Dal Jobs Act ai Referendum della Cgil: come cambia il mondo del lavoro

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di Gaetano Sant’Elena*

L’impatto della riforma sul mondo del lavoro non può certo essere valutato in tempi così rapidi (i primi decreti sono entrati in vigore a marzo, gli ultimi a fine settembre dello scorso anno), né va confuso con gli effetti – positivi, dicono i dati – dell’esonero per tre anni dei contributi INPS per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate nel 2015, stabilito con la Legge di Stabilità approvata a fine 2014, per coincidenza negli stessi giorni del Jobs Act, né tantomeno gli effetti meno agevolativi delle successive leggi di stabilità 2015 e 2016 che li hanno notevolmente ridotti.

La portata della riforma deve essere letta nei termini della semplificazione della materia lavoristica, in quanto essa è di facile lettura e cerca di uniformare le decisioni dei Tribunali, da un lato e dall’altro cerca sempre un accordo, anche se in sede protetta (soprattutto sindacale) delle vertenze fra datore di lavoro e lavoratore e non tanto sui numeri assoluti “di nuove assunzioni” che riguardano ampiamente la natura dell’economia italiana e più in generale mondiale. Tutti ormai comprendiamo che il vero problema dell’occupazione (in regola) è la non sostenibilità da parte delle aziende del costo del lavoro, sia in tema di retribuzioni che in tema di contribuzione. In momenti di crisi, forse le parti sociali avrebbero dovuto avere come obiettivo primario la crescita del sistema Paese ed in particolare delle aree più depresse della Nazione. Un esempio per tutti: con limiti aziendali sarebbe stata opportuna una deregulation della contrattazione collettiva nazionale e l’adozione di salari minimi garantiti di settore o contratti d’area accompagnati da una riduzione sensibile del costo della contribuzione. Ma su questi temi potremmo scrivere fiumi di parole e trattati, ma non è opportuno togliere spazio a quello che è la riforma del 2015.

I punti salienti della riforma, riguardano i temi dei licenziamenti, degli ammortizzatori sociali, i congedi per i genitori lavoratori, il nuovo codice dei contratti di lavoro, le politiche attive del lavoro e la riforma dei controlli.

Come cambiano i licenziamenti

Non cambia niente per chi è stato assunto prima del 7 marzo 2015. Per chi è stato assunto dopo il decreto esclude, per i licenziamenti economici, la possibilità della reintegrazione nel posto di lavoro e prevede un indennizzo economico crescente con l’anzianità di servizio. Il diritto alla reintegrazione è limitato ai licenziamenti nulli e discriminatori, e a particolari casi di licenziamento disciplinare ingiustificato. Il decreto prevede inoltre termini certi per l’impugnazione del licenziamento.

Come cambiano gli ammortizzatori sociali

Trattando di misure che hanno l’obiettivo di offrire sostegno economico alle persone che hanno perso il posto di lavoro, il decreto riscrive la normativa in materia di ammortizzatori sociali in caso di disoccupazione involontaria e di ricollocazione dei lavoratori disoccupati, introducendo nuovi strumenti e nuove sigle: ASPI, NASPI, ASDI e DIS-COLL, quelle che un tempo chiamavamo “assegni per la disoccupazione”.

Cosa cambia per i genitori che lavorano

Il decreto interviene principalmente sulle norme che regolano il congedo di paternità e maternità – cioè l’astensione obbligatoria dal lavoro al momento della nascita del figlio o dell’arrivo di un bambino in affidamento o in adozione – e poi il congedo parentale (facoltativo) e i diritti dei genitori che sono lavoratori autonomi o iscritti alla Gestione Separata INPS, introducendo anche alcune novità sul congedo per le donne vittime di violenza di genere e sul telelavoro.

Come cambiano i contratti di lavoro

È sicuramente la più corposa tra le norme approvate: modifica sia il codice civile che diverse leggi sul lavoro, abrogando due interi decreti e numerosi altri articoli. Il Jobs Act infatti riscrive la disciplina di molti contratti di lavoro – per esempio la collaborazione a progetto, la somministrazione, il lavoro a chiamata, il lavoro accessorio, l’apprendistato, il part-time – dando alcune indicazioni precise ma contemporaneamente lasciando aperte molte possibilità di deroga ai contratti collettivi nazionali. Tutto a partire dal fatto che “il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato costituisce la forma comune del rapporto di lavoro”: un’indicazione semplice ma importante, che definisce a quale tipo di lavoro vadano ricondotti i contratti più “leggeri” che non rispettano i limiti che la norma impone.

Come cambia la cassa integrazione

Il decreto riordina la normativa in materia di ammortizzatori sociali “in costanza di rapporto di lavoro”, abrogando oltre 15 leggi stratificatesi negli ultimi 70 anni, dal 1945 a oggi, con una sola norma che racchiude – quasi – tutto il settore. Le forme di cassa integrazione diventano due – ordinaria e straordinaria, sparisce la cassa integrazione in deroga – e possono essere utilizzate dalle imprese per eventi transitori che richiedono meno ore di lavoro, crisi aziendali e riorganizzazioni: dai dati del governo, complessivamente le misure coinvolgeranno circa 1.400.000 lavoratori e 150.000 imprese che prima ne erano escluse.

Come cambiano le politiche attive

Il nuovo decreto riordina la normativa in materia di servizi per il lavoro e di “politiche attive”, cioè le iniziative volte a promuovere l’occupazione: rinforza e riorganizza la rete degli enti coinvolti nel settore, vincola l’erogazione dei “contributi di sostegno al reddito” alla partecipazione attiva di chi dovrà percepirli, coinvolge stabilmente i soggetti privati che possono fare da intermediari, semplifica la possibilità di impiego dei lavoratori in cassa integrazione in lavori per la collettività e allarga la portata del cosiddetto “fascicolo elettronico” del lavoratore.

Come cambiano gli organi di controllo

Il DLgs 149/2015 istituisce un’agenzia unica per le ispezioni del lavoro, denominata Ispettorato del Lavoro, che svolge le attività ispettive finora compiute dalle Direzioni Territoriali del Lavoro, da INPS e INAIL. Tutto il personale ispettivo delle DTL confluisce nella nuova agenzia; il personale ispettivo di INPS e INAIL resta invece nei rispettivi enti “ad esaurimento”, ma segue le direttive e la programmazione dell’Ispettorato. Per una maggiore efficacia ispettiva, INPS, INAIL e Agenzia delle entrate sono tenuti a condividere con l’Ispettorato le proprie banche dati.

Sulla carta non è un cambiamento troppo significativo: qualcosa di più incisivo nel settore ispettivo sarebbe dovuta avvenire se si sarebbe portata a termine la riforma del Titolo V della Costituzione, con il ritorno allo Stato delle competenze in materia di sicurezza sul lavoro attualmente in gran parte di competenza regionale. Ma non è andata così. Per dovere di cronaca ad oggi la riforma in Sicilia non è applicata in quanto manca il decreto assessoriale.

Il DLgs 151/2015, l’ultimo dei decreti approvati, tratta invece aspetti puntuali di materie molto differenti: cambia perlopiù parti di singoli articoli, con modifiche volte alla “razionalizzazione e semplificazione delle procedure e degli adempimenti a carico di cittadini e imprese e altre disposizioni in materia di rapporto di lavoro e pari opportunità”.

Le disposizioni contenute nel decreto possono essere suddivise in tre gruppi fondamentali:

– Semplificazioni di procedure e adempimenti in materia di inserimento mirato delle persone con disabilità, costituzione e gestione del rapporto di lavoro, salute e sicurezza sul lavoro e assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, revisione delle sanzioni in materia di lavoro e legislazione sociale.

– Disposizioni in materia di rapporto di lavoro, con una piccola revisione della disciplina dei controlli a distanza del lavoratore; la possibilità per i lavoratori di cedere, a titolo gratuito, ai colleghi, i riposi e le ferie maturati, al fine di assistere i figli minori; l’introduzione per i lavoratori del settore privato di ipotesi di esenzione dal rispetto delle fasce di reperibilità in caso di malattia; l’introduzione di modalità semplificate per effettuare le dimissioni e la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, esclusivamente con modalità telematiche.

– Disposizioni in materia di pari opportunità, rivedendo ampiamente la normativa sulle consigliere di parità.

I quesiti referendari della Cgil: firmano 3 milioni di italiani

La CGIL si è opposta alla riforma del mercato del lavoro. Più una presa di posizione per quanto riguarda le modifiche all’art. 18 della 300/1970 in tema di licenziamenti e difesa del “lavoratore”, che sulla portata della riforma in tema di occupazione e difesa del “diritto al lavoro”.

In quest’ambito avviene la raccolta delle firme per avviare l’iter abrogativo della neonata riforma concentrandosi fondamentalmente sul “contratto di lavoro a tutele crescenti” oltre che all’abolizione del “lavoro accessorio” (voucher lavoro) e sulla responsabilità del committente negli appalti (pubblici e privati) per il trattamento economico dei dipendenti.

Come ormai tutti sappiamo la Consulta non ha ritenuto approvare il quesito sui licenziamenti ammettendo in via residuale gli altri due.

A mio avviso non cambierà nulla sia se l’attuale Governo apporterà quel minimo di modiche che impediranno il referendum, sia se il Capo dello Stato decidesse di indire la consultazione. In quest’ultimo caso sarà difficile il superamento del quorum (come ormai avviene di regola) e quindi la riforma non subirà alcun cambiamento.

Cambierà invece, in termini negativi, la politica ed i rapporti sindacali: un sindacato più debole chiuso a riccio su principi ormai anacronistici e distante dei veri bisogni dei lavoratori che sono quelli della certezza del lavoro (anche se precario e flessibile) ma costante nel tempo.

 

consulente del lavoro | Studio Sant’Elena