“Lo Stato e la mafia sono due poteri che occupano lo stesso posto. O si fanno la guerra, o si mettono d’accordo”

in Antonio Cacioppo/Bacheca di

di Antonio Cacioppo

Ho avuto, in questi giorni, la malaugurata idea di commentare su Facebook il post di un mio caro ex alunno che si esprimeva sulle tesi del prof. Fiandaca che, in un recente saggio, “La mafia non ha vinto”, sostiene la liceità della trattativa Stato-mafia. Questo ha innescato un dibattito tra coloro i quali sono pro e contro le tesi del Fiandaca.

Devo ammettere che i favorevoli alle tesi del professore palermitano hanno avuto la meglio perchè si sono dimostrati immediatamente più realisti, più moderati, più preparati e perché, depositari, come sono, della verità, hanno marchiato, nei fatti, gli “avversari” di moralismo e giustizialismo.

D’altro canto si tratta di giovani intellettuali ed esperti di diritto e prossimi a diventare classe dirigente… terrorizzante, vero? Per farla breve il dibattito finisce quando uno dei”giustizialisti” getta la spugna con questo commento: “forse voi avete la stoffa per fare gli statisti… io no, io sono un povero ragazzo stufo di vivere in un luogo dove la mafia ha più potere dello Stato… A questo punto Falcone e Borsellino sono dei coglioni: si sono fatti ammazzare per liberare dalla schiavitù mafiosa un popolo che crede legittima la trattativa”. Parole terribili, vere e pesanti come pietre che mi hanno amareggiato e indotto a delle riflessioni sulla condizione culturale dei giovani che, a mio avviso, è diventata una vera emergenza. Non voglio cadere nelle solite banalità, per cui i giovani di una volta erano migliori. Non è così.

La differenza sta, invece, nelle diverse opportunità e nei modelli di riferimento tra i giovani di ieri e di oggi. Non tutti ma una elite di ragazzi di ieri aveva buone opportunità per il proprio futuro, forti di una società che garantiva loro diritti e riferimenti e modelli valoriali come: Nietzsche, Mao, Maritain, Primo de Rivera, Che Guevara, Codreanu, Celine, Del Noce, Pasolini, Marx, Evola, De Benoist, a seconda se si militava a destra, a sinistra o al centro.

A prescindere dall’identità e dell’appartenenza (parole ormai desuete) tutti sognavano un mondo migliore da conquistare con una rivoluzione figlia di una carica utopica che caratterizzava quegli anni “incendiari”. Oggi i giovani hanno nuovi e più attuali modelli, cresciuti come sono a pane e “grande fratello”, ispirano la loro azione a degli intellettuali del calibro della De Filippi e a rivoluzionari come Giletti e si commuovono davanti alla televisione “del dolore” dell’eroina contemporanea Barbara D’Urso. Ma sembrerebbe, per fortuna, che non tutti siano così, i migliori tra i ragazzi di oggi sembra abbiano scelto nuovi riferimenti valoriali, eroi, maestri di pensiero e portatori del nuovo “Verbo anti-antimafia”: il prof. Fiandaca. Si!, avete capito bene da Falcone e Borsellino a Fiandaca. Ma chi è questo nuovo Maitre a penser per questi giovani?

E’ l’estensore di alcuni saggi dove l’autore sostiene che la trattativa Stato-mafia, se mai ci fosse stata, fu lecita anche perché, sostiene il giurista siciliano, servì a salvare molte vite dei cittadini oltre a quelle di alcuni politici. Peccato, però, che non salvo’ uno strenuo oppositore della trattativa: Borsellino.

Vorremmo tranquillizzare l’illustre studioso, in realtà non ci fu nessuna trattativa perché lo Stato aveva concesso in “comodato d’uso” la Sicilia a Cosa nostra in cambio di voti e protezione.

Incredibile l’eventuale trattativa Stato – mafia sarebbe, per questi giovani, lecita. E lo stato di diritto? E i morti ammazzati? Non importa. Ma la cosa più incredibile non è tutto questo, cioè che un candidato trombato alle elezioni europee come Fiandaca che si avvale, nella stesura dei suoi libri, dell’avvocato Enzo Musco, difensore di Mori, sostenga le tesi sopraddette ma che alcuni giovani stiano dalla sua parte. Questi giovani – dispiace dirlo – sono la prova provata di un decadimento intellettuale morale e culturale.

Viene da pensare che questi ragazzi fanno delle scelte simili per non pensare, sembrano vivere nell’attesa, in uno stato di sospensione. Non reagiscono al disfacimento morale e sociale, si adeguano al conformismo e all’egoismo, al pensiero unico e diventano “complici”dei loro carnefici, proprio così “complici dei loro carnefici o ancora meglio complici dei nostri carnefici.

In una realtà come quella italiana fatta di macerie morali, in assenza di conflitti e di reazioni alle iniquità e alla precarizzazione delle loro vite, questi giovani, terrorizzati dal loro stesso conformismo cercano una fuga, cercano di inventarsi nuovi “eroi” per allontanare le paure provenienti dall’incapacità di progettare il futuro. I giovani stanno male, sono fragili, il loro male, però, non è esistenziale il loro male è la mancanza di valori: il Nichilismo.

Il nichilismo provoca loro disorientamento, incertezza per l’avvenire, depressione. Non hanno sogni né speranze, né fiducia in sé stessi, appartengono ad un tempo che Miguel Benasayag ha definito “L’epoca delle passioni tristi”.

Ecco, forse, la loro caratterizzazione più specifica è la tristezza. Ma fino a quando ci saranno ragazzi ancora capaci di indignarsi, (“sono stufo di vivere in un luogo dove la mafia ha più potere dello Stato”), di stupirsi del fatto che altri giovani siano in preda al nichilismo, vale la pena impegnarsi per aiutare le nuove generazioni ad uscire dalle secche etiche in cui è precipitata la società. Fino a quando il salone di Villa delle Favare si riempirà di giovani per ricordare Falcone (leggi il post dell’iniziativa di Symmachia) e si percepirà forte, fortissima l’emozione, che alla fine della manifestazione si è trasformata in pianto di commozione e di rabbia, allora per quelle lacrime varrà la pena lavorare per creare le condizioni per una vera e rivoluzione culturale e generazionale. Io amo questi ragazzi. Io amo Falcone e Borsellino.