaga su questo oscuro ruolo dei servizi segreti nel carcere di massima sicurezza, trova sulla sua scrivania del Palazzo di Giustizia una lettera di minacce, e non da parte della mafia.

Le caratteristiche formali della lettera lasciano intuire essere proveniente dall’ambito dei cosiddetti servizi segreti “deviati”. Non solo nella lettera viene descritta nei dettagli la sua casa, ma gli viene anche intimato di “rimettersi in riga” e di non sottovalutare “l’intelligenza altrui”. Perché “non facciamo eroi”, che sta a significare che oltre alla morte esistono altre possibilità per annientare una persona. Successivamente si viene a sapere che quando la lettera è stata messa sulla scrivania del procuratore le telecamere erano spente. Stasi all’italiana. A confronto con questa realtà “House of Cards” (serie tv statunitense che narra gli intrighi del potere ambientata a Washington) è un teatrino di marionette. Monsignor Fabbri non è l’unico che in questo processo cerca di impedire la propria deposizione. L’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino a questo scopo ha tirato in ballo nientemeno che l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. I nastri di questa telefonata si sono dovuti distruggere su ordine di Napolitano. Da allora aleggia il sospetto che non si sia trattato di tutelare la privacy del presidente, ma piuttosto di insabbiare il patto tra Stato e mafia. Tanto più che il suo consigliere giuridico in una missiva al presidente esprimeva il timore “di essere stato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi” negli anni degli attentati mafiosi. Da lì a poco il consigliere personale muore per infarto a soli 64 anni. “Mentre corteggiava la mafia, lo Stato ha ottenuto esattamente il contrario: non la fine degli attentati, bensì altre bombe”, dice Nino Di Matteo nel suo ufficio a Palazzo di Giustizia. Appese al muro, alle sue spalle, targhette in ricordo di indagini internazionali, un crocifisso e le foto dei magistrati uccisi Falcone e Borsellino. Parla in modo vistosamente lento, come qualcuno consapevole della fugacità dell’attimo.

Che il patto tra mafia e lo stato italiano non sia mai venuto meno, lo si può leggere non solo nelle minacce di morte a Di Matteo, anche il silenzio da parte dei politici al governo ha un che di spettrale. Senza sostegno politico a Nino Di Matteo non resta altro che affidarsi alle sue guardie del corpo, finché sarà possibile. Non può nemmeno andare a mangiare una pizza, fare una gita al mare con i suoi figli, andare al cinema. È prigioniero. “Spesso rifletto sul fatto che in Italia c’è un grande desiderio di giustizia che pesa sulle spalle di pochi”, dice Di Matteo. Alcuni (pochissimi) avrebbero visto bene Nino Di Matteo come Presidente della Repubblica. Ma il Consiglio Superiore della Magistratura gli nega la promozione che gli spetta e colleghi preoccupati per la sua ascesa prendono le distanze da lui. Questo accadde anche a Falcone e Borsellino, Nino Di Matteo lo sa. “Sì”, dice tranquillo, “è triste che non abbiamo imparato nulla dal passato.”

Calogero Rapisarda

“IL FRESCO PROFUMO DI LIBERTA’ – IN RICORDO DI GIOVANNI FALCONE, DELLA MOGLIE E DEGLI AGENTI DELLA SCORTA”

Pomeriggio, ore 18, Villa delle Favare, Biancavilla.

Altro che fuori dalla maggioranza, Zignale e gli amici vorrebbero nuove poltrone

in Politica di

“Azione civica si ritiene sciolta dal vincolo di maggioranza”. No, non è un pesce d’aprile, ma poco ci manca, viste le fragorose risate che una simile dichiarazione ha suscitato in quei cittadini che seguono ancora le diatribe di quel che resta della politica – chiamiamola così – di Adrano. Un comunicato stampa, quello di “Azione Civica”, che doveva far tremare gli equilibri della politica locale e che, invece, si è rivelato per quello che, effettivamente, è: una boutade primaverile che ha avuto il merito di concedere una salutare dose di ilarità a tanti adraniti, in un momento in cui la città vive un profondo disagio sociale.

La fortunatissima compagine che si fa chiamare “Azione Civica” è meglio nota ai più come “Gruppo degli Amici di Alessandro”, così come, di fatto, è stata ribattezzata in maniera pubblica, ufficiale e solenne nel corso del memorabile discorso di insediamento del super Presidente del Consiglio comunale, Alessandro Zignale che, in una calda sera d’estate, disse in Aula:

“Vi è mai capitato nella storia di un Comune che il minuto dopo I’elezione di un Presidente lo stesso si dimetta? Vi è mai capitato? lo ritengo di no.

Vi è mai capitato che il minuto dopo l’elezione del Presidente del Consiglio lo stesso firmi le proprie dimissioni davanti a tutti pubblicamente? Io ritengo di no. Cercatelo, se trovate qualcun altro che sia in grado di fare questo o che abbia fatto questo. Siccome assieme a me questo percorso l’hanno fatto tanti amici miei, secondo voi questa lettera non è a garanzia che questa presidenza possa realmente essere il cambio di passo di questa Amministrazione?”

Anche in quel caso le dimissioni di Zignale erano una boutade, una battuta fra amici. Niente di serio, insomma.

Indubbiamente Zignale ha ragione: pur cercando nei più disparati Comuni italiani non sarà mai possibile trovare traccia di uno show politico simile, al confine tra il trash e la banalizzazione delle Istituzioni, divenute quasi oggetto di “conquista” da parte di un gruppetto di amici. Ma, queste, possono essere bollate come considerazioni politiche faziose.

Di certo, Zignale ci concederà di affermare che, a distanza di oltre un anno da quel vibrante discorso, la sua Presidenza, fino ad oggi, non è stata, in alcun modo, “garanzia del cambio di passo di quest’Amministrazione”. E a sancirlo non è la faziosa “Symmachia”, ma la stessa compagine politica di cui Zignale fa parte e cioè “Azione Civica” che, di fatto, dichiara il fallimento sul tema più importante, quello dei rifiuti. Non solo non è riuscita ad imprimere alcuna inversione di tendenza come promesso agli adraniti, ma, per di più, non viene presa neppure in considerazione dalla stessa Amministrazione comunale.

Certo, accostare il delicato e complesso tema dei rifiuti (e il disastro ad esso correlato) con “Azione Civica” è decisamente troppo: sarebbe irrispettoso nei confronti del problema stesso dei rifiuti.

Diciamoci la verità: la spazzatura è stata tirata in ballo come foglia di fico per celare i veri problemi della (momentanea?) rottura con la Maggioranza. Il vero problema avrebbe una natura più pragmatica: sarebbe solo questione di nuove poltrone da occupare. Anche perchè, se non fosse così, Zignale non avrebbe atteso un istante in più per rassegnare le sue dimissioni dalla tanto agognata poltrona di Presidente del Consiglio comunale. Del resto, un gesto di coraggio e di coerenza politica, come le dimissioni, è ancora merce rara, per pochi. E “Symmachia” ne sa qualcosa…

LE POLTRONE DI AZIONE CIVICA

Dopo aver occupato, mani e piedi, lo scranno più alto del Consiglio comunale, “Azione Civica” rivendicava un assessorato che sarebbe dovuto arrivare in occasione del recente rimpasto di Giunta. Ma così non è stato. Poco prima, il Sindaco aveva provveduto a placare le esigenze di “Azione Civica” concedendo un posto presso l’Ipab “Sangiorgio Gualtieri”. Se, poi, all’assessorato aggiungiamo pure una vecchia richiesta di un consulente-esperto in materia di rifiuti, probabilmente con tutte le buone intenzioni, al fine di individuare una soluzione all’annoso problema, tutto si complica in modo drammatico ma non irreversibile.

A questo punto è logico pensare che sul piatto della spartizione politica delle poltrone saranno state gettate anche altre soluzioni possibili. Ad esempio, da tempo era stata “architettata” al millimetro la figura di quello che sarebbe dovuto essere il nuovo Presidente del Nucleo di Valutazione del personale dipendente del Comune. Una partita che rimane tutt’ora aperta e che fa gola a tanti. “Azione civica” compresa. Poi, a giugno, si aprirà anche la partita dei Revisori dei Conti e… chissà!

Riusciranno i nostri supereroi a spuntarla? Conoscendo i metodi sarà soltanto questione di tempo. Qualche poltrona o poltroncina potranno ottenerla. E a quel punto sarà tutto rientrato: la pace verrà firmata ancora una volta, magari con un nuovo “documento politico”, un papello di buoni propositi, mai presi in considerazione, giustificato con il solito ritornello: “per il bene della città…”

“Presunte irregolarità al Comune”, il caso finisce in Parlamento. “Il Governo disponga ispezione”

in Politica di

Avviare un’ispezione del Governo e disporre l’intervento del Prefetto sulle presunte e gravi irregolarità al Comune di Adrano.

E’ la richiesta che è stata formalizzata direttamente in Senato ai Ministri dell’Interno, della Semplificazione e della Pubblica Amministrazione e dell’Economia e delle Finanze, alla luce di un articolato documento che è stato presentato, lo scorso 12 marzo, dai senatori Antonio Scavone e Compagnone.

Il “caso Adrano”, quindi, finisce in Parlamento, mentre la “nuova” Giunta gattopardesca del sindaco Pippo Ferrante brinda e saluta l’ingresso di due “nuovi” assessori: Antonio Di Marzo e Paolo Politi, dopo l‘azzeramento degli ultimi giorni servito, a questo punto, semplicemente a cacciare due donne dalla Giunta, la prof.ssa Chiara Longo e la giovane Brenda Scarvaglieri.

Nella interrogazione presentata in Senato si fa riferimento, quasi in ordine cronologico, a tutte le varie vicende scottanti non solo del recente passato, ma anche del presente: la crisi igienico-sanitaria per i disagi nella raccolta dei rifiuti, l’attentato incendiario ai danni dell’automobile del Sindaco, nel luglio 2014, le concessioni edilizie in attesa di verifica da parte del Cru, i casi di abusivismo edilizio, fino ad arrivare alla mancata erogazione dell’energia elettrica in numerosi quartieri della città, molti dei quali ancora al buio, con innumerevoli disagi per i cittadini.

Un aspetto inquietante che si legge nel documento di Scavone e Compagnone riguarda il riferimento a “funzionari sotto processo presso il Tribunale di Catania per gare d’appalto truccate. Altri dirigenti sarebbero destinatari di avviso di garanzia per “frode in fornitura pubblica”.

La parte più consistente del duro intervento dei Senatori riguarda l’erogazione dell’energia elettrica e l’affidamento del servizio, mediante procedura diretta all’Enel Sole per 15 anni, avvenuto durante la Giunta del sindaco Fabio Mancuso (nel 2002), per un canone annuale di 2 milioni 274 mila euro. Ma per i senatori Scavone e Compagnone per diversi anni la Giunta avrebbe messo in bilancio soltanto 1 milione di euro. Quindi, la rimanente parte non prevista per l’Enel Sole sarebbe finita per un “fittizio avanzo di amministrazione”.

Lo scorso anno è stata l’Enel Sole a voler cessare il rapporto contrattuale, trovando il consenso del Comune di Adrano che, però, avrebbe chiesto tempo per l’individuazione di un nuovo operatore economico.

Insomma, un tema che rimane attualissimo, specialmente se legato ai conti del Comune e alle ultime vicende che hanno riguardato le diffide della Corte dei Conti sul Consuntivo 2013 e sui ritardi nell’approvazione del Bilancio di previsione 2014, avvenuto, con la nomina di un commissario ad acta della Regione, soltanto nel 2015.

Ad appesantire ancora di più il quadro economico dell’Ente sono i diversi solleciti di pagamento dell’Enel Sole per un importo di 4 milioni 804 mila euro: il giudice del Tribubale di Palermo ha concesso la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo a favore della ditta, ma il Comune si sarebbe opposto.

Sempre secondo i Senatori, il conto finale del debito del Comune di Adrano nei confronti dell’Enel Sole ammonta a 11 milioni di euro. Ma, come detto, dal momento che il Comune di Adrano non avrebbe iscritto in bilancio, per diversi anni, la somma dovuta e prevista dal contratto, l’Ente si è esposto ad un debito fuori bilancio nei confronti di Enel Sole di 15 milioni di euro.

Ai Ministri del Governo Renzi vengono quindi poste delle questioni che portano dritte-dritte al possibile dissesto economico del Comune di Adrano, “evitato” dalla Giunta comunale attraverso “alterazioni” nell’imputazione di una spesa obbligatoria in bilancio per l’Enel Sole.

Da qui, la richiesta di un “intervento urgente” attraverso una ispezione al Comune di Adrano e la richiesta di far intervenire direttamente il Prefetto di Catania.

… ma tutto questo Ferrante non lo sa

in Politica di

“Cerchiamo di essere seri e raccontare le cose come stanno”. Sì, ha ragione il sindaco di Adrano Pippo Ferrante quando utilizza queste parole in un’intervista, in seguito al clamoroso ed efficace flash-mob dell’Associazione Symmachia in contrada Naviccia, allagata, come sempre accade, da alcuni decenni, ad ogni acquazzone.

Dice bene Ferrante, diciamo le cose come stanno.

Il Sindaco, prima di cimentarsi in una ricostruzione storica del problema dell’allagamento alla Naviccia, sostiene che “Symmachia avrebbe fatto bene ad organizzare questa manifestazione un anno fa”. Forse ha ragione. Ma Ferrante dimentica che Symmachia ha posto la questione di contrada Naviccia non un anno fa, ma il 29 agosto 2013. E lo ha fatto in modo serio e concreto, non con una manifestazione, ma con un atto depositato nella prima riunione del Consiglio comunale, in seguito alle elezioni amministrative di giugno 2013.

Ecco il testo presentato il 29 agosto 2013: 

premesso:

che a quasi tre anni dall’inaugurazione, e relativo collaudo della linea metropolitana Adrano-Paternò della Ferrovia CircumEtnea, tratta Santa Maria di Licodia-Adrano e l’apertura della nuova stazione di contrada Naviccia, continuano a manifestarsi grossi problemi di deflusso dell’acqua nella citata contrada.

Tale problematica, trovandosi tale stazione in  prossimità di un nodo di traffico importante, quale è appunto lo svincolo della superstrada, uscita Adrano Nord, oltre che nelle vicinanze di attività commerciali, crea notevoli disagi alla collettività adranita, oltre che problemi per la pubblica e privata incolumità, soprattutto in seguito ad eventi atmosferici, dopo i quali l’importante arteria viene transennata e chiusa al traffico;

Chiedo, con la presente, di conoscere quale è la situazione in ordine alla  risoluzione di questo importante problema e inviata una relazione di riscontro per iscritto da parte del responsabile dell’Ottavo Settore, quale tecnico competente per la materia con individuazione delle problematiche citate e delle proposte di soluzione.

Insomma, Symmachia ha acceso i riflettori su questa annosa problematica in modo puntuale già nell’agosto 2013, quando si chiese pure una relazione tecnica che, però, per quel che ci risulta, non arrivò mai a destinazione.

“Ma tutto questo Ferrante non lo sa”, verrebbe da dire ricordando le parole di De Gregori nella sua fortunata canzone “Alice”.

 

Francesco De Gregori – Alice non lo sa

Symmachia: “nelle Commissioni consiliari di cosa si discute? Mettere i verbali on line”

in Battaglie/News/Politica di

Dopo lo scandalo Agrigento, con la ribalta sui media nazionali, il confronto con le convocazioni delle Commissioni consiliari dei Comuni di Adrano e Biancavilla è quasi inevitabile. Peraltro, un’avvisaglia di malessere con una buona dose di polemiche si è già registrata in Consiglio comunale, ad Adrano, che, lo scorso mercoledì 11 febbraio, ha votato il bilancio di previsione 2014  con un anno di ritardo. E nel bilancio di previsione 2014, tra i vari capitoli, ci sono pure le risorse destinate alla corresponsione dei gettoni di presenza per la partecipazione dei trenta Consiglieri comunali alle riunioni di Commissioni e Consigli comunali durante lo scorso anno, il primo del secondo mandato del sindaco Ferrante. Anche a Biancavilla la situazione non è diversa. Anzi, proprio a Biancavilla è in corso l’inchiesta della Magistratura sulle “Commissioni bluff” legate al periodo tra luglio 2004 e dicembre 2007.

Per noi di Symmachia la battaglia sui costi della politica legata prevalentemente alle Commissioni consiliari non è cosa nuova. Ci conforta che anche altri, singoli e gruppi, si siano, adesso, attivati nella stessa direzione. Potranno comprendere cosa vuol dire essere al centro del mormorio e del parlottare di una casta che vuole semplicemente auto-tutelarsi. Ma non spetta a noi fornire giudizi, bisogna limitarsi ai fatti. Così come quando abbiamo fatto l’inchiesta sui compensi dei Consiglieri comunali, nel 2011, con Commissioni convocate anche la Vigilia di Natale o di Capodanno. Nel quinquennio 2008-2013 si è speso 709.148,68 euro. La città è migliorata? Quali sono gli atti più rilevanti di quella esperienza politico-amministrativa? Qualcuno le ricorda?

Però, il rischio di sparare nel mucchio e mettere sotto la stessa bandiera tutti coloro che si impegnano in politica è molto elevato e, spesso, genera nel populismo più becero. Per questa ragione, per evitare una guerra tra “guelfi” e “ghibellini”, a maggiore tutela di tutti i cittadini, l’Associazione Culturale Symmachia di Adrano e Biancavilla ribadisce un invito, lanciato negli scorsi anni.

La proposta di Symmachia è semplice: “mettere on line tutti i verbali delle Commissioni Consiliari di Adrano e Biancavilla, sui siti web istituzionali dei due Comuni”. Tutto a portata di click, per il cittadino che può seguire se lavorano e come lavorano le Commissioni consiliari, il tempo e la passione dedicata dai loro rappresentanti, gli effetti che deriveranno da quelle riunioni a vantaggio della città. Semplice, no?

“Di cosa discutono i Consiglieri comunali nelle Commissioni? E’ l’interrogativo che tanti cittadini si pongono – sostengono Calogero Rapisarda e Vincenzo Ventura dell’Associazione Symmachia – basterebbe pubblicare on line tutti i verbali delle Commissioni e poi spetterà ai cittadini il giudizio e la valutazione sulla qualità dell’operato dei rappresentanti del popolo e soprattutto sugli effetti di tale operosità in fatti concreti a beneficio della città”.

Nello stesso tempo, come è stato fatto negli scorsi cinque anni, Symmachia, attraverso il coordinatore politico Antonio Cacioppo, ha già chiesto copia di tutti i verbali 2014 della Prima e della Quinta Commissione consiliare, prese come campione, fermo restando l’intenzione di poter chiedere anche i verbali delle altre Commissioni. Ciò al fine di informare la cittadinanza. Ovviamente, una “operazione trasparenza” che per quanto riguarda i costi delle fotocopie sarà a carico di Symmachia.

La proposta è ancora una volta lanciata. Vedremo se qualcuno riuscirà a portarla avanti, al di là delle difese d’ufficio della “categoria di appartenenza” e oltre gli annunci.

Mattarella, il primo siciliano al Quirinale.
In Parlamento passa la linea di Matteo Renzi

in Politica di

Fumata Bianca. Con 665 voti il siciliano Sergio Mattarella è il dodicesimo Presidente della Repubblica italiana.

Giudice della Corte Costituzionale, 73 anni, palermitano Mattarella è stato eletto al quarto scrutinio dal Parlamento, in seduta comune, con la partecipazione dei rappresentanti delle Regioni.

Proposto dal segretario del PD, Matteo Renzi, il nuovo Capo dello Stato è stato eletto dalla Maggioranza di Governo e da Sinistra Ecologia e Libertà. Qualche voto sarebbe arrivato pure da Forza Italia, nonostante l’indicazione ufficiale di votare scheda bianca. Lega e Fratelli d’Italia hanno sostenuto ancora la candidatura del giornalista Vittorio Feltri, mentre il Movimento 5 Stelle ha votato il magistrato Ferdinando Imposimato. Alla fine, quindi, è prevalsa la linea di Renzi che ha realizzato quello che da tutti i cronisti e i maggiori opinionisti viene considerato un capolavoro politico, rivelatosi strategicamente vincente, così come, peraltro, riconosciuto dalle penne aspramente critiche nei confronti del Premier, come “Il Fatto Quotidiano” che, ieri, non ha condannato l’incapacità del Movimento 5 Stelle. Il tanto chiacchierato “Patto del Nazareno” non ha prevalso, riproponendo uno scenario simile all’elezione nel 2006 di Giorgio Napolitano, quando i berlusconiani votarono scheda bianca.

Da sempre impegnato in politica nelle fila della Democrazia Cristiana, il nuovo Presidente della Repubblica ha un curriculum di tutto rispetto. A lui si deve la legge elettorale “Mattarellum” e l’abolizione della leva obbligatoria. E’ stato deputato dal 1983 al 2008, più volte Ministro e dal 2011 giudice della Corte Costituzionale. Travolta dai fatti tristi degli anni Ottanta, la Democrazia Cristiana siciliana ha visto in Mattarella l’uomo della “bonifica” voluta da Ciriaco De Mita dopo la guida dei collusi con la mafia Vito Ciancimino e Salvo Lima.

Nel 1990 si dimise da Ministro dell’Istruzione del Governo Andreotti, in seguito alla “fiducia” posta sulla Legge Mammì che andava a ridisegnare l’assetto del sistema radiotelevisivo, aprendo, di fatto, le porte alle reti di Berlusconi.

Di estrazione cattolica, Mattarella è figlio di Bernardo, un politico democristiano chiacchierato, e fratello di Piersanti, il presidente della Regione Siciliana barbaramente ucciso dalla mafia nel 1980.

Bilancio 2014 ancora da approvare, c’è il parere dei Revisori ma rimangono le criticità sui rifiuti

in Politica di

Il parere c’è, ma le criticità rimangono. E’ giunto questa mattina, intorno le ore 13, al protocollo del Comune di Adrano il tanto atteso parere dei Revisori dei Conti allo schema di bilancio di previsione 2014.

Rispetto ad un mese fa, quando il Collegio bocciò senza mezzi termini lo strumento elaborato dagli Uffici ed approvato dalla Giunta Ferrante, questa volta i Revisori dei Conti hanno aperto ad uno spiraglio, a condizione che verranno sanate alcune criticità giudicate importanti per salvaguardare i criteri di

E’ stato presentato questa mattina, intorno le ore 13, al protocollo del Comune di Adrano il parere dei Revisori dei Conti al bilancio di previsione 2014. Dopo la clamorosa bocciatura di un mese fa, questa volta i Revisori dei Conti hanno dato parere favorevole. Ma con qualche riserva.

Infatti, sono diverse le criticità rilevate anche questa volta dai Revisori dei Conti, così come avvenuto nel primo parere, negativo, che ha costretto l’Amministrazione comunale a ritirare l’atto e ad approvare un nuovo documento economico-finanziario.

Fra queste, certamente rilevanti sono le continue anticipazioni a cui il Comune ha fatto ricorso per fronteggiare gli esorbitanti costi della gestione dei rifiuti. Nell’anno 2014, il Comune ha riscosso appena il 24% delle bollette della spazzatura.

Poi c’è anche una delicatissima vicenda legata ai vecchi rapporti con l’Ato “Simeto Ambiente”, ancora oggi in vita grazie alle proroghe concesse dal Governo Crocetta.

Adesso, si riunirà la Seconda Commissione consiliare. Probabilmente, ci sarà un emendamento di natura tecnica per correggere una maggiore previsione calcolata di 195 mila euro.

Poi, spetterà al commissario ad acta, inviato dalla Regione, convocare il Consiglio comunale per l’approvazione definitiva dell’atto.

 

TUTTI I NUMERI DEL BILANCIO DEL COMUNE. LEGGI I DOCUMENTI

Ai lettori di Symmachia.it proponiamo il Parere dei Revisori dei Conti e la versione integrale della relazione programmatica del Bilancio di previsione 2014.

Parere Organo di Revisione bilancio di previsione 2014

Relazione tecnica al bilancio 2014

 

 

Il movimento di Salvini arriva a Biancavilla. Nasce un gruppo di sostenitori su Facebook

in Politica di

Dopo Maletto, la Lega di Matteo Salvini sbarca anche a Biancavilla. Al momento si tratta solo di una pagina web, apparsa da alcuni giorni su Facebook e conta poche decine di “amicizie” virtuali, ma – c’è da scommetterci – tra curiosità e simpatie, il profilo del movimento politico che si affaccia, adesso, a Biancavilla lieviterà in contatti.

Il “Condottiero di Legnano” e il “Sole delle Alpi” sono già stati rimpiazzati dalla Trinacria nel simbolo del nuovo partito che si chiama semplicemente “Noi con Salvini”, creato nelle scorse settimane per sgranocchiare voti nell’odiato, oggi amato, Mezzogiorno.

Del resto, il modo di fare di Salvini trova consensi per il facile populismo nell’affrontare vere e proprie emergenze: la crisi economica, il peso politico dell’Italia in Europa, la disoccupazione, l’emergenza immigrazione.

Non a caso, secondo alcuni sondaggi, il 14% degli italiani del Sud voterebbe subito per il nuovo soggetto politico del Segretario della Lega.

Un primo esperimento concreto nel profondo Sud c’è già stato: alle scorse elezioni europee, la Lega Nord si è rivelato il primo partito di Maletto e Salvini non ha esitato a fare una capatina nel piccolo centro etneo, portandosi dietro, in “Padania”, alcune cassette di gustose fragole, prontamente offerte da alcuni coltivatori del posto.

Adesso, qualcuno, ancora nascosto, proverà a far veicolare i messaggi del nuovo partito per poi verificare se i biancavillesi si lasceranno travolgere dal “fascino” del leghista.

Certo, sarà una scena esilarante quando qualcuno sussurrerà a Salvini le origini di Biancavilla, una cittadina nata da una colonia di profughi greco-albanesi…

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